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Nella nostra epoca tutto cospira per trasformare lo scrittore e ogni altro artista in un piccolo impiegato, che lavora su temi impostigli dall’alto e che non racconta mai quella che a lui pare essere la verità.

Romanziere di culto, George Orwell è stato anche un instancabile giornalista e un prolifico critico letterario, cinematografico, artistico e teatrale. Durante la sua lunga carriera, segnata dalla guerra e dallo smarrimento ideologico, ha indagato il complesso rapporto tra arte e totalitarismo, tra scrittori e società, tra letteratura e propaganda. «Nessun libro è veramente esente da pregiudizi politici. L’opinione che l’arte non debba avere nulla a che fare con la politica è essa stessa un atteggiamento politico». Negli articoli qui tradotti e raccolti, Orwell esorta il lettore a diffidare dell’esistenza di un’arte innocua e autonoma, confinata nel puro estetismo, e tenta di smascherare la macchina della propaganda che si «nasconde in ogni opera d’arte, poiché ogni artista ha un significato e uno scopo politico, sociale o religioso», ogni scrittore nutre il desiderio di orientare il mondo in una certa direzione. Come può l’artista mantenere la propria indipendenza pur volendo partecipare alla vita politica del suo paese? Come può aderire a un’ideologia senza prosciugare le sue facoltà inventive? Visionario, a tratti profetico, Orwell saggia i confini della libertà intellettuale e ci invita a difenderla, prima che dagli altri, soprattutto da noi stessi e dai nostri pregiudizi.

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1945/49 - 2021