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«Come i preti, è da un secolo che i socialisti chiamano gli affamati a nutrirsi della loro fede, della “nuova parola divina”; consolano gli schiavi, gli oppressi, assicurando loro che le generazioni future otterranno senza alcun dubbio le ricchezze terrene. Perciò l’insegnamento socialista, come quello delle religioni che lo hanno preceduto, non fa altro che ammansire le masse sfruttate, trattenerle dalla rivolta generale».

La Russia, all’alba del ventesimo secolo, è un laboratorio dove proliferano movimenti, organizzazioni e sperimentazioni politiche, e a cui molti intellettuali, sia europei che russi, guardano con interesse nella speranza di attuare la rivoluzione socialista. Tra questi il libertario polacco Jan Wacław Machajski (1866-1926), marxista di formazione, che in aperta polemica con Kautsky, Lenin e Bernstein, ma soprattutto con quei socialdemocratici che avallarono la via riformista e legalista, rimandando a un futuro non ben precisato il momento rivoluzionario, sosteneva una tesi singolare, ossia che quella socialista fosse l’ideologia di classe dell’intellighenzia borghese. Poiché il capitalismo produce più intellettuali di quelli che riesce ad allocare professionalmente, questi ultimi abbracciano un atteggiamento di contestazione, presentandosi sulla scena politica come i disinteressati avvocati delle classi lavoratrici. La rivoluzione degli intellettuali, però, non abolirà lo sfruttamento capitalista, ma passerà il testimone dai proprietari dei mezzi di produzione agli organizzatori, i dirigenti, i manager delle forze produttive. Machajski avverte quindi, con largo anticipo, la nascita dello Stato burocratico, un nuovo Leviatano, una nuova tenocrazia, dove i “capitalisti del sapere”, benché socialisti, continueranno a svolgere una funzione di dominio sulle masse oppresse.

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2022