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In ogni momento della sua esistenza, la polizia ricorda allo Stato la violenza, la trivialità e l’oscurità della sua origine.

Tiqqun è stata una rivista italo-francese nata nel 1999 e dissoltasi nel settembre del 2001, dopo la pubblicazione di appena due numeri. Non ne esistono autori, ovvero nessuno ha interesse a essere riconosciuto come tale, benché il gruppo di attivisti da cui ha avuto origine è ormai noto al pubblico, e alla polizia francese, per varie dimostrazioni politiche e per dei tentativi di sabotaggio e insurrezione. Ad oggi Tiqqun, la cui eredità si è tramandata nel Comitato Invisibile, può essere considerata una corrente filosofica di matrice situazionista e autonomista, che ha tratto ispirazione da pensatori come DebordDeleuzeBlanchotFoucaultAgamben, e che a sua volta ha stimolato numerose pubblicazioni, divenendo un punto di riferimento nel dibattito politico – movimentista ed extraparlamentare anzitutto, ma anche accademico.

Introduzione alla guerra civile è il testo più spiccatamente filosofico della rivista, un inno alla gioia della rivolta e alla passione per la disobbedienza, una critica serrata al dispositivo statale (all’”Impero“, logistico e impersonale, che ha preso il posto dello Stato moderno) il cui scopo, a detta degli autori, è quello di neutralizzare il libero gioco delle forme-di-vita, mantenere l’intensità delle loro passioni al minimo, entro i limiti dell’irrilevanza politica. L’Impero, per mantenersi tale, deve reprimere tutto ciò che potrebbe esistere al suo aldilà, isolare i suoi membri, riducendoli da forme-di-vita a individui. La sua strategia: dispensare predicati sui quali appiattirli (italiano, donna, omosessuale, comunista). Ma è solo nell’intensità della lotta – nel rifiorire della guerra civile – che proliferano le amicizie e si palesano i nemici, che le forme-di-vita possono dispiegarsi liberamente e intensificare le loro relazioni. La guerra civile è il presupposto stesso su cui si basa il mondo nel quale viviamo, rifiutarsi di prenderne parte vorrebbe dire rinunciare a vivere.
Testo ormai mitizzato negli ambienti della sinistra anarchica francese, in Italia esce ufficialmente, suo malgrado e contro la volontà di chi l’ha scritto, dalla clandestinità.