OGGETTO: Il Papa palestinese
DATA: 31 Gennaio 2024
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Visioni
Ripubblichiamo una riflessione uscita lo scorso 17 maggio 2021, poche ore dopo il riconoscimento da parte del Vaticano dello “Stato di Palestina”. Quando anche Papa Bergoglio fu accusato di antisemitismo.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Sepolto sotto una pioggia di propaganda filo-israeliana sta un vecchietto arzillo e tenace di bianco vestito che, da buon gesuita avvezzo alla realpolitik, ha compiuto una mossa che gli è valsa il silenzio-stampa generalizzato: il Vaticano vuole riconoscere lo “Stato di Palestina”. C’è un solo problema: che non esiste nessuno Stato di Palestina. Esistono invece i palestinesi ostaggi in Territori Occupati dallo Stato d’Israele che invece c’è eccome, e che da ottant’anni li tiene sotto il suo tallone, previo via libera di un’Organizzazione Mondiale delle Nazioni Unite.

Non c’è bisogno di professarsi cristiani per constatare che il capo dello Stato della Chiesa sito a Roma questa volta ha agito anche, e forse soprattutto, in linea con il principio-base della fede in quel Cristo di cui è vicario in terra: schierarsi dalla parte del più debole. E il più debole, in un conflitto che gli stessi velinari filo-israeliani devono ammettere essere “asimmetrico”, è il popolo palestinese. Che sì, d’accordo, sarà diviso in fazioni, con il presidente della paralitica Autorità locale, Abu Mazen, che ha approfittato dell’attacco per rinviare elezioni notoriamente già vinte, e magari con qualche ragione, da quei fondamentalisti di Hamas, i quali sbagliano nel fornire alibi al nemico ricorrendo al terrore missilistico, pur di reagire alle angherie di un’occupante dotato di uno dei più formidabili eserciti al mondo, oltre che dell’atomica; ma che tuttavia è, e resta, quello palestinese, un popolo appestato il cui diritto all’autodeterminazione è schiacciato e vilipeso come se fosse un ceppo umano di serie B. Pur agendo e sapendo agire sullo scacchiere internazionale come sempre ha fatto la Santa Romana Ditta, e cioè districandosi in quella cosa sporca e crudele che è il Potere, il Papa ha fatto anzitutto il Papa. E difatti si è beccato l’oscuramento della disinformazia occidentale, tutta allineata al fianco del più forte. Meglio tacitarlo, far finta di niente, se no, in linea puramente teorica, avrebbe potuto incorrere pure lui nell’automatica bolla d’infamia con cui il partito preso pro-Tel Aviv in genere criminalizza i pochissimi insubordinati (ciò che resta delle kefiah a sinistra e a destra, sparute voci giornalistiche come Alberto Negri, Alessandro Di Battista e Moni Ovadia) non plaudenti alle stragi di bambini: l’accusa di antisemitismo. Diffamatoria doppiamente, per una Cristianità cattolica che Pio XI definì già nel 1938 “spiritualmente semita” (per non parlare di quella protestante, molto più “veterotestamentaria”, quindi vicina, anche teologicamente, all’ebraismo, specialmente negli Stati Uniti) e che nel 2000 Giovanni Paolo II fece idealmente curvare a richiedere il perdono, presso il Muro del Pianto, ai “fratelli maggiori” vittime di un paio di migliaia d’anni di anti-giudaismo.

Ma diffamatoria comunque, nonché ormai così trita da risultare imbarazzante. È pazzesco sentire sparati insulti quali “nazista” o, che so, “quinta colonna filo-iraniana”, anche soltanto qualora si osasse sostenere che il collegamento Usa-Israele è storicamente annodato da interessi anche economici con un peso enorme (tra l’altro, come potrebbe essere diversamente?). Il vero razzista è semmai chi parteggia per gli Ebrei, o per gli Ebrei d’Israele, a priori e con supinità canina, prescindendo dalle responsabilità contingenti, mai tutte ascrivibili a un solo lato della barricata. Sicuramente, però, dopo decenni di giogo e vessazioni che hanno chiarito la responsabilità storica dei carcerieri, il lato giusto verso cui propendere – senza ricadere, sottolineiamo, in fanatismi al contrario – sventola la bandiera di un popolo senza Stato, di una Palestina che, Bergoglio benedicente, al momento si deve sperare possa sorgere libera e sovrana.

I più letti

Per approfondire

Fine primo tempo

Mentre gli allarmi antiaerei risuonavano già in tutta la regione iraniana, la mediazione pachistana riesce a trovare un cessate il fuoco di due settimane. Lo Stretto di Hormuz verrà aperto durante le trattative. Uno spiraglio di pace che dà respiro ai mercati anche se l'accordo duraturo rimane una chimera.

Il momento dei turchi

Mentre l’Iran sembra perdere terreno tra proteste interne e pressione occidentale, Ankara espande la propria influenza dalla Siria alla Libia, dai Balcani all’Africa orientale, circondando Israele e costringendo Washington a riequilibrare le proprie priorità. Integrata nella NATO ma capace di cooperare con Mosca, la Turchia emerge come attore flessibile e centrale, meno demonizzabile dell’Iran e in grado di erodere il tradizionale primato strategico israeliano negli Stati Uniti.

L’asse delle frodi

Dietro l’ondata di truffe legate a finti seminari di trading online e alle cosiddette “shitcoin” che sta colpendo migliaia di risparmiatori europei si nasconde un asse transnazionale consolidato. Mente strategica, capitali, software made in Tel Aviv. Base operativa: Nicosia. Un racket da centinaia di milioni di dollari al mese.

La cantata dei giorni dispari di Gaza

Israeliani e Palestinesi combattono in una terra che Golda Meir, in un empito di umorismo ebraico, guardava sorridendo non comprendendo perché, pur così povera, fosse valsa 40 anni di espiazione divina nel deserto. È una guerra antica, che estende le sue radici nel tempo e che non troverà mai facile soluzione. Al momento, i due Stati sono un’utopia. Con gli occhi di Eduardo, il Mediterraneo attende il ritorno dei più felici giorni pari, mai tuttavia così impalpabili ed evanescenti.

La sfida libanese - parte 2

Il cessate il fuoco fra Israele e Hamas arriva come una sassata, ma per certi versi Gaza e la questione palestinese sembrano lontane.

Gruppo MAGOG