Il Papa palestinese

Il Vaticano riconosce lo “Stato di Palestina” e si schiera con i deboli. Ora accuseranno il Papa di antisemitismo?
Il Vaticano riconosce lo “Stato di Palestina” e si schiera con i deboli. Ora accuseranno il Papa di antisemitismo?

Sepolto sotto una pioggia di propaganda filo-israeliana (e chiamiamola con il suo nome, l’informazione a senso unico sulla guerra d’occupazione, ripeto guerra d’occupazione, di Israele contro i palestinesi) sta un vecchietto arzillo e tenace di bianco vestito che, da buon gesuita avvezzo alla realpolitik, ha compiuto una mossa che gli è valsa il silenzio-stampa generalizzato, quasi non stessimo parlando dello stesso Papa che appena fa l’ennesimo condivisibile discorsetto sulle culle vuote si vede sparato su tutti i media come avesse detto chissà che novità, mentre in questo caso niet anche se la novità c’è tutta, dirompente sul fronte diplomatico e sul piano simbolico: il Vaticano vuole riconoscere lo “Stato di Palestina”. C’è un solo problema: che non esiste nessuno Stato di Palestina. Esistono invece i palestinesi ostaggi in Territori Occupati dallo Stato d’Israele che invece c’è eccome, e che da ottant’anni li tiene sotto il suo tallone, previo via libera di un’Organizzazione Mondiale delle Nazioni Unite che sappiamo tutti esser da sempre un semi-fantoccio in mano alle potenze con seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, Usa in primis (altrimenti non avremmo conosciuto aggressioni fondate su prove fasulle come l’Afghanistan o l’Irak, giusto per fare due esempi relativamente recenti).

Non c’è bisogno di professarsi cristiani per constatare che il capo dello Stato della Chiesa sito a Roma questa volta ha agito anche, e forse soprattutto, in linea con il principio-base della fede in quel Cristo di cui è vicario in terra: schierarsi dalla parte del più debole. E il più debole, in un conflitto che gli stessi velinari filo-israeliani devono ammettere essere “asimmetrico”, è il popolo palestinese. Che sì, d’accordo, sarà diviso in fazioni, con il presidente della paralitica Autorità locale, Abu Mazen, che ha approfittato dell’attacco per rinviare elezioni notoriamente già vinte, e magari con qualche ragione, da quei fondamentalisti di Hamas, i quali sbagliano nel fornire alibi al nemico ricorrendo al terrore missilistico, pur di reagire alle angherie di un’occupante dotato di uno dei più formidabili eserciti al mondo, oltre che dell’atomica; ma che tuttavia è, e resta, quello palestinese, un popolo appestato il cui diritto all’autodeterminazione (ricordate i 14 punti di Woodrow Wilson, amici yankee?) è schiacciato e vilipeso come se fosse un ceppo umano di serie B. Pur agendo e sapendo agire sullo scacchiere internazionale come sempre ha fatto la Santa Romana Ditta, e cioè districandosi in quella cosa sporca e crudele che è il Potere, il Papa ha fatto anzitutto il Papa. E difatti si è beccato l’oscuramento della disinformazia occidentale, tutta allineata al fianco del più forte. Meglio tacitarlo, far finta di niente, se no, in linea puramente teorica, avrebbe potuto incorrere pure lui nell’automatica bolla d’infamia con cui il partito preso pro-Tel Aviv in genere criminalizza i pochissimi insubordinati (ciò che resta delle kefiah a sinistra e a destra, sparute voci giornalistiche come Alberto Negri, Alessandro Di Battista e Moni Ovadia) non plaudenti alle stragi di bambini: l’accusa di antisemitismo. Diffamatoria doppiamente, per una Cristianità cattolica che Pio XI definì già nel 1938 “spiritualmente semita” (per non parlare di quella protestante, molto più “veterotestamentaria”, quindi vicina, anche teologicamente, all’ebraismo, specialmente negli Stati Uniti) e che nel 2000 Giovanni Paolo II fece idealmente curvare a richiedere il perdono, presso il Muro del Pianto, ai “fratelli maggiori” vittime di un paio di migliaia d’anni di anti-giudaismo.

Ma diffamatoria comunque, nonché ormai così trita da risultare imbarazzante. Io devo poter dirmi anti-israeliano, cioè criticare e condannare le decisioni dei governi israeliani, senza per questo essere confuso né con gli anti-sionisti fossilizzati al 1948, che sorvolano un po’ troppo sulla Storia dell’ultimo secolo, né men che meno con un cerebroleso che odia tutti gli Ebrei sparsi nell’orbe terracqueo, e neppure con un minus habens che se la prende con il popolo israeliano in quanto tale. Così com’è pazzesco sentirsi dare del nazista o, che so, quinta colonna filo-iraniana, se poniamo dovessi sostenere che il collegamento Usa-Israele è storicamente annodato da interessi anche economici con un peso enorme (tra l’altro, come potrebbe essere diversamente, data l’influenza guadagnata nel tempo in terra statunitense dai figli della Diaspora?). Il vero razzista è semmai chi parteggia per gli Ebrei, o per gli Ebrei d’Israele, a priori e con supinità canina, prescindendo dalle responsabilità contingenti, mai tutte ascrivibili a un solo lato della barricata. Sicuramente, però, dopo decenni di giogo e vessazioni che hanno chiarito la responsabilità storica dei carcerieri, il lato giusto verso cui propendere – senza ricadere, sottolineiamo, in fanatismi al contrario – sventola la bandiera di un popolo senza Stato, di una Palestina che, Bergoglio benedicente, al momento possiamo solo sperare che un giorno sorga libera e sovrana.

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