Nel regno dei cloni

Gli studi sulla clonazione sono più reali di quanto immaginiamo e ci riguardano molto da vicino
Gli studi sulla clonazione sono più reali di quanto immaginiamo e ci riguardano molto da vicino

Quando una impresa è tecnicamente possibile, per importante o stupida che sia, prima o poi qualcuno la realizza. 1978 viene alla luce Louise Brown, il primo bimbo in provetta e il mondo ne è sconvolto. Oggi Louise ha compiuto 42 anni e i figli della provetta sono più di 8 milioni nel mondo di cui 30.000 solo in Italia. Ma i fatti iniziati con quella provetta sono andati molto, molto avanti e non si stanno più fermando. New York, una coppia che non può avere figli che si presenta oggi alla Columbia Presbyterian Medical Center di Manhattan può chiedere di adottare un embrione che assomigli al marito, occhi azzurri, carnagione chiara, capelli biondi. A questo punto il direttore mostra un catalogo: “No, mi dispiace, le donatrici dei nostri ovuli sono di origine centroamericana e i donatori di sperma sono bulgari, rumeni o messicani. Non abbiamo donatori con le sue caratteristiche da nordamericano, però c’è uno scozzese, che potrebbe assomigliare.” “Può andare bene.” Dice la coppia. Un embrione costa circa 3.000 dollari e la coppia per sicurezza acquista anche embrioni del bulgaro del rumeno e del messicano. La donna si sottopone a inseminazione. Dei 4 embrioni ne sopravvivono due. La donna rimane incinta di due gemelli. Chi sono? L’adozione di questi embrioni si muove in un territorio privo di leggi. Questo tipo di adozione non è un caso limite. Sono dozzine le americane che si rivolgono a cliniche private e chiedono di adottare gli embrioni. E trovano un’offerta di embrioni surgelati, catalogati e immagazzinati in attesa del cliente. Non c’è nessuna norma che regoli la creazione di embrioni e la loro vendita. Per cui potrebbe accadere che potenziali fratelli finiscano nell’utero di donne diverse senza saperlo. 

Fairfax, Virginia, alla “Genetics and In Vitro Fertilization” alcuni scienziati hanno messo a punto una tecnica che si basa sulla differenza della quantità di Dna presente negli spermatozoi a seconda che siano portatori del cromosoma Y maschile o X femminile. Ciò consente di analizzare le cellule spermatiche una per una e scegliere il sesso del nascituro. I ricercatori della In Vitro hanno prodotto campioni di sperma al maschile ed al femminile da utilizzare su richiesta delle aspiranti mamme. 

Di tutto il mondo della fertilizzazione in vitro, la clonazione rappresenta probabilmente solo la punta dell’iceberg e pur avendo colpito violentemente l’immaginario collettivo, questa tecnica è in realtà l’ultima, per importanza e diffusione, e la meno pericolosa. 

La parola clonazione deriva dal greco Klon: gemma. Con questo termine si intende la riproduzione identica del Dna di un solo individuo. In pratica è come se si generasse un gemello a distanza di tempo. Dire che questo essere umano ha un solo genitore è biologicamente e concettualmente sbagliato, il Dna che si riproduce è comunque il prodotto delle due cellule sessuali che avevano in precedenza generato il donatore. La differenza sta nel fatto che se ne fa una copia partendo da una cellula non sessuale. Le cellule sessuali, spermatozoi ed ovociti che sono deputate alla procreazione possiedono solo metà del patrimonio genetico, mentre tutte le altre cellule del corpo umano ne possiedono la totalità e si chiamano totipotenziali, ma sono limitate nel loro sviluppo a produrre solo una parte della loro potenzialità. Si dicono: differenziate, perché a seconda degli organi si comportano da cellula del fegato, del cuore, della pelle, … 

1960 Gurdon dell’università di Cambridge riesce a clonare una rana partendo da cellule di girini. Però, i tentativi di clonare partendo da cellule di una rana adulta furono così fallimentari da fargli credere che la clonazione di animali adulti fosse impossibile. 

Febbraio 1997, dopo una lunga serie di altri tentativi, l’istituto Roslin di Edimburgo diretto da Ian Wilmut annuncia la nascita della pecora Dolly. Dopo 277 tentativi, è stata clonata da una cellula di mammella adulta completamente specializzata. I ricercatori scozzesi hanno usato delle cellule mammarie congelate per produrre la pecora Dolly e in quell’esperimento sono successe alcune cose che ancora non sono del tutto spiegabili, ma la storia della clonazione non si è fermata qui. 

Dicembre 1997 Università delle Hawaii nasce Cumulina, un piccolo clone di topo femmina. La tecnica usata è stata quella di Dolly, ma usando le cellule follicolari, cioè quelle che circondano l’ovocita, e che vengono chiamate cellule cumuloA partire da Cumulina, sono stati prodotti già migliaia di topi, cloni di cloni, che hanno raggiunto ormai la 5° generazione. L’esperimento, oltre che mostrare il grande potenziale della clonazione dei mammiferi, doveva servire a verificare la durata della vita dei cloni dopo i dubbi insorti intorno a Dolly, nata vecchia e quindi secondo alcuni destinata a vita breve. Cumulina è riuscita a festeggiare i 4 anni di vita, in vantaggio sui 3 che in genere rappresentano l’aspettativa di vita di questi animali, come dire una bella età e una smentita ai dubbi di Dolly. Due obiettivi raggiunti. 

Dicembre 1998, un’équipe di scienziati dell’università di Seoul diretti dal prof Lee Byung-Chun, annuncia progressi importanti nella ricerca sulla clonazione di cellule umane finalizzate alla produzione di organi per trapianti. Alcune agenzie parlano della creazione di un embrione umano per clonazione. Gli scienziati sudcoreani hanno rimosso in laboratorio il nucleo da un uovo donato da una donna e ha introdotto il nucleo di una cellula prelevata dalla stessa persona. L’ovocita è stato poi coltivato fino a che non ha prodotto una cellula con 4 nuclei, ultimo stadio prima della formazione di un’insieme di cellule umane che danno l’inizio alla creazione dell’embrione. L’esperimento a questo punto è stato interrotto. Il prof. Lee dice di essersi fermato prima del 14° giorno, nel rispetto dell’impegno di non tentare la clonazione umana assunto nel ‘93 dagli scienziati sudcoreani. Il passo successivo avrebbe dovuto essere l’impianto dell’uovo in un utero ospitante per lasciarlo sviluppare fino alla trasformazione in una cellula da cui produrre organi umani. Lee dopo essersi fermato ha affermato che la clonazione di embrioni umani dovrebbe essere incoraggiata in modo che la ricerca possa creare organi per aiutare l’umanità. Fuori dall’ospedale universitario e in tutto il mondo si sono levati cori di protesta. Benché l’exploit fosse nell’aria lo sconcerto nel mondo politico, religioso e scientifico è stata grande. La paura del mostro è tornata ad aleggiare sulle teste di tutti. Scienziati ed opinione pubblica temono che al primo stadio della clonazione, ora tentato con apparente successo dai medici coreani, seguano i successivi tentativi, fino alla nascita del primo clone vero e proprio, gemello identico di un solo individuo. 

Infatti nel giugno 1999 l’annuncio shock dall’America: “Nel 2001 avremo il primo bambino clonato”. Cosa è successo? È successo che, condannata dai governi e dai parlamentari di tutto il mondo, proibita da Bill Clinton (ma ricordiamo che in questa materia in USA si proibisce solo l’utilizzo di certe tecniche con l’uso di soldi pubblici, con i soldi privati si può fare quello che si vuole), esecrata dai comitati dei religiosi, degli studiosi e bioetica e dalle paure pubbliche, si è scoperto che la clonazione viene realizzata tutti i giorni in 2 laboratori privati statunitensi. 

Presso 2 aziende di biotecnologia in California e nel Massachusetts, venivano prodotti embrioni di uomo perfettamente vitali, utilizzando uova di donna e di mucca, svuotate di materiale genetico e fuse con Dna umano, che gli scienziati allevavano e sopprimevano dopo una dozzina di giorni. “Sono tessuti da utilizzare per la ricerca medica,” dichiarano loro. “Servono a ricreare colonie cellulari utili a sconfiggere malattie come il diabete o il Parkinson.” “Sono piccole vite uccise,” per molti altri. Vite, che se ospitate in un utero materno produrrebbero dopo nove mesi una creatura dal nome inquietante: un clone. Il confine tra uno scopo scientifico e lo spauracchio della clonazione diventa sempre più sottile. Prima del 14° giorno, le cellule embrionali, sono indifferenziate, cioè non hanno ancora definito la loro missione di limitarsi a creare un solo tessuto. Da quelle cellule si potrebbe perciò costruire qualunque organo umano con le stesse caratteristiche genetiche del donatore: un cuore, un fegato, la cornea. Senza più problemi di rigetto. Gli scienziati di queste 2 industrie dicono che l’inserimento di uno di questi embrioni in un utero non è ancora stato fatto.  I ricercatori California si fermano a un passo dalla differenziazione che porta a creare l’unicità dell’individuo, il 14° giorno. Lee Byung-Chun dichiara di essersi fermato in tempo, ma nel frattempo ha creato il primo clone di cane nel 2005 e poi Snuwolf il primo lupo morto nel 2009 per un’infezione allo zoo di Seoul. In US le attuali disposizioni proibiscono lo stanziamento di fondi federali per la ricerca nell’ambito della clonazione umana nelle istituzioni pubbliche e private come le università che ricevono finanziamenti federali, ma non vi sono leggi federali che bandiscano la clonazione completamente. Si devono fermare le sperimentazioni scientifiche? Gli schieramenti pro e contro sembrano facili.  Si può dire il clone non è nient’altro che un gemello a distanza di tempo, per cui non c’è niente di male a creare dei gemelli, esistono già in natura e la narrazione ci presenta Dio come primo clonatore dell’umanità con la sua costola di Adamo. Oppure sostenere che il valore di unicità dell’uomo è la sua più grande potenzialità e il suo più grande mistero, sia che derivi da Dio o da una galassia lontana, e che non si può permettere che la scienza vada a modificare tutto questo, inserendo una nuova modalità nella procreazione dell’uomo.

Ma ormai è troppo tardi, non potremo mai disinventare quello che è già stato inventato. Su internet esistono già società con tanto di direttore scientifico e tariffario che offrono la possibilità di clonare le proprie cellule e magari delle proposte di polizze assicurative “Insuraclone” che consentono di mettere al sicuro i propri cari con delle cifre che variano da 50.000 a 200.000 dollari a seconda che le cellule da immagazzinare presso la società siano del nostro figlioletto o del cagnolino al quale siamo tanto affezionati. Provare per credere, www. Clonaid. com, www. Human cloning.com. Nel 1998 un anonimo miliardario americano ha donato alla A&M Texas University 2,3 milioni di dollari perchè mettessero a punto la clonazione del suo amato cane Missy, un incrocio tra Collie e Husky. E’ così nato il Missyplicity Project (www. Missyplicity.com). I ricercatori furono subito sommersi di richieste da parte di singoli o di allevatori professionisti e decisero di fondare la Genetic Savings & Clone, la prima banca genetica del cane (www. savingsandclone.com). Bastano 1.000 dollari per mettere a –196 il Dna del proprio animale. Grazie ad un kit d’emergenza inviato dalla società è anche possibile prelevare cellule da un animale deceduto, (massimo da una settimana) ma il prezzo sale a 3.000. Il costo per un cucciolo clonato dovrebbe aggirarsi inizialmente sui 200.000 dollari per poi dimezzarsi il secondo anno. È facile immaginare la domanda di un tale servizio. Solo negli USA i cani con un padrone sarebbero 55 milioni, e statisticamente ogni anno ne muore il 10%. Da pochi mesi un’altra società, la Lazaron Biotecnologies della Louisiana, ha lanciato l’idea di uno zoo surgelato del Dna di tutte le specie a rischio. Potrà essere conservato in azoto liquido per 1.000 anni, così le generazioni future, potranno riprodurre quello che i loro nonni hanno sterminato.

Ma comunque favorevoli o contrari ognuno penserà, “follie da nuovo millennio, questi sono problemi che non mi riguardano.” Errore, ognuno ci può clonare a nostra insaputa, e forse per qualcuno di noi è già stato fatto. Supponiamo che qualcuno desideri creare una nostra copia una volta che la tecnologia sarà disponibile. Chiunque egli sia non gli sarebbe affatto difficile trovare qualcuna delle nostre cellule da cui provare a clonarci e nessuno di noi lo verrebbe mai a sapere. Noi non ci rendiamo conto di lasciare in giro in continuazione frammenti di nostri tessuti. Se abbiamo donato sangue, subito una biopsia o un’operazione chirurgica, ci sono buone possibilità che una parte di noi sia ancora conservata al sicuro nel frigorifero di qualche patologo, con una bella etichetta sopra. In gran parte dell’Europa e degli USA, vengono prelevati di routine dai neonati i campioni di sangue necessari al controllo genetico che vengono poi conservati per decenni. Se si è interessati all’acquisto di un frammento schedato, basta andare in America, nessuno è più fornito dell’Istituto di Patologia delle Forze Armate Americane di Washington D.C. Una banca del tessuto frequentata da patologi e ricercatori forensi che offre una varietà di circa 100 milioni di frammenti diversi. Sempre più frequentemente questi campioni vengono dati o venduti a istituti accademici o industrie biotecnologiche per ricerche genetiche. 

La fantasia porta i divulgatori a immaginare fabbriche di organi, catene di assemblaggio di parti umane, scorte di pezzi di ricambio disponibili solo per i più ricchi, a ipotizzare nuovi dittatori desiderosi di creare schiere di individui tutti uguali per scopi di miglioramento della razza o di eugenetica  folle del tipo hitleriano. La verità è che non si riesce a fermare la scienza con leggi o pareri morali, non è mai successo nel passato quando quei pareri potevano significare la morte e tantomeno succederà adesso. Il convincimento che la clonazione sollevi un eccezionale problema di identità è ormai molto diffuso tra la gente, ma è un’interpretazione sbagliata. Un clone è solo un gemello nato a distanza di tempo e in realtà un clone è geneticamente meno identico di un gemello monozigote perché c’è una piccola parte di Dna in alcuni organuli che si chiamano mitocondri e che non sono dentro il nucleo ma bensì nel citoplasma che si butta via, cioè non si trapianta.  Nei solo USA su 4 milioni di nascite all’anno la frequenza di gemelli monozigoti è di circa 1 su 400, cioè circa 30 individui con il medesimo Dna che nascono ogni giorno e sono individui tutti diversi tra loro. In realtà i gemelli monozigoti differiscono nel temperamento, nei processi mentali, nelle capacità, nelle scelte di vita, nelle sequenze delle malattie e nella morte. 

In base ad un principio fondamentale della “Biologia dello sviluppo”, gli organismi sono sottoposti a un cambiamento continuo, dal concepimento alla morte, uno sviluppo che è l’irripetibile conseguenza dell’interazione dei geni all’interno delle cellule, della sequenza temporale di ambienti attraversata dagli organismi e dei processi cellulari casuali che determinano la vita, la morte e le trasformazioni delle cellule e quindi dell’individuo che compongono. Di conseguenza, in due gemelli monozigoti, non sono uguali nemmeno le impronte digitali. Nonostante gli sforzi di certe famiglie di dare nomi con le stesse iniziali, di vestirli, pettinarli nello stesso modo, di dare gli stessi libri, gli stessi giocattoli, pur essendo vero che il corredo di geni identici contribuisce moltissimo alla loro somiglianza, ciò che in questo caso minaccia maggiormente l’individualità dei soggetti è l’impulso dei genitori a creare tra loro una identità assoluta. 

Negli anni ’40 il dottor Dafoe della provincia dell’Ontario in una zona rurale del Canada francofono, esibiva per il divertimento dei turisti le cinque gemelle Dionne nate in quel paese e geneticamente identiche. Venivano vestite e pettinate in maniera identica e mostrate come curiosità locale. Questa esibizione durò per tutta la loro adolescenza, ma da adulte le gemelle Dionne riuscirono ad essere infelici ognuna a modo suo. 3 si sposarono ed ebbero figli. 2 si diplomarono e 3 seguirono un corso di infermiera, 1 non studiò. 3 furono attratte dalla vocazione religiosa ma solo 1 si fece suora. 1 affetta da epilessia morì in convento all’età di 20 anni, 1 morì a 36 e le altre risultavano ancora vive all’età di 63 anni. 

Rifiutiamo il falso luogo comune che identifica patrimonio genetico con persona. 

L’idea di clonare Einstein o Mozart è un assurdo biologico.

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