Nei bassifondi dell’immensità

La canzone più bella di Franco Battiato l’ha scritta Juri Camisasca, s’intitola “Nomadi”. Piccolo elogio della vita raminga, contrabbando di deserti e oscurità
La canzone più bella di Franco Battiato l’ha scritta Juri Camisasca, s’intitola “Nomadi”. Piccolo elogio della vita raminga, contrabbando di deserti e oscurità

La canzone di Franco Battiato che preferisco è Nomadi, sta nell’album Fisiognomica, del 1988, l’ha scritta Juri Camisasca. Certo, potrei fare una lista di almeno altre dieci canzoni di Battiato che amo – L’ombra della luce, Lode all’inviolato, Alexander Platz, I treni di Tozeur… – ma quella canzone in particolare è un invito al viaggio, un inno alla vita insulare, solitaria, nell’assioma dell’indifferenza, appassionando i passi al vento, alla sua norma. Probabilmente, occupa un posto particolare anche per Battiato: l’album in spagnolo pubblicato nel 1987, che raccoglie, chessò, Bandera blanca e Yo quiero verte danzar, s’intitola, appunto, Nómadas.

Al di là della canzone in sé – Fisiognomica è un album pieno di perle come E ti vengo a cercare e L’oceano di silenzio – è il tema, il nomadismo, il vagabondaggio spirituale, ad essere centrale in Battiato. A scrivere il testo di Nomadi, appunto, è stato Roberto Camisasca, ovvero “Juri”, settant’anni dieci giorni fa, amico di Battiato dai tempi del militare e suo collaboratore storico, fin da Clic (1974) e dal progetto Telaio Magnetico. La via di Camisasca, musicista – nel 1974 pubblica La finestra dentro, poi, dopo oltre un decennio, Te Deum, Arcano enigma e altri dischi – e pittore di icone, è radicale. Alla fine degli anni Settanta fa vita monastica con i benedettini, che abbandona per l’eremitaggio sull’Etna. Segue Battiato nella costruzione dell’opera Genesi (1987) e Gilgamesh (1992), scrive testi per Alice, Milva, Giuni Russo. Pratica l’anonimato, il nomadismo dalla fama. Nomadi è un punto centrale nella discografia di Battiato, lambire l’intimità con l’indefinito, l’eccidio di ogni sicurezza: il nomade percorre periferie e sottosuoli, setaccia le ombre, ambisce a ciò che la Storia dimentica, pronto a tutto, di tutto curioso, a tal punto sé da poter essere tutt’altro, da smemorarsi. Rinnegare la casa in favore della tenda, scegliere il bosco, il deserto, la montagna rispetto alla città, inoltrarsi nell’enigma vuol dire combattere la civiltà e le sue convenzioni, vincere il giogo di una fede stantia, burocratica, preferire le stelle al tempo, l’inaccessibile al reperibile.

Un’intera storiografia occidentale condanna i nomadi, perché disinnescano le turbe del progresso, le fisime della legge: “Sono tutti senza sedi fisse, senza focolare, senza norme, senza costumi, simili sempre a fuggitivi… Nessuno se interrogato è in grado di rispondere donde provenga”, scrive Ammiano Marcellino. Eppure, il nomade non è il rinnegato, lo sradicato, lo sregolato; al contrario, le norme di natura sono ben più ferree di quelle di un pollaio parlamentare, non conoscerle significa morire. Il nomade sa dove viene, segue una chiamata – foss’anche il fischio della morgana – e la sua marcia è stagionale: piuttosto, non è un idolatra dell’io e diversa, semmai, è la latitudine delle sue radici. D’altronde, Dio non chiede di incamminarsi?, non parla agli esiliati nel deserto?, non si rivolge solo sui monti, ai soli? Già, dove si celebra un dio? Nelle basiliche e nei templi, in un’Amazzonia di colonne, o tra i veli, nell’arca che si trascina lungo gli impervi, nell’elemento mobile e vigile? Come si può rinchiudere il dio in una sfera di marmo?

Bruce Chatwin è il paladino dell’anatomia dell’irrequietezza – così il libro edito da Adelphi nel 1996 –, l’esteta dell’horreur du domicile, il teorico dell’alternativa nomade: “I viaggi reali sono più efficaci, economici e istruttivi di quelli fittizi. Dovremmo seguire i passi di Esiodo su per il Monte Elicona, e udire le Muse. Se ascoltiamo attentamente appariranno di certo. Dovremmo seguire i saggi taoisti, Han Shan che nella sua piccola capanna sulla Montagna Fredda osserva il passare delle stagioni, o il grande Li Po”, scrive. Eppure, la proposta di Battiato/Camisasca è quella di cambiare vita; ogni viaggio, in effetti, è tale se contempla la perdita completa di ciò che si è lasciato – diversamente, è turismo. Il libro più bello sull’etica nomade, tuttavia, lo ha scritto Eugenio Turri (1927-2005), grande viaggiatore e geografo, s’intitola Gli uomini delle tende. Dalla Mongolia alla Mauritania (Bruno Mondadori, 2003). Dei nomadi – che non dileggiano la città, anzi, la attraversano come fosse un’astronave, tra terrore e timore; semplicemente, sono magnetizzati da altro – racconta la disobbedienza, la ribellione, l’inadempienza alla vita civile:

“Fin dalle origini i pastori evadono, fuggono dagli obblighi delle organizzazioni sedentarie, rispetto alle quali si comportano come ribelli o contestatori… In chiave politica questa evasione dalle maglie urbane e sedentarie per darsi alla vita nomade e fuggitiva può essere vista come una riluttanza a essere sudditi di un potere che si fa vessatorio attraverso i suoi stessi meccanismi di dominio”.

Naturalmente, non basta canticchiare una canzone per spalancare i paradisi del nomadismo ed è inutile, svaccati sulla scrivania, adornare di rose un concetto. Il nomadismo, soprattutto, è vita che sfianca, ferocia, a tratti fanatismo; significa stare conficcati nel rischio, alla mercé della brutale corrente del mondo. Il punto di equilibrio, semmai – una fioriera del sogno –, lo danno i grandi vagabondi, liberi, perfino, dalla prigionia della fame, allievi della provvidenza: Francesco che prega lungo le foreste toscane e romagnole, imponendo che alcun tetto protegga i suoi fratelli; Basho, Ryokan, Saigyo, i monaci-poeti del Giappone che vestivano stracci e abitavano capanne, surfando sull’insussistente. Dove sono questi supereroi della solitudine? A volte se ne trovano, scanditi dal sorriso – o dalla solare scontrosità – con volti come fiumi.

“L’andare dei nomadi nella piana di Backwa è uno spettacolo inusitato per noi motorizzati che viaggiamo sulle autostrade. Vanno in silenzio, sollevando appena un fruscio, una piccola scia di polvere, al ritmo (ohé… ohé…) del capo carovana che segna il passo, sollecitando l’andatura delle bestie, degli asini, dei cammelli e degli uomini che, armati, fanno ala ai vecchi, ai ragazzi e alle donne, misteriose come regine antiche resuscitate. Passano simili a velieri in mare, lentamente si allontanano, si perdono all’orizzonte… Sono come uccelli migratori. Non si sa dove andranno. Poi gradatamente finiscono inghiottiti nello spazio, nei lontani e polverosi orizzonti di Backwa. Di loro non si saprà più nulla”.

Così scrive Turri in un libro di tormentosa bellezza, Taklimakan. Il deserto da cui non si torna indietro (Tararà, 2005). Backwa è nell’Afghanistan occidentale, ma potrebbe essere tra le nuvole. Si tratta, in fondo, di un contrabbando col buio, di capire quale deserto può pareggiare il nostro, sotto questa foresta di costole.

***

Nomadi (F. Battiato; J. Camisasca)

Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità
Nelle nebbie del nord e nei tumulti delle civiltà
Tra i chiaroscuri e la monotonia
Dei giorni che passano

Camminatore che vai
Cercando la pace al crepuscolo
La troverai
La troverai
Alla fine della strada

Lungo il transito dell’apparente dualità
La pioggia di settembre
Risveglia i vuoti della mia stanza
Ed i lamenti della solitudine
Si prolungano

Come uno straniero
Non sento legami di sentimento
E me ne andrò
Dalle città
Nell’attesa del risveglio

I viandanti vanno in cerca di ospitalità
Nei villaggi assolati e nei bassifondi dell’immensità
E si addormentano sopra i guanciali
Della terra

Forestiero che cerchi
La dimensione insondabile
La troverai
Fuori città
Alla fine della strada

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