Morte, rito, società

La società dei consumi ci ha disabituato alla concretezza delle immagini di morte, relegando la sofferenza nel privato e rendendo la collettività apatica
La società dei consumi ci ha disabituato alla concretezza delle immagini di morte, relegando la sofferenza nel privato e rendendo la collettività apatica

Squilla il telefono. È una chiamata dal mare: sono in 130 su quel gommone a largo delle coste libiche, stanno per annegare. È inutile girarci attorno, tirarla per le lunghe, infiocchettare il testo con espedienti retorici, arricchire la narrativa: centotrenta persone stanno per morire in mare e tutta l’Europa lo sa. Certamente lo sanno tutte le autorità di competenza, ogni costa che potrebbe offrire un porto sicuro, che potrebbe inviare soccorsi. Lo sanno i libici, di cui sarebbe competenza l’operazione di salvataggio. Ma il mare è brutto, ci sono onde di sei metri, e la guardia costiera non ha alcuna intenzione di uscire. Così i milioni italiani in forma imbarcazioni donate restano in porto. Nessuno fa nulla. I centotrenta, come previsto, muoiono. I giornali si lanciano all’invettiva, l’Onu accusa l’UE, si pubblicano fotografie di cadaveri. Alle orecchie che non sentono e non sentivano, sorde come quella notte attaccate alle cornette negli uffici del potere,arriva forse un lontano fruscio. È solo polemica: domani passa. 

Roma, la stessa settimana. Circa duemila bare in attesa: è la morte in pausa. Purgatorio in terra. Chi dovrebbe passare di là resta momentaneamente incastrato, e chi è in ancora vita e dovrebbe celebrare il rito non può. Bloccato il passaggio, bloccato il lutto: è l’incastro di uno stato sociale e di uno d’animo. Il non-più-vivo non vede sancito il suo nuovo status di morto, chi ha dovuto affrontare il peso di una morte non può tornare alla vita. D’altra parte la collettività, a cui il rito è intrinsecamente legato, attraverso cui il rito vive, si articola e con un po’ di fortuna ci guarisce, non è che un ricordo lontano. Il dolore individuale anche in questo caso guadagna le prime pagine. Raggiunge le pubbliche amministrazioni. La procura indaga, in cerca di un capro espiatorio. La rabbia, si sa, va direzionata con cura.

Un giorno qualsiasi nell’ultimo anno, a un tavolo qualsiasi di una casa qualsiasi: 

“Quanti morti oggi?” 

“321”

“Neanche male dai”

La vita continua, altro non può fare. 

La morte però, non ci piace pensarci, è una parte essenziale dell’esistenza. L’ultimo tassello, il tocco finale. Non ci piace farci caso, ma la morte – lo scrive lo psichiatra francese Eugène Minkowski in Il Tempo Vissuto (1971) e lo dice Walter Benjamin in The Storyeller (1968) – è il capitolo finale dell’esistenza e molto più di questo: è l’ultimo punto, ciò che ne sancisce il senso. Dopo aver messo, dopo aver letto l’ultimo punto la storia cambia, il personaggio svanisce. Il lettore sopravvive, ma è trasformato per sempre. L’ultimo punto è liberazione dall’incognita e accettazione del significato, finalmente visibile nella sua completezza. L’ultimo punto è il passo indietro dopo la pennellata finale dell’artista: il quadro è completo, in un respiro si rivela finalmente, e solo allorasi può valutare. Prima c’è soltanto divenire, solo processo. 

La morte è diventata, secondo l’antropologo Geoffrey Groer, il tabù sociale per eccellenza dopo che ci siamo liberati dagli inflessibili moralismi di eredità vittoriana legati al sesso. Scrive lo storico Philippe Airés che la morte, un tempo tenuta in piena vista, sia nella sua dimensione fisica che in quella spirituale, si è legata nella società contemporanea a un senso di vergogna. In una società che ci vuole sempre felici, icone sorridenti, trionfanti e ininterrottamente intenti all’acquisto, la morte deve stare fuori: non c’è spazio per la tristezza nella società dei consumi. Il dolore diventa un’ammissione di colpevolezza: la colpa è non far parte del sistema produttivo della felicità. Poco importa che sia autentica: il senso del vero è sopravvalutato, si è perso quasi del tutto. Il dolore non vende, pare. Per dirla col filosofo coreano Byung-Chul Han, “dolore e commercio si escludono a vicenda”. Ci viene così insegnato a soffrire, a elaborare il lutto esclusivamente in privato, disturbando il meno possibile perché la sofferenza genera disagio. Così la morte si è a poco a poco allontanata, è stata accantonata, denigrata, e infine rimossa. 

Il risultato di questo processo è che quando siamo costretti ad avere a che fare con la morte in quanto collettività, al di fuori dalle private mura di casa (dove comunque l’elaborazione presenta fisiologiche difficoltà), ci troviamo spiazzati, sprovvisti degli strumenti per dare una risposta umana a questo fenomeno che ci appare strano, curioso. Tutto quello che riusciamo a produrre, di conseguenza, sembra essere indifferenza. Scrive Carlo Levi nel suo romanzo L’Orologio

“Da tutte le case attorno nessuna finestra si apriva: e quelle che erano aperte venivano richiuse in fretta: ma dietro ogni imposta c’erano occhi a guardare intenti. Qualcuno passava per via, ma, come vedevano il morto, scantonavano in fretta, con gesti di ribrezzo, di compiacimento o di terrore.”

Ad essere dietro scuri semiaperti oggi è l’intera collettività. Il morto sta sotto e noi non riusciamo a smettere di guardare in strada. Così è divenuta quasi compulsiva l’abitudine – meglio, l’assuefazione – alla conta dei morti del telegiornale delle otto: il sentimento che accompagna il numero non è chiaro, ma il momento in cui il conduttore pronuncia la fatidica cifra ci lascia dentro come un brivido. Saldi nel ruolo di personaggi riverenti, ci guardiamo bene, questo è chiaro, da scendere una rampa di scale e uscire per via. O per mare. Avvicinarsi davvero alla morte fa impressione.

Nelle fotografie sui giornali dello scorso weekend galleggiano cadaveri in giubbini di salvataggio. Guardandole tremiamo per un attimo, “è terribile”, sussurriamo piano, “un’ingiustizia”, “una disumanità”. Eppure dopo poco passa tutto. Scrive Susan Sontag nel citatissimo Davanti al dolore degli altri che:

“La gente non si assuefà a quel che le viene mostrato a causa della quantità di immagini da cui è sommersa. È la passività che uccide i sentimenti”. 

Allo stesso tempo:

“le atrocità che non vengono fissate nella nostra mente da celebri immagini fotografiche, o di cui ci sono semplicemente state mostrate pochissime immagini, sembrano più remote”.

Il risultato della collusione tra le due tendenze è complesso: se non vedo non credo, ma anche se vedo non sento, non davvero o comunque non per molto. Per “passività” non si intende necessariamente la non-azione: la passività a cui si riferisce Sontag è una passività di pensiero, una disabitudine alla concretizzazione dell’immagine mentale. La foto resta sulla pagina, l’occhio vede, ma la mente non si attiva. Non oltre un certo limite tacitamente imposto. Anzi, auto-imposto. In La Società della Stanchezza, Byung-Chul Han parla di “auto-sfruttamento”. L’auto-sfruttamento è più efficace del semplice sfruttamento “perché si accompagna a un sentimento di libertà”. Lo stesso accade per l’auto-imposizione del limite. Mi faccio turbare dai tragici eventi esposti dai media, sì, ma solo fino a un certo punto. L’illusione di poter stabilire quale sia quel punto genera il senso di libertà. 

Lo storico israeliano Yuval Noah Harari spiega come la narrazione – definita da Han come “la capacità dello spirito di superare la contingenza del corpo” – sia e sia sempre stato l’unico mezzo in grado di unire realmente le persone e creare cooperazione a fronte di un obiettivo o una storia comuni, proprio grazie a quell’atto di superamento. In una parola, la narrazione sarebbe l’unico modo per mettere basi concrete per una collettività. È essenziale allora prestare attenzione alle modalità con cui narriamo la morte in relazione ai riti collettivi, che si basano a loro volta sul superamento del contingente e la capacità narrativa. 

Nella società contemporanea è di fatto venuta completamente a mancare la narrazione riguardo la morte: cerchiamo di ignorare l’ineluttabilità dell’ultimo evento con ogni mezzo possibile, e il primo passo è eliminare la sua narrazione, a meno che strettamente necessario o abbia un piglio sensazionalistico: è vietato narrare la morte al di là dell’evento, oltre il contingente. Sgretolandosi la narrazione, scompare il rito. Tuttavia, il rito del passaggio ha un ruolo essenziale nella costruzione della comunità. Sempre Han, in La Scomparsa dei riti: una topologia del presente,sottolinea come la mancanza del rito socialmente condiviso induca una incapacità di reazione, non soltanto al lutto: scomparendo i riti la reazione scompare da ogni aspetto della vita sociale, anche e soprattutto quello politico. Da un lato quindi il dolore – il poco che ancora davvero si prova e che è quasi sempre di natura rigorosamente individuale – viene seppellito, nascosto, occultato. Dall’altro si genera una reale apatia in cui non è nemmeno più necessario che, in quanto collettività, ci si occupi di nascondere il dolore: semplicemente non è più possibile provarlo. Un intero universo diventa inaccessibile: proprio l’universo, quello del sentire profondamente il male non come individui ma come società, che sarebbe potenzialmente in grado di generare reazione politica. 

Un appello allora, citando Franco Arminio in L’Italia Profonda, per riuscire a aggrapparci nuovamente, con rigenerata – e reale – forza alla vita:

“Parlate dei morti, parlate di voi e poi ascoltate, // sparecchiate, togliete di mezzo il cibo, // mettete a tavola la vostra vita”.

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