Morselli & Calasso

Adelphi è la casa editrice che ha scommesso tutto sul successo postumo di Guido Morselli. Storia di un mito (e di un incontro mancato)
Adelphi è la casa editrice che ha scommesso tutto sul successo postumo di Guido Morselli. Storia di un mito (e di un incontro mancato)

L’avevo visto una volta sola, all’Adelphi. Roberto Calasso. Un istante prima del suo arrivo – lui camminava svelto nel corridoio avvolto, chiuso in un cappotto scuro, il bavero sollevato – ricordo una improvvisa folata di vento gelido. Si era insinuata, come un brivido, nel corpo della casa editrice di via San Giovanni sul Muro, a Milano. Un silenzio pieno di parole faceva un tale rumore. E lui che mi ha salutato distrattamente, ma con un lieve sorriso.

Non ho trovato le parole per parlare con lui del mio grande amore per Guido Morselli. Complice la mia età acerba, ero in soggezione. Quante volte, nella vita, ci accorgiamo di aver sciupato un incontro? Lo custodiamo immobile, fermo nell’archivio della memoria, come un privilegio e il ricordo di un peccato di timidezza, di gioventù. O, forse, è proprio il silenzio a rendere un incontro così importante, necessario.

Quell’incontro, dicevo, si è cristallizzato nella mia memoria. Così, quando ho appreso della sua morte, avvenuta nella notte fra il 28 e il 29 luglio scorso, ho pensato che sì ha ragione Paolo Di Stefano che ha parlato (sul Corriere della Sera) dell’esistenza di “un Fato dell’editoria”. La morte di Roberto Calasso coincideva con l’uscita di due suoi libri autobiografici: Memè Scianca (che parla dei suoi anni a Firenze) e Bobi, dedicato al triestino Roberto Bazlen che creò, insieme a Luciano Foà e un Calasso ventunenne, la casa editrice Adelphi. Ne Il libro di tutti i libri (la decima parte di un’opera che ha avuto inizio con La rovina di Kasch, poi è proseguita con Le nozze di Cadmo e Armonia, Ka, K., Il rosa Tiepolo, La folie Baudelaire, L’ardore, Il Cacciatore Celeste e L’innominabile attuale) dove Calasso racconta una storia che comincia prima di Adamo e finisce dopo di noi attraversando la Bibbia, aveva inserito, all’inizio del volume, una citazione di Goethe:

“Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo”.

Questo cammino sembra riassumere il secondo mondo di una casa editrice luminosa come Adelphi. Roberto Calasso è scomparso d’estate, e io non potevo fare a meno di pensare che sempre a fine luglio – tra il 31 luglio e il primo agosto 1973 – nell’assolata estate varesina, si era tolto la vita quel Guido Morselli che proprio la casa editrice Adelphi aveva consacrato, iniziando a pubblicarne l’opera – postuma per antonomasia – dopo il suicidio.

Anche Roberto Bazlen, del resto, era morto a luglio, il 27 luglio 1965. I libri; meglio non scriverli. Scrive Calasso in Bobi:

“Se qualcuno mi chiedesse quale fu, in quei primi mesi, l’effetto maggiore che provocò in me Bazlen, dovrei dire: mi dissuase dallo scrivere”.

Andare oltre lo scrivere: “il fatto stesso di scrivere era un ostacolo da superare il prima possibile, anche se quasi inevitabile per chi è giovane”. C’era qualcos’altro.

“Evidentemente doveva esserci qualcos’altro. Ma che cosa? Doveva essere qualcosa che soprattutto attraverso certi libri si manifestava. Dai libri si partiva e ai libri si tornava. A suo modo, era la migliore giustificazione di ciò che Bazlen faceva ogni giorno: parlare di libri, magari a un amico – e forse anche a un editore. Era un’attività che sapeva praticare fino in fondo una sola persona: Bazlen stesso”.

E il capolavoro di Bazlen – e anche di Roberto Calasso – è stata Adelphi. “L’opera compiuta di Bazlen fu Adelphi. Definibile con una frase che mi disse il giorno in cui me ne parlò – e Adelphi non aveva ancora il suo nome: ‘Faremo solo libri che ci piacciono molto’. Non occorreva di più. Presto ci fu un ufficio nel cortile di un palazzo di via Morigi, dall’austero stile milanese, dove sedeva in permanenza Luciano Foà, insieme alla segretaria Donata”. Adelphi, quindi, è stata un tempo “terra senza nome”, prima di nascere.

“Una casa editrice è fatta di , ma ancor più di no. E quei no possono venire da molto vicino, da qualcosa che può assimilarsi a noi stessi, se lo sguardo non sa riconoscere le piccole discrepanze fatali”.

Ora che Roberto Calasso non c’è più, viene da chiedersi come definirlo, questo intellettuale enigmatico e affascinante, scrittore, saggista, editore. Ma la parola editore è stretta, non basta più per definire l’opera Adelphi, è come una porta angusta, dove non si passa facilmente, si viene presi dentro. E, a volte, ricacciati indietro. “Di qui non si passa: ci siamo già noi” avrebbe detto Guido Morselli, di fronte ai numerosi rifiuti editoriali di pubblicazione della sua opera ricevuti in vita.

Già, Guido Morselli: non sono riuscita a parlare di lui con Calasso quella lontana volta. Allora riguardo una vecchia pellicola, è il 1983, il regista Alberto Buscaglia aveva realizzato un documentario per la Rai dal titolo “Alla ricerca di Guido Morselli”. Mando avanti il docufilm finché non ritrovo Lui, Roberto Calasso. Comodamente seduto, in un salotto pieno di libri, una posa dandy e aristocratico, sceglie le parole per raccontare i libri di Guido Morselli, pubblicati da Adelphi.

“Molti si sono chiesti come Morselli sia arrivato a diventare il romanziere ormai noto e molti si sono chiesti anche qual è la storia della cultura di Morselli, come si è formata questa cultura, in quali direzioni, quali erano i suoi interessi. Ora, sulla base delle carte che Morselli ha lasciato, dei manoscritti che ancora non sono pubblicati, si può ricostruire un certo percorso, con una qualche chiarezza. Direi, per prima cosa, che Morselli ha cominciato a scrivere come saggista, cioè la scoperta del romanzo è una scoperta abbastanza tarda e diventa poi la sua “cosa” centrale proprio nell’attività degli ultimi anni, quando sono stati scritti, uno dopo l’altro, i sei romanzi poi pubblicati. Morselli, invece, come saggista e anche come giornalista, appare già negli anni Trenta, quando nelle carte si trovano anche i suoi articoli sui temi più disparati e poi incontriamo, negli anni Quaranta, due libri: uno è Realismo e fantasia, l’altro è il saggio su Proust, Proust o del sentimento, che sono due prove in due direzioni completamente diverse, di questo suo saggismo. E così, se procediamo nelle opere, negli scritti del dopoguerra, vediamo che ci sono delle fasi di grande interesse di Morselli per la teologia, per i problemi della teologia e di questo è testimone il libro Fede critica che abbiamo pubblicato. Tutto questo è estremamente utile da conoscere in vista di quella che poi sarà l’attività centrale di Morselli, la sua vera vocazione, che è una vocazione di narratore. Perché, di fatto, anche se gli scritti saggistici di Morselli sono estremamente interessanti per le ragioni più diverse, per un curioso fenomeno, le sue idee, il suo modo di articolare le idee il pensiero, vengono fuori molto meglio nei romanzi”.

Riprendo in mano Bobi, leggo: “Bazlen morì a Milano nel luglio 1965. Seguì un generale silenzio. Rotto il 6 agosto dalla voce più autorevole, quella di Eugenio Montale. Bazlen era apparso nella sua vita poco più di quarant’anni prima come ‘una finestra spalancata su un mondo nuovo’”. Nel silenzio generale, occorre sperare di trovare finestre spalancate, d’estate come d’inverno, le luci sempre accese, di una casa editrice.

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