Lucano, il bandito

Il modello Riace non esiste (e Lucano non è un delinquente). Storia di un uomo solo contro lo Stato dei perbenisti
Il modello Riace non esiste (e Lucano non è un delinquente). Storia di un uomo solo contro lo Stato dei perbenisti

Della condanna in primo grado di Mimmo Lucano hanno scritto tutti, davvero tutti, ma sarebbe ipocrita lamentarsene in un articolo che parla della condanna in primo grado di Mimmo Lucano. A disturbare, poi, non è tanto il chiasso mediatico, ma il fatto che sia ordinatamente diviso in due cori: in uno, quello indignato, cantano gli agiografi di Lucano, nell’altro, soddisfatti e satolli, i suoi nemici. Sinistra e destra, si potrebbe dire, e in effetti il confine politico è abbastanza chiaro. Più in fondo, però, corre la differenza fra quelli che credono nell’uomo e quelli che credono nella legge: chi scrive ha, almeno, la buona creanza di non credere in nessuna delle due cose, e questo è forse il presupposto per ricondurre la vicenda alla giusta dimensione. Lucano, tanto per cominciare, ha commesso reati ma non è un delinquente: anche l’accusa lo riconosce e quelli che rifiutano di riconoscerlo glissano, enfatizzando la dimensione giuridica al di sopra di quella umana. Lucano non ha infranto la legge per arricchirsi, non l’ha infranta per danneggiare qualcuno: l’ha infranta perché credeva di poter fare meglio della legge. In questo senso, è una figura tipicamente calabrese: un bandito, ma di quelli celebrati nelle ballate popolari di una terra che, per ottimi motivi, non ha mai avuto fiducia nelle istituzioni.

Lucano non è nemmeno un modello, però, e soprattutto non lo è Riace. Il modello Riace l’ha inventato la sinistra, che aveva disperatamente bisogno di un’immigrazione in vetrina, adatta al giornalismo dei buoni sentimenti, un presepe con migranti a testimoniare che sì, guardate, basta un poco di zucchero e le cose si aggiustano. Solo che non si aggiustano, perché Riace è la storia personale di Lucano, non il progetto universale che ci hanno raccontato: lo dimostra il fatto che per realizzarlo è servito un piccolo despota illuminato, a piegare le leggi in nome di un’autorità etica superiore che negli stati di diritto non esiste. Illuminato, ripeto, perché sono convinto che i soldi sottratti illecitamente da Lucano siano stati spesi in modo molto più nobile di quanto fanno, nella piena legalità, tantissime altre amministrazioni. A questo punto, però, la sinistra dovrebbe far pace con se stessa: perché quelle leggi, quei regolamenti europei, sono il prodotto di meccanismi politici consolidati, e il giudice che ha emesso la sentenza è esperto delle leggi. Non si può, con lo stesso fiato, esaltare chi ha deciso che per fare il bene basta l’ispirazione – senza studio, senza ordine – e poi pretendere che tutti gli altri si mettano sull’attenti davanti ai comitati tecnici, al governo dei migliori. Antigone per gli amici, Creonte per i nemici.

“Ecco, senza la piccola Antigone, è vero, sarebbero stati tutti più tranquilli. Ma adesso è finita. Sono comunque tranquilli. Quelli che dovevano morire sono morti. […] Una grande quiete triste cade su Tebe e sul palazzo vuoto dove Creonte comincerà ad aspettare la morte. Non restano che le guardie. A loro, tutto questo è indifferente; non sono affari loro. Continuano a giocare a carte”.

Così finisce l’Antigone di Jean Anouilh, e quelle guardie indifferenti sono la nostra destra. Che, per quanto credito elettorale possa ricavare dalla vicenda, non ne esce meglio della sinistra. Salvini e soci hanno ragione sul fatto che “bisogna difendere la società” dall’anarchico Mimmo Lucano. Non si chiedono, e la destra italiana ha smesso di chiederselo dai tempi del programma di San Sepolcro, se questa società meriti di essere difesa. Per loro è facile: se i migranti devono morire – in mare, subito, oppure nella morte quotidiana dei centri d’accoglienza, delle baracche, dello schiavismo agricolo – che muoiano legalmente, e questo è quanto. La destra è il grande partito delle cose come stanno, e non ha il vocabolario per leggere questa storia al di là degli atti processuali. Rimane, infine, la scelta fra una narrazione brutta, ideologica, strumentale a sinistra, e nessuna narrazione a destra.

Ma serve altro. La condanna, per quanto iperbolica nella sua pesantezza, rappresenta l’esito più corretto – non più giusto, è diverso – della vicenda di Lucano. Perché le ribellioni significhino qualcosa devono esserci delle conseguenze. E il sindaco di Riace è un ribelle, consapevole di esserlo: gli si fa torto riducendo la sua esperienza alla solidarietà, come se avesse fatto un po’ di elemosina e basta. Lucano pone domande difficili, invece. La democrazia prova a rivendicare, fra i suoi meriti, il fatto che le ribellioni non servano più: la volontà popolare può esprimersi, le leggi possono cambiare – lentamente, pacificamente. Ma le questioni enormi, pressanti del nostro tempo – l’immigrazione, la distribuzione della ricchezza, l’emergenza climatica – ci ricordano che non c’è tempo, che non ci sono, fra le possibilità dello stato di diritto, gli strumenti radicali che sarebbero necessari. Si può dire – e io lo dico – che Lucano abbia fatto bene, ma allora diventa difficile tracciare linee rette. La stessa logica potrebbe valere per Giangiacomo Feltrinelli, Renato Curcio e tanti altri che la repubblica liberale sopravvissuta agli anni di piombo ricorda come terroristi. Lucano, certo, si è ribellato con le carte false e non con i fucili, ma questo riflette più lo spirito del nostro tempo che una vera separazione politica. Si tratta comunque di uomini che hanno decretato, autonomamente, il fallimento dello stato, e dunque hanno agito al di fuori dei limiti che lo stato impone.

Mettersi dalla parte di Mimmo Lucano non è una scelta a buon mercato, ed è avvilente che molti lo facciano con la solita spensieratezza da comitato di beneficenza, senza pagarne il prezzo ideologico. Ma la ferita rimane aperta. Diceva Brecht che la legge serve solo ad opprimere quelli che sono costretti a infrangerla dalla necessità: sul fondo resta vero, e la nostra resta una società dell’oppressione, per quanto la legge si possa imbellettare. Se tutti facessero come il sindaco di Riace, e alla legge sostituissero il sentimento d’umanità, la società diventerebbe migliore o crollerebbe del tutto, l’una o l’altra cosa. Difficile prevedere quale, ma tanto nessuno è disposto a correre il rischio, al netto delle belle parole. Lucano, invece, il rischio l’ha corso, e adesso ne sconta le conseguenze. La sproporzione fra le forze materiali è evidente: Mimmo Lucano è uomo solo contro lo Stato, e contro l’atmosfera politica che ha, almeno indirettamente, sollecitato la sua condanna. Molto meno semplice il confronto morale: forse sul banco degli imputati c’era proprio lo Stato, e forse Lucano ne ha smascherato la rigidità, l’impotenza, una repressione a cui non fa seguito nessuna soluzione.

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