Ellroy, un drago

Mario Draghi è un fan di James Ellroy, lo scrittore che ha disossato il sogno americano ostentando l’incubo & la perversione del potere. Se diventa premier, elegga JE a Ministro della disfatta culturale
Mario Draghi è un fan di James Ellroy, lo scrittore che ha disossato il sogno americano ostentando l’incubo & la perversione del potere. Se diventa premier, elegga JE a Ministro della disfatta culturale

Premessa fondamentale. Dimmi cosa leggi e ti dirò come governi. Dal pulpito di Stoccolma, ritirando il Nobel per la letteratura, era il 1987, Iosif Brodskij, edotto in arte lirica, poetica della sovversione e resistenza al regime comunista, disse una cosa semplice come il sale, rotonda. “Non c’è dubbio che se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra”. Il concetto, all’apparenza paradossale – la letteratura spesso non fa il bene, evoca il male –, era soddisfatto da una certa logica:

Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima di ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì cosa pensi di Stendhal, Dickens, Dostoevskij. Già per il fatto che il pane quotidiano della letteratura è proprio l’umana diversità e perversità, la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana.

Iosif Brodskij

Per Brodskij la letteratura è lo spazio privato dove l’individuo fa palestra con se stesso. Non so se basti leggere Stendhal e Dostoevskij per essere degli onesti governanti; di certo, non credo si possa governare a prescindere da Stendhal e Dostoevskij – e, nel nostro caso, da Dante, Leopardi e Manzoni. Si è incapaci, inadatti a capire l’uomo e la sua deriva, dunque a governarlo – esattamente come un fisico non può essere tale senza aver studiato Einstein. D’altronde, governare non significa conoscere l’uomo ma organizzare masse ordinarie di umani.

Il gioco: dimmi cosa leggi e ti dirò come governi. Qualche anno fa, era epoca di elezioni comunali, attuai il ‘metodo Brodskij’. Invitavo i candidati a Sindaco ad aprirmi le porte delle loro librerie. Fu un – atteso – precipizio. Che si avverò nell’attività di governo. Procedo nel gioco. Secondo Alessandro Barbera, che ne ha steso un ritratto su “La Stampa”, Mario Draghi “di recente ha letto The Germans di Gordon Craig e Perfidia di James Ellroy”. I libri mi paiono pochi, suppongo che la scelta nasconda un enigma, una indicazione di metodo. Intanto. Gordon Craig non è il celebre teorico del teatro, l’attore, lo scenografo (che si chiamava, per esteso, Edward Henry Gordon Craig). Ci si riferisce, piuttosto, a Gordon A. Craig, autorevole storico scozzese, emigrato da ragazzo negli States, superprof a Princeton e a Stanford. Per farla rapida: Gordon A. Craig è tra i grandi studiosi della storia tedesca. Con un tarlo: Adolf Hitler, dice, non è l’emblema o la quintessenza dell’‘animo teutonico’, piuttosto “una forza priva di passato storico… la titanica barbarie della sua visione politica e il vuoto morale del suo carattere lo rendono imparagonabile a qualsiasi altro leader tedesco. È un unicum”. Semplificando brutalmente, Craig ritiene che la storia tedesca sia la perpetua lotta tra due forze: quella umanista, illuminata, positiva e quella oscura, irrazionale, autoritaria. La chiave di volta, a suo dire, è la nascita dell’Impero tedesco, nel 1871, con Otto von Bismarck. Pubblicato poco in Italia – da Il Mulino e da Editori Riuniti – Craig è edito, oggi, da Res Gestae, che l’anno scorso ha mandato in libreria la sua Storia della Germania in due volumi. The Germans, libro riassuntivo, esce per Penguin nel 1981.

Il sogno americano? Un incubo. Il Cane Demone della letteratura. Fin qui nulla di che. Draghi cerca, da prospettiva americana, tradizionale, classica, di capire il cuore dei tedeschi, ciò che ne motiva gesti, gesta. Più interessante l’altra nota. James Ellroy. Pare che Draghi sia un fan di Ellroy, the Demon Dog of American Literature, come si dice lui, JE, se è vero – lo scrive Barbera – che “si sforza” di leggerlo in lingua originale, “e per lo slang di Ellroy si è affidato al traduttore di Kindle”. Non so se Ellroy sia lo sfogatoio di Draghi: uomo d’impeccabile freddezza che si lacera leggendo uno scrittore artatamente tenebroso. James Ellroy è la iena che disossa il sogno americano, che mostra le ulcere e le perversioni della storia americana, che ne vomita l’incubo, gorgo intestinale di sopraffazione, odio, bestiale ansia del potere. Perfidia, in particolare – edito da Einaudi nel 2015 – ambientato intorno ai fatti di Pearl Harbour, nei torbidi Quaranta, è il primo tomo del “Second L.A. Quartet”. Il secondo libro, The Storm, è stato pubblicato da Einaudi qualche mese fa come Questa tempesta. Ellroy gioca a fare il personaggio, sfotte il mondo della comunicazione: indossa camice sgargianti, impossibili, in pubblico, e capelli astutamente vintage. Parla sboccato. Gli piace ricordare della madre, con sadica pietà, strangolata e gettata in un fosso: aveva nove anni. Il primo “L.A. Quartet” accoglie alcuni dei romanzi più celebri di Ellroy, The Black Dahlia e L.A. Confidential, ad esempio, da cui sono stati tratti film difformi. Io ho scoperto JE leggendo un libro smilzo, Tijuana, mon amour, di rapida rapacità, un assalto alle spalle. Di norma, poi, Ellroy si ritira dal mondo per un tot di mesi; scrive a mano. Svergina il sacrario americano con una scrittura rapinosa, di studiata scurrilità, ormai eletta, per proprietà contrarie, un classico.

L’America non è mai stata innocente… Non si può ascrivere la nostra caduta dalla grazia ad alcun singolo evento o insieme di circostanze. Non è possibile perdere ciò che non si ha fin dall’inizio. La mercificazione della nostalgia ci propina un passato che non è mai esistito. L’agiografia santifica politici contaballe e reinventa le loro gesta opportunistiche come momenti di grande spessore morale. La nostra narrazione ininterrotta è confusa al di là di ogni verità o giudizio retrospettivo. Soltanto una verosimiglianza senza scrupoli è in grado di rimettere tutto in prospettiva. La vera Trinità di Camelot era Piacere, Spaccare il culo e Scopare. Jack Kennedy è stata la punta di diamante mitologica di una fetta particolarmente succosa della nostra storia.

James Ellroy

Così scrive Ellroy introducendo American Tabloid, il libro del 1995 che scardina l’imperativo mitico dell’era imperiale di Kennedy. Le cose, a questo punto, sono due. O Draghi – ipotizzato premier, pres della Repubblica, toccasana, re Mida italico, salvatore della patria – legge Ellroy per capire come si fa. O vuole conferme assolutorie per ciò che si sa: l’uomo è crudele, il male guida la Storia, il potere, putrefatto, è laido.

Morale della favola. Joyce Carol Oates ha detto che “James Ellroy è il Dostoevskij americano”. Stando al gioco di Brodskij, dunque, Draghi sarebbe un ottimo governante. Ellroy, tuttavia, ha detto, tra inchini & bugie, che Dostoevskij non l’ha mai letto. Mario Draghi e James Ellroy sono pressoché coscritti. Se Draghi diventa premier, vogliamo James Ellroy come ministro del disfacimento culturale.

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Qui traduciamo parte dell’intervista che James Ellroy ha rilasciato a Andrew Anthony, sul “Guardian”, per promuovere “The Storm”.

“The Storm” è la seconda parte del secondo “L.A. Quartet”. Perché scrive per trilogie o ‘quartetti’?

Amo le cose in grande. Amo i grandi film. Amo i grandi pezzi di musica sinfonica. E amo i grandi romanzi. Fin dall’infanzia, ho vissuto nel passato. Spesso il passato dell’America, questo passato storico, è ciò che amo, è ciò che sono, è ciò che faccio. Il mio intento è sradicare il lettore dalla sua vita quotidiana e forzarlo dentro parti della storia americana, in modo particolare della storia di Los Angeles. Questo è un amore enorme, per dimensioni e portata, per emozioni e indagini e cospirazioni. Tutto grande, insomma.

Come pensa sia cambiato il suo stile da quel romanzo rivoluzionario, “Dalia nera”, del 1987?

Ora è più conciso. Dopo Dalia nera L.A. Confidential ho sviluppato uno stile secco, spezzato, con una esposizione ridotta al minimo. Poi, quando mi sono imbarcato nella “Underworld USA Trilogy”, ho ampliato il testo, ho usato la terza persona con maggior forza, volevo esasperare il contenuto emotivo del libro. Poi sono tornato allo stile secco e spezzato in Sei pezzi da mille, ad estremità da urlo, tanto che per alcuni recensori fu incomprensibile. Insomma, trovo lo stile di cui ha bisogno ogni singolo libro.

I personaggi di “This Storm” sono luridi, sfacciati, volgari. Ora: mi pare che il tizio che occupa attualmente la Casa Bianca potrebbe adattarsi alla descrizione. Che opinione hai di lui?

Non parlo di politica, mai. Il presente non ha niente a che fare con i miei libri.

Ha molto successo, ma pensa di avere il conforto critico che merita?

Ciò che mi interessa è che il mio nuovo libro si integra con la pubblicazione dei tre volumi della “Everyman’s Library”. In effetti, sono stato canonizzato. Roba che ti gasa.

Ha mai problemi nel ricordare i diversi personaggi che ha creato mentre scrive?

Vede, io scrivo per enormi cornici. Lo schema di This Storm è di 450 pagine. Un diagramma fondamentale per scrivere questi romanzi, così densamente strutturati ed estremamente complessi. Gli archi drammatici sono stabiliti prima che inizi a scrivere, la storia c’è già tutta, nei minimi dettagli. Questo mi permette, così, di poterla vivere, da dentro, mentre scrivo le singole scene.

Non è un fan di Raymond Chandler, il mitico fondatore dell’hard-boiled, perché?

Non mi piacciono i suoi libri e non credo che conoscesse l’uomo così bene. Non mi piace lo stile, le trame sono schifose.

Spesso si presenta come “il cavaliere bianco della destra estrema” [white knight of the far right]. Che cosa significa?

Fratello, è un gioco, è simpatico, è una rima che funziona. Fa parte dei miei allitteranti, pederasti, provocatori, pedanti, deliranti giochi.

Qual è stato l’ultimo libro che ha letto?

Ho riletto Compulsion di Meyer Levin, il romanzo sull’omicidio Leopold e Loeb avvenuto nel 1924 a Chicago. Pubblicato nel 1956, l’ho letto nei primi anni Settanta. L’ho letto altre sei o sette volte. Un romanzo molto bello, un romanzo molto astuto sulla ricca vita degli ebrei americani, un ritratto riuscito di due psicopatici.

Che tipo di lettore eri da bambino?

Precoce. Mio padre mi ha insegnato a leggere prima di andare a scuola. Sono sempre stato un lettore lento, però. La mia prima lettura sono le pile di Life nell’armadio dei miei genitori. Dopo la morte di mia madre, nell’estate del 1958, ho cominciato con i libri sul crimine. Amavo il romanzo poliziesco, il romanzo di spionaggio, il romanzo con intrighi realistici. Lo amo ancora.

Che libri hai sul tuo comodino?

I romanzi sul baseball di Mark Harris. L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud. I primi libri di Philip Roth, riposi in pace. L’autobiografia di Elia Kazan, che ho letto un paio di volte.

C’è un romanzo in particolare a cui ritorni costantemente?

I romanzi di Ed McBain, quelli dell’“87° Distretto”. Li ho letti tutti. I primi sono i migliori, quelli scritti tra 1956 e 1972. Scrittura rapida e riuscita.

Un libro che pensi di dover leggere, ma che non hai letto.

Dovrei leggere Delitto e castigo, almeno da quando Joyce Carol Oates mi ha definito “il Dostoevskij americano”. Russia. XIX secolo. Non è roba che scrivo. Ho il libro a casa, ma ogni volta che lo prendo mi dico, merda, questa roba non posso leggerla.

Devi leggerlo.

Lo so, lo so. Me lo dicono tutti. Un giorno farò questa dannata cosa.

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