OGGETTO: Tra strage e bagliore
DATA: 16 Novembre 2021
SEZIONE: inEvidenza
“Il modo in cui la nostra società sta vivendo questa pandemia è uno dei segni del suo definitivo e straziante deperimento spirituale e culturale”. Dialogo con Marco Guzzi
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Nell’era accelerata, quella del numero, della risposta immediata, spuria, dove rivoluzione e reazione paiono equivalenti, in disarmo, protesta e obbedienza non scalfiscono, mero ago su vetro, bisogna setacciare i maestri. Cercarli, leggerli, stanarli, avviarsi a loro, su sentieri lacerati. Di Marco Guzzi ricordo la poesia – Il giorno, ad esempio, edito da Scheiwiller nel 1988, Teatro Cattolico, del 1991, Figure dell’ira e dell’indulgenza – intesa come gesto profetico, che sa l’agonia e la gioia, che sfoga – semplice come il pane, inquieta come lo sciacallo della sera – nell’agone sacro. Guzzi, romano, laureato in Giurisprudenza e Filosofia, è pensatore anomalo, instancabile: tra i tanti libri ricordo La svolta (1987), La profezia dei poeti (2002), L’insurrezione dell’umanità nascente (2015); di recente, per le Paoline, ha pubblicato un manuale di “Rivoluzione e Iniziazione”, dal titolo Non vedi che già sorge il nuovo Giorno? Guzzi, ecco, non si installa in una accademia, non ambisce alla comodità, non fa caciara in tivù; dal 1999 ha fondato i “Gruppi di liberazione interiore” Darsi Pace, affamato di un cristianesimo attivo, autentico. Guzzi, si direbbe, è un pensatore-poeta che non ha pace, che non subisce il tempo, l’ordalia dei giorni. È un uomo pratico, dai maestri spericolati: Hölderlin, Nietzsche, Heidegger, Paul Celan, Georg Trakl… Il piccolo libro appena stampato da AnimaMundi, La speranza è dell’invisibile, testimonia l’attività di Guzzi per la radio Rai: si tratta di una lunga intervista a Raimon Panikkar, il grande sacerdote, filosofo, teologo, realizzata a Tavertet nel 1988. Alcune parole di Panikkar sono di sconvolgente urgenza:

“Abbiamo perso la comunione con il cosmo. Abbiamo vissuto soltanto la storia. Noi da soli, la specie umana, in un senso di tempo lineare. E tutto questo oggi, per ragioni non solo sociologiche ma anche ecologiche e più profonde, cosmiche, crolla”;

“Devo imparare, per esempio, che la salute non è quello che la medicina occidentale pensa che sia, cioè che tu sei capace di lavoro, ad esempio quando ti dicono ‘adesso ti prescrivo questo qui e domani puoi andare a lavorare, stai bene’. Quindi questa capacità di lavorare e il fatto che tu sei una piccola macchina che può lavorare nella grande macchina della civiltà occidentale è il criterio massimo che tu stai bene”.

Ora più di allora si percepisce, scrive Guzzi nell’introduzione, “un fortissimo e doloroso senso della fine”, che reclama una “nuova e inedita contestazione radicale del sistema di questo mondo”. Forse l’uomo vive questo perenne senso della fine. Eppure, una specie di sconsolata afasia, la paura che inquina le scelte, la certezza – più o meno consapevole – che il male ci sovrasta, che tutto è troppo – ed è in realtà troppo poco – ci ammutolisce. Dunque, vado a cercare Guzzi, il quieto guerriero.     

Prendo spunto da un suo libro recente, La vita è l’opera. Mi pare che il concetto ribalti quello, da estetica dell’estasi, di fare ‘della propria vita un’opera d’arte’. Parto quindi da qui: cosa intende per vita, per opera, per arte?

Credo che non sia possibile offrire definizioni troppo perentorie e appunto definitive della vita, in quanto mi pare che questo Fenomeno si manifesti lungo un processo rivelativo costante, che nell’essere umano assume il carattere della coscienza di sé: nell’Io umano cioè la vita inizia a interrogarsi sulla propria essenza, e sul suo destino, e proprio così continua a crescere, e a rivelare storica-mente le sue profondità abissali. In tal senso per me vivere significa partecipare consapevolmente a questo processo, tentando di favorire la rivelazione di un mistero che in definitiva sono io stesso. Questa collaborazione alla rivelazione della vita/essere, ma potremmo anche dire di Dio, è l’opera concessa e richiesta all’uomo. Mi pare cioè che la nostra operatività – e cioè in fondo tutto il nostro lavoro – sia sensata e feconda quando è attiva collaborazione all’Opera della creazione, come rivelazione continua. E quindi certamente questa fatica è anche un’arte, e in fondo una tecno-logia, che possiamo apprendere sempre meglio, giorno dopo giorno, esercitandoci nell’umiltà, nell’ascolto, nella fedeltà, e nel coraggio creativo.

Nel dialogo con Raimon Panikkar lei criticava un’era dominata dalla scienza e dalla statistica, dove “non abbiamo più né il coraggio né la forza di contrapporci, di dire il pericolo, il male, l’oscurità che tanti aspetti della nostra civiltà tecnologica portano con sé”. Era il 1988. Mi viene da domandarle: e oggi?

Dopo il 1989, anno emblematico della caduta del comunismo europeo, il pensiero tecnocratico neoliberale ha pervaso di sé tutto il pianeta, e sembra dominare incontrastato. Questo pensiero però non nasce adesso, ma è l’ultima manifestazione di una lunga storia che d’altronde non va valutata solo negativamente: lo sviluppo tecnologico cioè è profondamente ambiguo, come ci ha insegnato meglio di tutti Martin Heidegger. Credo che noi ci troviamo in un punto cruciale di questa vicenda storica, nel punto di svolta in cui dobbiamo necessariamente fare i conti con tutte queste ambiguità, giunte ad esiti ormai palesemente catastrofici, e tentare di riorientare l’intero processo della modernità, a partire però da una profonda mutazione/dilatazione della nostra mente/coscienza, da una sorta di metanoia storico-collettiva, che sappia confrontarsi con gli sviluppi della tecnica, e della nostra civiltà nel suo complesso, da un punto di vista direi poetico, spirituale, guidato cioè da quella Vita/Essere/Pensiero/Spirito che conosce le linee di una autentica crescita umana integrale.

Lui è Marco Guzzi

La pandemia ha riportato in scena termini fondamentali: il corpo (sempre più sanificato, igienizzato, intoccato), la casa (covo di gioia o infestato di infamie), il lavoro (come realizzazione di sé o mera funzione?). Come li ha vissuti, li vive lei?

Il modo in cui la nostra società sta vivendo questa pandemia è uno dei segni del suo definitivo e straziante deperimento spirituale e culturale, linguistico innanzi tutto. Siamo immersi dentro una zuppa di parole terribili, ossessivamente ripetute notte e giorno, finalizzate solo ad impaurirci, e a deprimerci. Credo che sia un riflesso condizionato del sistema neoliberista, materialista e scientista, che sapendo di vivere la sua fase terminale, deve tentare in tutti i modi di sopravvivere, decerebrando e deprimendo gli esseri umani e paralizzando al contempo i processi democratici. Io sto vivendo questa fase con una certa sofferenza, anche perché ascolto, dalle persone che partecipano ai miei gruppi, un coro frastornante di grida di dolore, di senso di soffocamento, di disperazione. In questi momenti dobbiamo ritrovare ogni giorno un baricentro interiore profondissimo, rianimarci a quelle profondità, per predisporre forme nuove di annuncio, di denuncia, di socialità benevola, e anche di ideazione politica.

A suo dire, le risposte che la Chiesa ha dato durante l’ondata pandemica sono state sufficienti, consone, potenti? Insomma: qual è lo ‘stato del cattolicesimo’ oggi in Europa?

Non mi pare che la Chiesa viva una fase di vivacità spirituale, né di creatività linguistica, e da tempo in realtà. In questi ultimi mesi poi abbiamo spesso sentito parole vuote, superficiali, banali incitamenti all’obbedienza sociale, al conformismo. No, il cristianesimo storico sta vivendo anch’esso una fase terminale, e io credo però anche inaugurale. Dobbiamo però ripartire dal cuore, dall’esperienza iniziatica della nascita dallo Spirito. Solo donne e uomini ritemprati a quel fuoco potranno tornare a contestare radicalmente il sistema mortifero di questo mondo, con gli strumenti messianici tradizionali: la testimonianza, e la parola profetica.

Cosa può la poesia nel tempo, questo, roso dal numero, dal disincanto, da una specie di frustrazione permanente?

La parola poetica che amo, e che ho frequentato nella mia vita, non è altro che una profezia, a volte balbettante, del passaggio antropologico di cui ho parlato. È un grido del bambino nascente proprio dentro la fine, alla fine della notte del mondo, tra stragi, bagliori più o meno accecanti, e tradimenti. Questa poesia resta come una segnaletica del passaggio iniziatico in atto, sia personale che storico-collettivo, molto utile perciò per chi si disponga ad una lettura appunto iniziatica, e quindi radicalmente postletteraria, di questi testi. Ho tentato di sintetizzare questa linea interpretativa del poetico in particolare nel mio libro L’Insurrezione.

Dunque – tornando al suo dialogo con Panikkar – cosa dobbiamo sperare?

Possiamo sperare nel processo stesso, nel fatto che in Cristo la rigenerazione dell’Io umano è già avvenuta, per cui noi possiamo già gustarne i frutti, e a tratti perfino bearci di questa salvezza, esultando nello Spirito, pur dentro il travaglio di mille prove. E possiamo anche sperare che questa esperienza iniziatica ci dia la forza quotidiana di contrastare la menzogna di questo mondo suicidario, e di costruire già qui e già ora spazi di nuova umanità. Io tutto questo lo vivo con migliaia di persone da molti anni. Grazie a Dio.

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