Luca Barbareschi

"Se Dio esiste, parla con la musica. La Lacrimosa di Mozart, tanto per dirne una, è un pezzo che ti porta quasi al Paradiso".
"Se Dio esiste, parla con la musica. La Lacrimosa di Mozart, tanto per dirne una, è un pezzo che ti porta quasi al Paradiso".

Tre ore di Confessione sono servite per capire una cosa, semplice e lapalissiana: Luca Barbareschi è un personaggio pirandelliano; ad essere precisi, è Vitangelo Moscarda dell’Uno, Nessuno, Centomila.  “Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso”. Così scriveva il sommo scrittore siciliano. Mai citazione più azzeccata per il Nostro. Avevo incrociato, negli anni, lo sguardo di “Barbatutto” svariate volte. Ricordo che il suo passo, per le vie di Roma, era sempre veloce, come se qualcosa di troppo importante lo aspettasse. E, in questi mesi, mi dicevo sempre: è ora d’incontrarlo e provare a tratteggiarlo in profondità, e con dovizia di particolari, lasciando da parte le chiacchiere e le grigie nuvole di giudizi e pregiudizi (il manicheismo degli stolti!) che, da sempre, aleggiano sul suo capo.  

Giunto nella sua dimora, nel cuore del Ghetto, Luca Barbareschi mi ha accolto con grande ospitalità e familiarità, come se tra me e lui ci fosse, da sempre, una certa continuità di rapporti amicali. La Capitale era ancora assonnata, pigra, spenta, silenziosa. Luca Barbareschi mi è parso subito come me l’ero un po’ immaginato: contraddittorio, forte e fragile al contempo, discusso, amato, disprezzato, gioioso, malinconico, seduttore e monacale. Ecco, Barbareschi, è tutto e il contrario di tutto; una figura complessa e complicata del mondo italico. Con il piede schiacciato sull’acceleratore, il patron dell’Eliseo – storico e iconico teatro capitolino – ha sempre vissuto come se domani dovesse essere l’ultimo giorno della sua esistenza. Mai domo, perennemente alla ricerca di qualcosa, di qualcuno. Di un’identità, di un riconoscimento come uomo; di amore, di eros. Di amicizia. Ma, soprattutto, di lealtà. Quando si fa il suo nome, i circoli romani, quelli salottieri e protetti da prebende secolari, storcono il naso.  Pur con tutte le sue fragilità e i suoi numerosi errori, e le cadute e i capitomboli e i dolori causati ma, anche, le molteplici rinascite, questo uomo venuto dall’Uruguay ha un grande pregio: non teme di dire la verità, o almeno la sua verità. Costi quel che costi, ha la forza e il coraggio di metterci la faccia, sempre.

Nel nostro lungo batti e ribatti, proprio come due giocatori di ping-pong incalliti, non si è nascosto dietro perifrasi, frasi melliflue, giochi verbali all’insegna della diplomazia e dell’abbracciamose e volemose bene. Tutt’altro. Quando ci siamo lasciati, esausti ma contenti di essersi fronteggiati a viso aperto, la città, nel frattempo, aveva cambiato volto. Le piazze erano stracolme. Gli strilli dei bambini insopportabili, gli adulti, per niente interessati alla bellezza devastante di questa moribonda meretrice, pensavano solo al richiamo della pancia.

F.M / francesco.melchionda@tiscali.it


L. Barbareschi in camerino Cyrano – fotografia di Bepi Caroli

Luca, questa Confessione parte proprio dalla tua nascita; se non sbaglio, vedi la luce, per la prima volta nella tua vita, a Montevideo: come mai?

Nasco a Montevideo il 28 luglio 1956; i miei genitori erano partiti per l’Uruguay durante la guerra, per cercare fortuna, come tutti gli italiani che erano lì o, più in generale, in Sud America. Eravamo poveri, c’era la fame, e non avevamo di certo una bellissima casa. Ricordo che papà, nonostante fossimo a migliaia di chilometri dall’Italia, aveva ancora nella testa la seconda guerra mondiale. Per molti anni, dopo la guerra, ha conservato le armi. Pensava che le cose potessero riaccadere. All’Eliseo ho una sua foto da partigiano: lui che entra a Milano nel 1945 in pantaloncini corti e con il mitra in mano. Qualche anno fa, sono tornato a Montevideo per uno spettacolo teatrale; per la commozione, non riuscivo ad iniziare. E’ stato un tuffo al cuore rivedere i luoghi della mia infanzia.

Tuo padre era comunista?

No, tutt’altro. Era un partigiano bianco; fu uno di quelli che tentò di salvare Mussolini e la Petacci dallo scempio di Piazzale Loreto. Un giorno la storia del nostro Paese dovrà essere riscritta, e non di certo dai comunisti.

Che anni sono stati, per te, quelli trascorsi in America Latina?

Io credo di aver avuto, in quegli anni, più informazioni che nel resto della mia vita, e da un punto di vista emozionale e ‘aspirazionale’, se così posso dire. Spesso mi chiedo perché faccio tante cose. Non le faccio per soldi o per il potere; piuttosto, per il potere che hanno le idee. Tutto quello che sono, oggi, lo devo sicuramente al periodo trascorso a Montevideo.

Hai dei ricordi particolari?

Sì, sovente mi vengono in mente lo spettacolo delle foche spiaggiate sull’Oceano, l’odore dell’eucalipto, il sapore del Mate, e i colori di quella terra…

Che rapporto avevi con loro: conflittuale? O eri una sorta di agnellino?

Mi chiamavano il cardinale perché ero sempre pericolosissimo; ero un bambino molto forte, sveglio, silenzioso e, in qualche modo, solitario, soprattutto fino alla nascita di mia sorella, che poi è stata portata via quando mia madre scappò con un altro uomo. Solo oggi, che ho dei figli, mi accorgo della devastazione che mia madre ha fatto con quell’azione scellerata. Da bambino ho avuto un sacco di problemi. Non dimenticare, Francesco, che io sono stato anche violentato.

Come la prese tuo padre la fuga amorosa di tua madre?

Malissimo. Ha sofferto per tutta la vita. Mia madre, dopo qualche anno, tentò di recuperare il matrimonio, ma mio padre, orgoglioso, non volle più saperne.

Hai tentato, poi, di recuperare il rapporto con lei?

Negli anni, sì. Mia madre, però, non era una donna facile agli slanci affettivi, tutt’altro. Quando seppe di essere incinta di me, voleva addirittura abortire.  Dei medici, che hanno cercato di analizzarmi e tenere a bada il mio cervello mai domo, sostengono che il mio essere combattivo nasca, probabilmente, da questa lotta interiore di mia madre tra il suo essere infelice e la mia voglia di salvarla.  Non so se crederci dopo 30 anni di analisi. Di una cosa, però, la voglio ringraziare: avermi infuso l’amore per i libri; era il suo modo di comunicare e trasmettermi qualcosa. I miei mentori veri, all’età di quindici anni, sono stati, su tutti, Pietro Citati e Claudio Magris. I loro articoli – sul Corriere della Sera– e i loro libri, hanno lasciato un’impronta indelebile nella mia formazione adolescenziale.

Quando hai capito che avevi qualche qualità, se così vogliamo definirle, nel mondo dello spettacolo in senso lato?

Nel campo dello spettacolo, l’ho capito qualche anno fa. In generale,  molto presto, e senza falsa modestia. Sono cresciuto lentamente, ma avevo sviluppato una sensibilità proustiana molto accentuata, mi commuovevo facilmente, e poi leggevo tutto. Il mio essere un po’ femminile mi è tornato molto utile nella mia carriera di artista. Considera che, a differenza dei ragazzi della mia età, detestavo giocare a carte, a calcio, tutto quello che, insomma, è associato al machismo più classico.

In tuo post su Instagram, hai citato Walter Chiari, un tuo altro mentore, giusto?

Assolutamente sì. Quando ero ragazzo, dicevo sempre: voglio diventare come Walter Chiari. Attore, comico, comunica-attore. Aveva questa capacità di intrattenere il pubblico, e farlo ridere, per due ore, senza magari dire nulla di particolare. E, a differenza di tanti comici attuali, non usava la politica. Era un animale da palcoscenico. Il comico vero è quello che riesce a trovare la poesia all’interno di un meccanismo. Basti pensare ai fratelli Marx, Chaplin e altri…

 A Pagani, su Vanity Fair, hai detto: “Roma è la città in cui nessuno dice quello che pensa e nessuno fa quello che dice. Roma è un luogo di truffe costanti”. Cosa te lo fa pensare? 

Me lo fanno pensare i fatti: se tutto quello che ho fatto per Roma, l’avessi fatto per Milano, probabilmente, oggi, sarei il candidato della città lombarda. Il minimo comun denominatore di questa città è: ‘sti cazzi’, il menefreghismo elevato a sistema, appesantito da un cinismo, vecchio, che ti risucchia verso il basso. 

Quando arrivasti a Roma?

La prima volta, a diciotto anni.

Poi scappasti?

Dopo sei mesi, mi ero stufato. La gente andava al mare, a Fregene, e mi toccava aspettare ore e ore per lavorare. Io poi, figurati, arrivavo da Milano, altri ritmi, altri orari, altra mentalità. Nel 1973 Roma era ancora una città viva, la vita notturna molto vivace; in via Veneto vedevi ancora le Rolls-Royce, si respirava ancora una coda della dolce vita felliniana… 

Morivi di fame? Di quali espedienti campavi?

Come ti ho detto, dopo pochi mesi di noia, avevo capito che Roma non faceva al mio caso, almeno per quel periodo della mia vita. Chiamai Valentina Fortunato dicendole che a Roma ci si divertiva ma si perdeva tempo. Lei mi propose di andare a Verona a fare l’assistente alla regia per la messa in scena dell’Enrico V. Ero bravo a suonare il piano e il maestro, Virginio Puecher, rimase incantato dalla mia bravura e abilità. Pensai: è fatta. Ma Puecher, che stava per volare a Chicago, non aveva i soldi per prendermi. Senza pensarci troppo, pensai bene di farmi trovare all’aeroporto di Malpensa con solo il biglietto in mano. E così cominciò la mia esperienza americana, al teatro Opera di Chicago. Anche lì, ricordo, tanti complimenti ma zero soldi. L’unica consolazione fu che misi in tasca una lettera di presentazione per il Metropolitan di New York. E così, con gli ultimi soldi, speranze e una chitarra Martin, presi un Greyhound Bus dall’Illinois e arrivai nella Grande Mela.

fotografia di Lady Tarin

Hai mai pensato: basta, mi fate perdere tempo, mollo tutto e me ne vado?

L’ho pensato tante volte, ad essere sincero. Ma Dario Fo, un giorno, a colazione, mi disse: no, se te ne vai, gli fai un piacere. Tu devi rompergli i coglioni fino alla fine. Se sei libero dentro, non aver paura di niente. E così, come vedi, ho fatto, e sono ancora qua.

Quali sono stati gli anni più bui, per te? 

Tanti, spesso, e, parallelamente, sempre. Da un lato, sono una persona tenace, combattiva, ma, dall’altro, ho una deriva malinconica molto forte. Io penso sempre di non meritarmi quello che ho, e, soprattutto, non mi rendo conto di quello che ho. Ogni mattina faccio esercizi di meditazione per rinforzare la mia gratitudine verso quello ho avuto dalla vita e, in qualche modo, cercare di amare gli altri più di te stesso. Per farti un esempio: qualche giorno fa, ero al telefono, in ordine sparso, con Woody Allen, Polanski, Kusturica per dei film in produzione, eppure…

Qual è stato lo schiaffo più sonoro e meritato nella tua vita?

Da mia moglie Elena.

Cosa avevi combinato?

Le ho mentito e ho rischiato di perderla per sempre. Uno schiaffo d’amore terribile. Una donna, quando ama veramente, vuole il meglio dal proprio uomo e io, seppur in maniera inconsapevole, non ero stato all’altezza delle sue aspettative.

Massimo Fini, nella sua autobiografia, nei tuoi anni milanesi, non ti tratteggia con dolcezza, eufemisticamente parlando. Come mai? Cosa gli hai fatto? Addirittura un capitolo sulle tue perversioni sessuali…

Massimo Fini è un uomo intelligente. Quando uscì il libro, chiamai Ciccio De Michelis, uomo colto ma pavido, e gli dissi: ma hai letto il libro di Fini? Lui mi disse: non leggo tutto quello che pubblico. Molto male, gli feci, perché ora vi beccate una bella querela. Lui mi propose: vabbé ritiro il libro, e tolgo il capitolo. Tolse il capitolo e ritiro il libro: reo confesso, doppia denuncia.

Roberto D’Agostino ha sempre dichiarato di essere omosessuale dalla cintola in su; quanta omosessualità c’è in te, Luca?

Io non sono omosessuale, ma profondamente eterosessuale. Ho un erotismo molto aperto; per citare Mamet, l’omosessualità non è un’ aberrazione ma una forma di adattamento psicologico. Penso che all’interno di una coppia il mascolino e il femminino ci siano in egual modo, e il Simposio di Platone è lì a dimostrarlo. Quello che mi irrita sono le espressioni   folcloristiche. Giulio Cesare era bisessuale, ma non andava in giro a sculettare. La vera chiave in una coppia è trovare il necessario equilibrio tra le due componenti – mascolino e femminino – che non è solo sessuale, ma psicologico, direi comportamentale.

Anche tu, come tanti, sei stato schiavo della cocaina. Come mai? Volevi sentirti incluso? Apparire figo agli occhi delle donne?

Non sono mai stato schiavo delle droghe in generale. Sono stato schiavo della mia stupidità e delle mode che negli della mia giovinezza andavano forti. Gli anni newyorkesi, in tal senso, sono stati un lunapark.

Prima hai accennato a questi buchi neri nel tuo cervello, al demone che hai dentro. Hai mai pensato, nel tuo momento peggiore, al suicidio?

Al suicidio vero e proprio, no. Sicuramente, ho fatto delle cose estreme, tipo andare a tutta velocità in macchina, in moto, o lavorare fino allo stremo delle mie forze. Non mi sono mai svegliato la mattina di malumore o triste, anzi. Ma penso che anche l’eccesso di adrenalina sia una forma di depressione; questo voler fare, fare, senza fermarsi mai. Anche l’essere esaltati può essere una forma di suicidio.

Ti senti un esaltato, quindi?

Ci sono stati dei momenti della mia vita in cui l’esaltazione e l’adrenalina sono stati particolarmente stimolati. 

Come la sublimi, questa adrenalina, con il sesso o con la creatività?

Con la creatività, per fortuna.  Il corpo ti dà dei segnali chiari in materia sessuale, e non sono così stupido di imbottirmi di pillole per soddisfare una giovane fanciulla.

Quali sono stati, ripensandoci con la freddezza e il distacco del tempo, i peggiori film nei quali ha recitato?

La maggior parte dei miei film non sono stati belli. Ho avuto meno coerenza perché, essendo costretto a lavorare e a mantenere dei figli, facevo cose magari poco interessanti. Quando sono diventato anche un produttore, ho badato anche alla qualità delle cose che facevo.

“L’ufficiale e la spia” di Polanski – L. Barbareschi e E. Seigner

Per quale motivo hai deciso di fare l’attore? Di solito, gli attori sono disturbati, nevrotici, insicuri… Lo sei anche tu?

Assolutamente sì. Ma negli anni, maturando, ho trovato, forse, il giusto equilibrio. Probabilmente, gli incontri fatti in America, mi hanno insegnato molto, in tal senso.

Enrico Vanzina, in una precedente Confessione, mi ha detto che gli attori sono sempre pronti a tradirti; anche tu sei stato un fellone?

No, mai. Semmai sono loro che non mi hanno più richiamato.

Ci sei rimasto male?

Sì, perché negarlo? Ma sono comunque contento di aver lavorato con loro. Si impara da tutti.

In questo tuo puntare l’indice contro tutto e tutti, c’è un’attrice che stimi?

Giovanna Mezzogiorno, senza ombra di dubbio, perché ha avuta una bella formazione, grazie anche al papà, e sicuramente aiutata anche da una bellissima voce e da una grande capacità di gestione delle emozioni. Ma anche Cristiana Capotondi, Vittoria Puccini e Serena Rossi. E poi la straordinaria Lucrezia Lante Della Rovere.

Il sabato, per te, è il giorno dello Shabbat, è sacro. Perché? Hai imparato qualcosa dall’osservanza del giorno del riposo?

Che c’è un momento di decontrazione, fondamentale per la creatività e per il corpo. Come ti ho detto prima, avevo spinto al limite la mia vita. E lo Shabbat mi ha consentito di staccare veramente, godermi la famiglia, di fare cose semplici e belle come parlare con i miei figli; oppure  suonare, chiacchierare, leggere un libro. O, più semplicemente, a non fare nulla!

Quali autori, dalla forte radice semita, hanno segnato la tua vita spirituale?

Joseph Roth, David Mamet, che mi ha cambiato la vita per via della sua lucidità, e tutto Isaac B. Singer. Ombre sull’Hudson, ad esempio, è un capolavoro: c’è la mia vita. E poi Mordechai Richler e Saul Bellow.

Hai mai capito da dove arrivino tutte le cazzate che hai fatto?

Da me. Io sono il peggior detrattore di me stesso. Non sempre elaboro in maniera corretta i fatti e i comportamenti delle persone che mi stanno vicino. Basterebbe, probabilmente, amare e amarsi di più ed eviterei tanti errori. L’inconscio, purtroppo, comanda quasi in maniera integrale.

Quali sono i peggiori difetti che ti riconosci?

Per anni, la collera. Ero arrabbiato con la vita, con il mondo intero, alzavo le mani, ero violento. E, poi, l’intolleranza verso lo stupido. Sono sempre stata una persona che elaborava le cose con molta facilità e velocità e non accettavo quasi che gli altri avessero delle difficoltà o tempi di elaborazione diversi, più lenti. Nel tempo, ho capito, poi, che lo stupido, che è meno dotato, non ha colpe. 

Hai mai alzato le mani ad una donna?

No, mai.

Sei più viscerale o lucido?

Fotografia di Assunta Servello

Una volta, ero molto viscerale, passionale. Oggi, con la maturità, sono diventato anche lucido.

Spesso, nelle foto che fai o video che pubblichi, compaiono tante chitarre; chi sono i tuoi chitarristi di riferimento?

Sono onnivoro, ma adoro, in modo particolare, Paco de Lucia, John McLaughlin, Eric Clapton, Santana, Jimmy Page, e il grandissimo Hendrix, che ho visto, a 13 anni, al Piper.

Preferisci più la musica o i libri; Natalino Irti mi ha detto che la musica ti accompagna nel dolore, mentre i libri ti astraggono e ti fanno riflettere. Per te, è la stessa cosa?

Se Dio esiste, parla con la musica. La Lacrimosa di Mozart, tanto per dirne una, è un pezzo che ti porta quasi al Paradiso.

A proposito, qual è il dolore più grande che hai cagionato?

La perdita di fiducia delle persone che mi stavano vicine, soprattutto nei rapporti privati.

Seguendoti da anni, ho sempre avvertito, in Italia, una certa allergia nei tuoi confronti. Perché? Te lo sei chiesto? 

Probabilmente per una sorta di antisemitismo inconscio e poi per aver avuto sempre, pur non essendo magari il più intelligente, un pensiero originale, libero, anticonformista. Purtroppo, siamo in un Paese di cialtroni e di capri espiatori. Non mi amano perché, in fin dei conti, sono uno scassacazzi.

Per quale tornaconto hai deciso di buttarti in politica? Avevi bisogno di qualcosa?

Per nessun interesse, credimi. Pensavo e speravo di potere essere utile. E’ la politica che ha tradito le mie speranze.  

Rimpiangi anche tu la figura di Craxi? Che rapporto avevate?

Avevo un bellissimo rapporto. Craxi non hai mai rubato per sé. Bettino ha pagato cara la sua indipendenza politica nei confronti degli imperialisti americani, sostenuti, non dimentichiamolo mai, dal Pci italiano. La politica estera di Bettino, soprattutto nel Mediterraneo e nello scacchiere arabo-musulmano, non è mai piaciuta oltre Oceano.

Cosa non ti piaceva del craxismo?

L’arroganza. Eravamo belli, intelligenti, giovani, laici; ma ad accudire gli anziani andavano quelli delle Acli, associazione legata alla Dc. Una volta, ricordo come se fosse ora, lo dissi anche a Bettino e a De Michelis: i democristiani vanno a fare volontariato, si alzano presto, vanno a lavorare e poi si rendono utili. Noi ci alziamo tardi e facciamo la bella vita. Loro mi risposero: ma adesso ti sei messo a fare il moralista? E, infatti, l’abbiamo pagato caro.

Pensi di essere un buon padre, nonostante il caratteraccio e l’assenza da casa?

Penso di sì, perché non ho mai finto di essere quello che non sono. Loro sanno tutto di me, le debolezze, i miei difetti. Ma con loro, ho sempre fatto il padre, mai l’amico. Sono esigente, pretendo molto da loro, non accetto che accampino scuse e, modestamente, cerco di dare loro l’esempio.

Ti fa soffrire più l’infedeltà fisica o una sbandata mentale?

Quella fisica, per niente. Quella sentimentale, sì. Comincerei a pormi delle domande.

Hai paura di invecchiare o di rincoglionire?

Paura d’invecchiare, no, ma di perdere lucidità, sì; ho l’ansia di non essere più lucido e cosciente. Ho un’età in cui la strada si assottiglia sempre più.

Anni fa lessi una tua intervista in cui confessavi candidamente di essere in analisi. Ci vai ancora?

Sì, certo.

Pensi di essere migliorato?

Sono migliorato da quando sono nato, progressivamente, un pezzo alla volta.

Luca, siamo in chiusura, direi. I nastri, a furia di registrarci, si saranno consumati. Ma qualcosa te la voglio ancora chiedere. Sei più un mascalzone latino o un nordico protestante?

Nessuno dei due, dai. Non sono mascalzone né, tantomeno, un nordico. Non ho quella durezza protestante. Non vorrei mai vivere in paesi come la Norvegia o la Finlandia: morirei.

Piangi ancora come un vitello?

Sempre, e molto di più. Mi commuove tutto. Mi emoziono. I vecchi, sai, sono facili alla lacrima… Come Federico II, conservo ancora lo stupor mundi…

In quale luogo vorresti morire?

A Filicudi. A 120 e 3 giorni.

Perché 3 giorni?

Mica posso morire di colpo!

Ride…

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