L'inferno sono gli altri

Non sarà un virus a cambiarci, con buona pace di Agamben.
Non sarà un virus a cambiarci, con buona pace di Agamben.

Manca il carnefice: quest’assenza definisce l’inferno di Jean Paul Sartre in A porte chiuse. I tre dannati si infliggono reciprocamente la pena, ricordando il passato e giudicandosi a vicenda, incapaci di stare “ciascuno nel suo angolo”. Non è una sentenza divina, un dovere: piuttosto, la dimensione di tormento che, attraverso il tremendo esercizio della libertà, possono assumere i rapporti umani. Il dramma sartriano capovolge, in qualche modo, la promessa di Cristo: dovunque si riuniscano gli uomini, li è l’inferno – perché “l’inferno sono gli altri”. E l’esperienza della pandemia, col suo doppio corollario di distanziamento sociale e convivenza forzata all’interno del nucleo familiare, getta una luce impietosa proprio sulla natura delle relazioni nella nostra Italia tardo-moderna.

Un dato, crudo, per cominciare: in un mese di lockdown, le richieste d’aiuto ai centri antiviolenza sono aumentate del 74% rispetto all’ultimo rilevamento statistico. Emerge, da questi numeri, una categoria potenzialmente molto ampia di situazioni critiche, contesti familiari che si trascinavano al confine fra situazione disfunzionale e violenza vera e propria. È stato il virus a salvare questa donne: altrimenti sarebbero rimaste in silenzio, avrebbero sopportato tutto il sopportabile. 

All’opposto concettuale c’è la gente che, appena allentate le restrizioni, si riversa in strada: la movida non è più o meno stupida del solito, e la sopravvaluteremmo se le attribuissimo il valore apotropaico di rituale. Piuttosto, sembra si tratti della stessa vecchia normalità: mascherine, certo, un’emergenza introiettata e diventata fatto della vita – ma rimane il sospetto che, al netto delle immagini apocalittiche di Bergamo, della retorica churchilliana di Conte e del brusio incessante di opinionisti e intellettuali, non sia cambiato proprio niente. Se Covid-19 ha rappresentato, per la politica, lo stato d’eccezione di Schmitt, le sue conseguenze sociali potrebbero non essere così significative: c’è il prezzo umano che alcuni hanno pagato, il prezzo economico che pagheremo tutti, ma una comunque non intaccata fine della storia. Anzi, c’è anche qualcosa di onesto nel distanziamento sociale, è l’ipostasi giuridica di una distanza che già esisteva, ovunque. Colpisce, in questo senso, la radicale presa di posizione di Giorgio Agamben. Il suo Requiem per gli studenti, in buona sostanza un attacco al concetto di lezione online, è uno strano pezzo, intriso di passatismo romantico e bizzarro soprattutto per la scelta del paragone: 

I professori che accettano […] di sottoporsi alla nuova dittatura telematica e di tenere i loro corsi solamente on line sono il perfetto equivalente dei docenti universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista.

Giorgio Agamben

Ma il fascismo è proprio un culto dell’aggregazione, attivamente ostile alla solitudine. Se il potere del capo deriva dal mandato della massa come entità fisica, folla oceanica che si manifesta nello spazio, ecco che Mussolini ha tutto l’interesse a istituire tasse sul celibato e sabati sportivi, a fondare pletore di associazioni giovanili fra le quali, appunto, i Gruppi Universitari Fascisti. La storia stessa del fascismo dimostra come l’aggregazione sociale in tutte le sue forme – dai partiti alle universitates rimpiante da Agamben – porti in sé un germe totalitario. Scrive Elias Canetti:

“La massa non si sente mai sazia. Fin quando resta un uomo non ancora catturato da lei, essa mostra il suo appetito.”

Elias Canetti

Giorgio Agamben

Quando Giorgio Agamben qualifica come “barbarie tecnologica” la smaterializzazione della didattica, sembra ignorare quello che Canetti definisce “moderno furore dell’accrescimento”, la modernità produttivista che pretende sempre più consumatori, e quindi sempre più uomini. Superando i luoghi comuni, appare evidente che il cosiddetto progresso ha sferrato un formidabile attacco alla solitudine: oggi, semplicemente attraversando le nostre città al mattino, entriamo in contatto con più esseri umani di quanti i nostri antenati avrebbero potuto incontrarne in una vita. Più sottilmente, l’esposizione continua di sé al mondo attraverso i social, e del mondo al singolo attraverso i media, rappresentano la massa che espande all’infinito la propria portata: se di barbarie tecnologica si tratta, i suoi strumenti sono tutti volti a estinguere la dimensione dell’individuo. 

Alla proliferazione dei rapporti umani si accompagna, paradossalmente, una riduzione del tempo – rivendicato dal lavoro produttivo o dall’industria dell’intrattenimento: ne risulta che questi rapporti sono tanti e significano poco. Il distanziamento sociale li rende materialmente impossibili, ma già esistevano soltanto per convenzione, come conseguenza della densità geografica della popolazione. Sarebbe ora di rinunciare ai facili romanticismi e ammettere che, nel modo di vita attaccato dal virus, c’era ben poco da salvare.

Con buona pace di Agamben, l’esperienza universitaria tipica non è quella del simposio intellettuale, della cultura alternativa: piuttosto, tutto rimane allineato all’imperativo edonistico moderno. La società universitaria ha le sue peculiarità, ma sono peculiarità consumistiche, e la didattica telematica ha innanzitutto un impatto sui consumi: meno aperitivi, meno speculazioni sugli affitti. L’intervento di Agamben sembra inserirsi in una universale bolla di stucchevolezza, la narrativa di un popolo crudelmente privato dei più sacri rapporti umani: la pandemia ha mitologizzato una realtà antecedente fatta di relazioni patologiche e relazioni vuote, vecchi abbandonati nelle RSA, bullismo a scuola e università del conformismo alcolico. Magari bastasse un virus a cambiarci. L’economia si adatterà, ovviamente a danno dei più poveri, magari andremo in spiaggia coi sarcofagi di plexiglass, le città torneranno rumorose e inquinate, l’altro sarà reificato, sessualizzato, svuotato come sempre. “La sagra dei miti carnefici” viene da lontano. Non dall’alto, dalla tecnologia o dalla raffica dei decreti-legge: è nella natura stessa delle società di massa. “Tutto per nulla, dunque”.

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