Allarme, Limonov!

Un anno fa muore Eduard Limonov, l’ultimo “esteta armato”, il romanziere rivoluzionario. Pubblichiamo il suo manifesto: contro la famiglia, la scuola, la globalizzazione, elogio del sesso libero e della guerra
Un anno fa muore Eduard Limonov, l’ultimo “esteta armato”, il romanziere rivoluzionario. Pubblichiamo il suo manifesto: contro la famiglia, la scuola, la globalizzazione, elogio del sesso libero e della guerra

Non sembrava pericoloso. Piuttosto, attirava il pericolo. Una lama di rabbia, cruciale, teneva insieme quel corpo, minimo, vetrificato nel Novecento. Eduard Limonov cercava la rissa, sempre; si parla se si è incendiati dall’ira, diceva, se una parola sa incenerire, certi che tra la presa per il culo e la condanna a morte la distanza è un rondò di denti, labbra che bucano la lebbra del secolo. Limonov è morto un anno fa, il 17 marzo del 2020; con l’editore Sandro Teti avevamo organizzato una gita russa per fine febbraio. Chiese di rimandare di un paio di mesi; era esplosa la granata pandemica. Dieci anni fa, per P.O.L., Emmanuel Carrère ha pubblicato Limonov: è il suo libro più venduto, più bello. Carrère, con un certo talento giornalistico, fa di Limonov il rivoluzionario di peluche per i lettori occidentali. Doma la bestia, lo rende un fenomeno da circo. A Limonov – che godeva nello sfottere Carrère – andava bene, tutto sommato: per un uomo che ha scritto il romanzo della propria vita, continuamente, le contraffazioni (come le contraddizioni) sono lecite. Mi domando perché non ristampino Libro dell’acqua (un tempo Alet, 2004), l’autobiografia onnipossente di Limonov, piuttosto che farci sorbire biberoni di Carrère.

Quando l’ho conosciuto, nella sua ultima visita italiana – partiva per Mosca il giorno dopo –, l’esteta armato non masticava più. Sembrava uscito da una pagina censurata dei Demoni di Dostoevskij, era l’emblema esatto della Russia, la rivoluzione per un nonnulla, mercenari delle proprie voglie, la gioia selvaggia di una inaudita libertà. C’era dell’ascetismo scempio e della lussuria nel modo in cui Limonov scotennava la Storia. Quella notte, gli portammo un tozzo di squacquerone, dei biscotti morbidi, un barattolo di antidolorifici. Gli piaceva l’idea che scrivessi la sua vita per il gusto di sputtanare Carrère, per l’ennesima indisciplina, certo che ogni frase è un apocrifo, che le icone vanno incendiate perché una leggenda sia eterna. Se gli avessi detto, pigliamo Santarcangelo, avanziamo verso Forlì, accerchiamola, non si sarebbe fatto problemi. Aveva una valigia piccola, lunga quanto il suo avambraccio e una scorta di miliziani pronti a tutto. Il possibile era una pianura oceanica davanti a lui, puntellata di occhi, di saccheggi; sembrava l’erede dei re degli Sciti, che sapevano sfidare Alessandro Magno perché conoscevano il sortilegio della velocità, della razzia, del nulla.

In Italia Eduard Limonov è editorialmente latitante: Sandro Teti ha pubblicato alcuni romanzi – Zona industriale, Il boia – e ha in canna una raccolta di poesie, Ora zero, lode a lui. L’equivoco è che Limonov è preso, come scrive Carrère, per “un Jack London russo”, avvilendo il suo spirito eversivo, la visione perennemente politica. Arrestato nell’aprile del 2001, con l’accusa di ordire atti terroristici e di aver acquistato illegalmente armi per invadere il Kazakistan, Limonov sconta due anni di carcere in cui scrive otto libri. Tra questi, spicca “L’Altra Russia”, ancora inedito in Italia, pubblico nel 2003, che è il primo atto della costituzione del partito omonimo di opposizione ideato nel 2006 con Garry Kasparov e Michail Kas’janov. Dal 2010 “L’Altra Russia” – con granata che sfonda il rosso vessillo – è il partito guidato unicamente da Limonov. (Davide Brullo)

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Il mostro dagli occhi rossi: la Famiglia. Tuo padre è un ingegnere, o un operaio – arrabbiato, magro, sfortunato, beve ogni tanto. O forse il padre non c’è, la famiglia è dominata dalla mamma sotto l’aura di una pelliccia logora. Occhi umidi, isterici, esausti, parla come se fosse l’eco di tutti i mali del mondo. Hai pietà per la madre, nessun rispetto per il padre. Una nullità, ubriaco, litiga con il televisore. Il fratello puzza, sei disgustato di entrare in bagno dopo di lui. Bilocale: troppi mobili, tappeti, stuoie, persiane. Luce pallida… La famiglia insegna a tremare, a temere, a farsela sotto dalla paura: è una scuola della codardia. La famiglia: letame appiccicoso e caldo, da cui è bene andarsene subito, sottraendosi alle sue ferite morali. La famiglia indebolisce l’uomo, come il consumismo, esaurisce la sua debole impotenza in patate e polpette. Domani faranno irruzione degli sconosciuti, poliziotti, e non c’è nulla con cui difendersi. Cosa farai per difendere tua madre e tua sorella? Con loro sei ancora più vulnerabile. Il potere sovietico, quella cagna, ha schiavizzato con successo la famiglia in un appartamento. Tutti incatenati, ancorati in un appartamento. Registrazione, appartamento, lavoro: questo è l’assortimento di pesanti catene arrugginite con cui il russo moderno è imprigionato al suo ruolo, meno libero del russo del XVII o del XVIII secolo. Allora, almeno, potevi scappare oltre il Don, verso i Cosacchi, e unirti a Pugačëv.

La Scuola ti ha rubato l’infanzia. L’obbiettivo della scuola è spezzare gli istinti naturali dell’uomo, fiaccare la sua naturale aggressività, vincerla. La scuola è una istituzione repressiva. È un fraintendimento pensare alla scuola come a una istituzione culturale, pari alle biblioteche o ai musei: la scuola è una prigione. La catena di montaggio della scuola fornisce la società di animaletti sdentati, languidi, congelati nel loro sviluppo. Sono stati riempiti a forza da nozioni inutili, come il sacchetto di un aspirapolvere è pieno di sporcizia. La scuola è necessaria alla società della repressione. È creata per questo. È una istituzione governativa. Per questo è colpevole, come i tribunali e le prigioni, della soppressione dell’uomo. La scuola non insegna ciò di cui si ha bisogno per vivere. Non insegna come si tratta con le persone, come si riconoscono i traditori, come si comandano gli uomini, come si respinge un attacco. La scuola sviluppa istinti secondari di obbedienza.

Il benessere sessuale. Il benessere sessuale dato da una relazione tra uomo e donna più consona alla natura, aumenterà la morale sociale: molti meno frustrati e molti meno suicidi. Le persone inizieranno prima la loro vita sessuale e la prolungheranno fino a tarda età. La salute della nazione ne avrà beneficio. In Russia ci sono così tanti uomini e donne arrabbiati, nostalgici, tristi, ubriachi, perché hanno per lo più una vita carnale infelice, breve, vergognosamente insipida. Non bisognerebbe andare per strada con striscioni che inneggiano, “Fabbriche agli operai!”, “Terre ai contadini!”, ma che proclamino “Benessere sessuale a tutti i cittadini!”, “Lunga vita alla promiscuità!”.

La città è un nemico. Protezione in cambio di sfruttamento: questo è ciò che la civiltà urbana porta con sé. Al leader-delinquente, al potente aristocratico si è sostituito il delinquente eletto con una brigata di amministratori, ma il risultato non cambia. Tutto, nella città, suggerisce diseguaglianza e assenza di libertà. I sobborghi – mostruosi formicai, favi di cemento che al mattino vomitano il loro grumo umano per riceverlo di ritorno la sera – mostrano il mondo della moderna schiavitù, privo di riti. La città disintegra la campagna: i dodici milioni di abitanti di Mosca non piantano un seme, non allevano una gallina. La città produce potere e controllo. Nella città-capitale sono concentrati tutti i più articolati sistemi di sopraffazione dell’individuo. Se guardiamo alla storia recente capiamo che il primo atto di una rivoluzione è la costruzione di barricate. Si distruggono i marciapiedi, si strappano le pietre, si bloccano le strade. I cittadini bloccano la città. Danno fuoco agli edifici, prendono d’assalto il palazzo presidenziale, il parlamento. La folla ha un istinto sicuro: vuole distruggere la città, la cittadella del potere, la causa delle sue disgrazie.

Istinto alla lotta. Ho studiato a lungo i comandanti militari di oggi, soprattutto negli anni Novanta. Si è sviluppata in me la convinzione che la guerra non è un peccato, non è una traccia del passato, un istinto vergognoso, bensì una legittima indole all’aggressione, la necessità dell’eroismo. L’istinto alla lotta si rivela in ogni lato dell’uomo, spesso in persone comuni, lontane dalla vita della guerra. Un insegnante, un operaio, si rivelano in guerra intraprendenti. D’altronde, un uomo con la pistola e l’uniforme non è detto che sia un autentico soldato, di solito non lo è per nulla.

Contro il mondo globale. Il mondo non vuole essere globale, non è omogeneo. La civiltà degli avidi asceti protestanti in giacca e cravatta deve essere uccisa e smembrata. I più aggressivi e schifiltosi, i più violenti torturatori dall’Iraq alla Serbia sono stati Gran Bretagna, Stati Uniti e Olanda, tre paesi protestanti. La ricca Europa e i suoi satelliti – paesi in cui gli espatriati dall’Europa si sono fatti spazio massacrando i nativi –, Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Israele, dopo essersi trasformati in fortezze acquistano materie prime in giro per il mondo, al prezzo di qualche nocciolina. Per tali capi del mondo, la globalizzazione è una manna. La tendenza repressiva della civiltà globale è chiara: ogni fede e pensiero diversi sono spietatamente proibiti e messi fuori combattimento.

Eduard Limonov

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