Licio Gelli mental coach

“Come arrivare al successo” è un pezzo unico della letteratura motivazionale che mette in luce la bizzarra dualità di un personaggio particolare come il "Venerabile Maestro". Una rilettura.
“Come arrivare al successo” è un pezzo unico della letteratura motivazionale che mette in luce la bizzarra dualità di un personaggio particolare come il "Venerabile Maestro". Una rilettura.

In una Repubblica nella quale il vuoto di Craxi si faceva sentire e la guida del Paese, dopo la parentesi della Guardia De Mita, era tornata quasi per necessità fisiologica tra le braccia monumentali di Andreotti, nel 1990 il Venerabile Maestro Licio Gelli pubblicava un libro, verrebbe da dire un libro qualunque. Come arrivare al successo, edito da APS divisione editoriale (Modena), casa editrice celebre, o quasi, per la sua collana di libri di cucina (da Cosa si mangia nell’U.R.S.S. alla Cucina tradizionale tedesca). Un accostamento quanto mai bizzarro, soprattutto se poi si va a sondare il contenuto di questo volumetto, ovvero una serie di cinquanta dritte da seguire per arrivare al successo.

Non propriamente una ricetta, ma più che altro una sequela di banalità che si alternano ad utilissimi consigli conditi da gustosi paradossi e invettive sull’Italia post sessantotto, passi dei Vangeli, massime di Lao Tse e Hui Tzu. Tutto questo nasconde un indizio importante, ovvero la peculiarità di Gelli nell’apparire autenticamente “normale” nelle proprie dichiarazioni e – forse anche agli occhi di chi il Potere lo deteneva davvero, ma di questo si tratterà più avanti – coesistendo nella sua natura esoterica ed essoterica di martire e peccatore, come un elettrone che ruota sia in una direzione che in quella opposta al medesimo tempo, proprio come il gatto di Schrödinger è sia vivo che morto finché non si apre la scatola chiusa.

Come arrivare al successo (APS divisione editoriale) di Licio Gelli

«A mio padre, per avermi insegnato a vivere onestamente.

A mia madre, per l’educazione che ha saputo darmi.

A mia moglie, che mi è stata di conforto tutta la vita

e mi ha evitato di sentirmi solo nei momenti difficili,

così come non mi ha fatto pesare la sua solitudine,

a causa del mio lavoro.

L.G.».

Così si apre questo pezzo unico della letteratura motivazionale, pubblicato poco dopo la caduta del Muro di Berlino, proprio quando gli anticomunisti si accingevano a proclamarsi vincitori, senza rendersi conto che la tempesta avrebbe spazzato via la partitocrazia insieme ad essi indistintamente. Il decisionismo dell’Epoca di Craxi, tra 1983 e 1987, lasciava un vuoto incredibilmente pesante sulle spalle dei suoi successori, tanto che addirittura un terremoto di dieci anni prima, quello nell’Irpinia del 1980, riuscì di far cadere De Mita sotto l’artiglieria dei titoli di giornale di tutto l’arco ideologico con il ritardo di quasi un decennio, nell’ottantanove. Con De Mita crollava il Muro, ma pure un’epoca straordinaria.

Quattro anni prima c’era stato l’episodio di Sigonella mentre il Pci iniziava la sua metamorfosi, sostituendo a Marx niente meno che Freud. Qualche mese prima Craxi aveva fatto deragliare il tentativo di cessione del gruppo alimentare pubblico Sme alla Cir di De Benedetti per quasi cinquecento miliardi di lire, come è spiegato da Bruno e Segreto nella loro Storia dell’Italia repubblicana. La politica di quel periodo ereditava gli scandali degli anni settanta insieme con le rivelazioni sui finanziamenti di Montedison, Enel e dell’Unione Petrolifera ai partiti, senza tralasciare il crack Sindona. Qualche anno dopo veniva trovato impiccato Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, dove questi aveva tentato riparo in seguito al dissesto del Banco Ambrosiano e ai suoi coinvolgimenti nella loggia massonica P2. Lo scandalo politico irrompeva; scriveva Giano Accame nel suo Una Storia della Repubblica:

«Elemento ludico, carnevalesco, disinibitore della democrazia, divenendo ancora più del voto il momento della festa in cui il cittadino riusciva a sentirsi superiore e giudicante nei confronti dei signori delle tessere e dei re di denari».

Questo passo che descrive in sintesi l’americanizzazione della democrazia italiana e al quale risulta impossibile non accostare la massima di Max Weber ne il lavoro intellettuale come professione:

«Se […] ancora si fosse domandato ai lavoratori americani perché accettavano di essere governati da uomini politici che essi stessi dichiaravano di disprezzare, si sarebbe ottenuta una risposta di questo tenore: – preferiamo avere per funzionari persone sulle quali sputare piuttosto che, […], una casta di funzionari che sputa su di noi».

È in questo contesto che Licio Gelli risultava sulla carta stampata dei giornali come capo della loggia massonica P2, con presunte velleità di sovvertimento dell’ordine democratico e attorno a cui iniziavano a fioccare teorie in netta contrapposizione con quanto dichiarato di contro dalla sua persona. Le sue versioni della verità appaiono ancora oggi così autenticamente innocenti che quasi lo studioso risulta tentato a credergli. Dall’oltretomba Gelli ci porge una mano da stringere con vigore, ma non con forza, perché, come spiega lui stesso nel capitolo XLIV di Come raggiungere il successo dedicato proprio alle strette di mano, nel punto quarto:

«Non bisogna mai mettere forza nella stretta di mano, perché questo è sintomo di mancanza di educazione, e anche di insicurezza interna. Se poi si tratta di una stretta di mano particolarmente forte, quasi da far male, significa solo che la persona vuole presentarsi esteriormente forte, per mascherare la sua debolezza interna, un forte complesso di inferiorità e molta insicurezza».

Non si vuole in questa sede “smontare” la versione del Licio Gelli innocente, in quanto questa analisi peccherebbe degli strumenti adatti, bensì si vuole portare – con il massimo rispetto verso l’Autore del libro in questione e sopratutto dei suoi contenuti – l’attenzione del lettore su quanto dichiarato nell’ottantuno da Federico Umberto D’Amato, direttore dell’Ufficio Affari Riservati proprio nei folli anni settanta. Ribattezzato da Giacomo Pacini La spia intoccabile nel titolo della sua opera, alla quale rimandiamo per le informazioni che seguono, a D’Amato era stato chiesto di fornire spiegazioni sul perché anche il suo nome comparisse nell’elenco degli iscritti alla P2, rinvenuto nel marzo del 1981 presso gli uffici della Giole, la fabbrica d’abbigliamento dello stesso Gelli. Così pochi giorni dopo rilasciava un’intervista a La Repubblica nella quale spiegava la natura dei suoi rapporti con Gelli, personaggio che, a suo dire, lo annoiava:

«Sostanzialmente un cretino che diceva delle tremende banalità. […]Tuttavia era persuasivo, rassicurante, aveva delle componenti, come dire, cagliostresche».

«”Non ti preoccupare è cosa fatta”. E quella sua tipica frase “lascia fare a me” non era campata in aria perché quando uno stava da lui squillava continuamente il telefono. Gelli rispondeva e salutava: “Presidente, senatore, eccellenza, eminenza….” E non era una sceneggiata. Tuttavia lo scopo di Gelli nel mettere in piedi quest’organizzazione (la P2) non era politico, ma economico. Perché mai avrebbe dovuto sovvertire le Istituzioni, ideare un golpe? A favore di chi? Con quale profitto? Lui stava benissimo cosí, intrallazzando, facendo soldi a palate, trovando interlocutori che gli davano retta».

Analogamente si sarebbe espresso a inizio anni novanta deponendo davanti alla Corte d’assise di Roma, quando ricordò che Gelli solitamente riceveva i suoi ospiti in una suite situata all’Hotel Excelsior di via Veneto, la cui atmosfera descrisse così:  

«Un qualcosa tra la commedia dell’arte italiana ed il teatro francese. L’albergo del libero scambio. […] Non parlava altro che del fatto che bisognava rafforzare il centrosinistra, tenere da parte la destra, perché lui non ne voleva sapere. E soprattutto fare una barriera contro i comunisti. Che fosse l’uomo che voleva svolgere una attività sovversiva mi è sembrato improbabile per una semplice ragione: che lui nel centrosinistra ci stava, come dire, come un pesce nell’acqua. […] sta di fatto che mi è sembrato piuttosto un uomo di potere, un uomo d’affari che non mi pare avesse un interesse particolare a rompere un sistema nel quale stava cosí bene».

«Gelli, era uno di quei pochi personaggi che mi è capitato di conoscere e che mi hanno impressionato per quello che potrei definire un fluido. […] Io ho riconosciuto questa caratteristica in due o tre persone nel corso di una lunga carriera che avevano queste caratteristiche di cui si servivano proprio per, se posso usare l’espressione, fregare la gente, per accattivarsela».

Attenendosi alla versione di D’Amato, i suoi rapporti con Gelli erano dello stesso tipo di quelli che aveva avuto con militanti dell’estrema sinistra, dell’estrema destra, del Pci, dell’Msi, del terrorismo palestinese o con agenti dei servizi sovietici, ossia finalizzati a raccogliere informazioni sulle loro attività. Ad ogni modo la recente riapertura del caso giudiziario attorno al Documento Bologna, apre all’ipotesi che D’Amato sia stato in qualche modo colpevole di esportazione illecita di capitali all’estero e correo nell’utilizzo dei fondi distratti dal Banco Ambrosiano dallo stesso Gelli, dunque non ci si può fidare ciecamente di quanto da lui dichiarato, e questo è scontato, però da queste parole, si può notare una certa continuità con quanto contenuto nella lettera scritta da Gelli alla sua amica di Riccione, la signora Goldoni, nella quale il Venerabile Amico si racconta come un uomo crocefisso dalla magistratura, in un calvario durato più di vent’anni. Più volte, infatti, nel libro scritto da Gelli, egli allude alla corruzione degli apparati burocratici dello Stato, suggerendo come aggirare impedimenti di natura anti meritocratica nei concorsi pubblici, come evitare di cascare nelle trappole televisive e di come muoversi con i giornalisti in mala fede. È innegabile la persecuzione mediatica subita da Gelli, ma non si vuole qui stabilire della sua innocenza o colpevolezza, quanto piuttosto evidenziare la “doppiezza” del personaggio, eternamente conteso tra la luce e l’ombra della storiografia contemporanea d’Italia.

Fatte queste considerazioni e leggendo finalmente i consigli racchiusi nel libro di Gelli su Come arrivare al successo ci si accorge di certe discrepanze tra quel che ci si aspetterebbe da un uomo descritto dalla storiografia più severa e documentata (Massimo Teodori, Aldo Mola) come il marionettista eversivo della Prima Repubblica e quanto invece si legge dai documenti autografi di questo misterioso personaggio. È la magistrale dualità del Gelli a emergere da questo scritto motivazionale, specialmente nel capitolo XXVIII nel quale vengono suggeriti comportamenti su come affrontare le calunnie e dove inoltre egli racconta dell’eroismo nella resistenza opposta dai grandi perseguitati della Storia e dalla Storia, come Savonarola, Nerone, Caligola, Martin Lutero, Cagliostro. Anche Giordano Bruno rientra tra gli “eroi” perseguitati, ma è impossibile non discernere i soggetti finiti nella damnatio memoriae da quelli che invece devono la loro immortalità proprio a suicidi irrazionali come ad esempio lo stesso Bruno, che probabilmente non vedeva l’ora di morire dopo aver copiato più della metà del proprio pensiero dal Niccolò Cusano, come tutti sanno, e come forse sapeva anche Licio Gelli. 

Qui e in altri punti emerge quella “banalità”, se così si può definire, che non ci è dato sapere se volontaria o autentica. E più si tenta di osservare questo fenomeno con lo sguardo miope della storiografia contemporanea, più emerge questo magistrale e affascinante dualismo quantistico di Gelli, impeccabile attore dietro le quinte della notte repubblicana o astutissimo martire coinvolto in qualcosa di ancora più grande di lui. E per il momento, non ci è dato sapere. O forse si.

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