Le mystère Calasso

Et quodam modo carmen solutus est… Roberto Calasso e la ricerca della “letteratura assoluta”
Et quodam modo carmen solutus est… Roberto Calasso e la ricerca della “letteratura assoluta”

C’è, per grazia degli dèi, una letteratura che non non si piega all’utilità sociale. Pur sensibile sismografo del tempo suo, il narratore è fuor del tempo, è un inattuale. Suo ufficio il culto della forma, sua schiavitù il metro.
C’è la narrazione che è un sapere cui si accede solo per la narrazione stessa.
La sua scaturigine è un brivido numinoso, suo strumento l’analogìa, che lega e rimanda. Perché è mare di segni ed ogni segno si può convertire in un altro.

Antichi apologhi africani illuminano il gesto di Talleyrand.
Da Port Royal (quello di Sainte-Beuve) gli intransigenti tendono la mano ai saṃnyāsin dell’India. Freud è mitografo come Melville e i deliri del presidente Schreber sono altrettante cosmogonìe gnostiche. Marx e Stirner teologi, nel Tiepolo “teurgo” ritornano dee e ninfe… Questa è la letteratura assoluta. E Roberto Calasso non ne è l’inventore. Baudelaire e Nietzsche piuttosto, a suo dire. Però Calasso la insegue, la snida, la connette e la ritesse senza posa sin dalle ruminazioni su Thomas Browne (ora sono un elegante volume). Da quando ha preso le redini di Adelphi, con tessere scartate dal culturame la monta e rimonta in spire da “serpente gnostico” (Ceronetti), grande unico libro da Colette a Severino. Perché Adelphi è il suo doppio. Vedere il catalogo e capire. È lui che l’ha nominata ne La rovina di Kasch (1983). E nominare non è azione innocente.

E da lì metamorficamente si spande: Le nozze di Cadmo e Armonia (1988), Ka (1996), K. (2002), Il rosa Tiepolo (2006), La folie Baudelaire (2008), L’ardore (2010), Il cacciatore celeste (2016), L’innominabile attuale (2017), Il libro di tutti i libri (2019), La tavoletta dei destini (2020). Per tacere di La letteratura e gli dèi (20019) e di un romanzo, L’impuro folle (1974). Perché letteratura assoluta non è saggio, non romanzo. Vedere il Wilde di The critic as artist… Ma attenzione: che sia il trapasso verso la modernità o la riscrittura del mito greco, glossa di testo vedico, Kafka, pittura settecentesca o mito di Parigi; che si ponga all’ascolto dei ṛṣi, illumini il mysterium della predazione, l’anomìa del contemporaneo, storie bibliche o babilonesi… è sempre un unico che si agita in simulacri, si esprime nel molteplice, dialettica sotterranea di identità e differenza. Quella di Calasso è l’ “Opera” ci dice Elena Sbrojavacca nel suo Letteratura assoluta. Le opere e il pensiero di Roberto Calasso, da poco pubblicato da Feltrinelli. E l’ “Opera” è multiforme, policentrica. Tocca luoghi, costellazioni culturali e tempi diversi, saggia, intreccia saperi distinti/distanti. Mette in parentesi la “Storia” in favore del racconto: è sincronica. Non conclusa, vuole essere Mahābhārata, “gran teatro del mondo”, storia-scrigno in cui si rispecchiano riannodano tutte le storie. Perché alla fine, ci ricorda Sbrojavacca con le parole di Calasso, “tutto finisce in storia della letteratura”. Ma nell’idea che Calasso ha di letteratura c’ è più che narrazione.

Letteratura assoluta è jñāna, γνῶσις, è un sapere. E lo scrittore uno che “sa” qualcosa. Devozione alla forma, cerca del ritmo, del gesto esatti, essa è liturgìa, celebrazione di misteri. E lo scrittore esteta e ministro del culto (e non c’è più distanza tra prosa e verso). Rifugio del sacro (o del divino) “scacciato” da un tempo che fa del corpo sociale una deità, letteratura assoluta è “surrogato” di teologia, teologia in incognito. Sbrojavacca intelligentemente non cerca di profanarne il mistero, ma con cura e attenzione ordina e illustra; non fa esegesi ma suggerisce e illumina, per accostamenti. E allora, come lei si pone di fronte a Calasso e pazientemente raccoglie e ordina i semina verbi sparsi nel libro-mondo, adesso vogliamo, con minor rigore, elencarne i motivi, i loci theologici. E come si usa per i misteri, non volgere in parafrasi, ma moltiplicar enigmi.

“In principio non vi era Essere né Non essere” (Rg-veda X, 129), poi “Dall’Ardore fiammeggiante (Tapas) venne l’ordine cosmico (Ṛta)/ e la verità; di là fu generata l’oscura notte;/ di là l’Oceano con le sue onde fluttuanti…” (Rg-veda X, 190). “In principio”, “in illo tempore”…, non conta che lo scrivente ne abbia coscienza, la letteratura assoluta ri- scrive sempre e di nuovo l’Origine. E nel ravvivar l’Inizio, Inizio assoluto, drammatizzato nel tempo, lo scrittore assoluto, questo monstrum nato dal moderno, è fratello all’anonimo, antico facitor di miti. Come nel Sacrificio (tutto è sacrificio, anche il respiro!), ricompone vasi, vasi screziati d’una bellezza insidiosa. (Calasso eziologo?)

“La mente ha questo di peculiare, che non sa se esiste o non esiste. Ma precede ogni altro” (Ka, p.35). Perché la Mente è all’origine del tutto. Non si sa se vi sia deità ulteriore (KA, “chi”?). La mente non “si sa”, si “prova” nella scissione, nel divenir del mondo. Quel che lo sciagurato Cartesio divise (“clare et distincte”) lo scrittore assoluto ritrova come Unità. Vi si ritrova. E vi si perde. Ché il povero frammento non regge, non trattiene il Tutto. Ecco i tanti scrittori assoluti squassati da quell’Ignoto: gli Hölderlin, i Nietzsche, i Walser…Un’Assoluto rapace s’è pensato in loro, un sacro brivido. Poi se n’è andato altrove. (Calasso averroista? Come Jaynes, Zolla, Culianu… epistemologo del sacro e della mente?)

“La conoscenza implica che venga evocata un’immagine. E dell’immagine va subito riconosciuto che è soltanto un’immagine. Che occorrerà sostituire, per andare oltre […] Questo circolo vizioso non ammette uscite ed è quasi la definizione più approssimata della letteratura”

K., p.140

Gli dèi si camuffano in letteratura. Tra le altre cose, proprio del dio è di volersi far immagine, percepito. E d’abitare simulacri e di passar da uno all’altro, non senza tracce “mnestiche” disseminate. Già per Warburg, non la storia, ma la sequenza di queste tracce, l’ “onda”, si ritrova nella civiltà. Perché vana è la fuga dagli dèi. Allora lo scrittore assoluto è devoto alla Forma come supporto del divino, essoterico dell’esoterico, simulacro appunto. E il simulacro cela Enigmi, li preserva come tali. (Calasso guénoniano…ma a modo suo. Calasso iconologo e mistagogo?)

“La letteratura cresce come l’erba tra le grigie, possenti lastre del pensiero” (La letteratura e gli dèi, p.151). E col moderno si pretende più elevata, più necessaria di pensiero e religione (Heine). Gli scrittori assoluti vi si rifugiano, apostati dalla storia e dalla società, mescolano tutti i saperi, ne fanno risorsa. Siccome è il Tutto che che va messo in forma, letteratura assoluta è organismo onnifago, ogni sua parte rimanda al tutto, inesauribile. Non c’è che l’analogìa come via regia alla sua tessitura. Che siano molteplici e cangianti od una sola, possente (“the whole/ the whale”, Melville), un “esercito mobile di metafore” si annida nelle pagine. E più del pensiero analizzante ci porta sull’orlo dell’Impensabile. (E Calasso vuol scrivere un Libro Unico, storia di tutte le storie, raccoglitore e raccolto… Calasso Demiurgo?).

Incipit parodìa. Infine, letteratura assoluta raccoglie e distribuisce verità celate in forma ingannevole, ambigua. È il modus operandi per il quale, ce lo ricorda Sbrojavacca, Lautréamont impiega per il Maldoror tutto l’arsenale (alto e basso) della letteratura del tempo. Ed è analoga la strategìa calassiana. Nel solo La rovina di Kasch si passa dai racconti africani di Frobenius a Maria Antonietta e poi al lumpen, da Marx-Stirner a René Girard. E dall’apologo al romanzo, alla sentenza, al saggio breve. Come ne disse Calvino, parla di Talleyrand…e di tutto il resto. Una volta Alfonso Berardinelli rimproverò Calasso volendolo enfant prodige bizzoso , incapace di determinarsi in un forma precisa (un trickster?) Gli rimproverò il capriccio di tener insieme tutto e il contrario di tutto: Veda e Flaubert, gnoseologia e magia, Guénon e Marx, Tiepolo e neoplatonismo alessandrino, lo sciamano e il postmoderno. Il perdersi in un gioco di rimandi preziosi ed “oscuri” , il voltar le spalle, irriverente, al senso storico. E far della letteratura un assoluto . Questo gli rimproverò, gli rimproverano altri. Ed è tutto vero.

Calasso vuole tutto. Esser atto e coscienza dell’atto, il veduto e il vedere.
Come i due uccelli dello Yogavāsiṣṭha, uno che mangia e l’altro che lo guarda mangiare. Adelphi testo unico di letteratura assoluta e lui, Calasso, come coscienza di Adelphi.

E se fosse qui il suo maggior pregio?

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