Le colpe dei padri

Nelle canzoni “I padri miei” e “I padri tuoi” Gaber mette a nudo due generazioni di padri. Che ne sarà dei figli?
Nelle canzoni “I padri miei” e “I padri tuoi” Gaber mette a nudo due generazioni di padri. Che ne sarà dei figli?

Gaber era geniale. La caratteristica delle persone geniali è quella di essere fuori dal tempo, di guardare oltre la contemporaneità. In due sue canzoni (I padri miei / I padri tuoi), da ascoltare obbligatoriamente in successione, racconta pregi (pochi) e difetti (tanti) di due generazioni di padri, due generazioni di uomini. I primi “i padri miei/ i padri che c’ho avuto io” erano il prototipo della borghesia di inizio novecento. Seri, prudenti, coi modi calmi e misurati, “con quell’aria da vecchi padroni”. Erano distaccati e superiori, amavano la poesia e parlavano e discutevano “come vecchi europei ammuffiti”, come foto di vecchi bersaglieri che mostrano la loro dignità, loro che proprio non hanno proprio potuto fare a meno di essere pure fascisti, di aderire a quel sogno (che era un incubo) collettivo. Loro che:

“(…) Non ispiravano allegria

chiudevano le porte a tutto

e per i giovani vivaci e esuberanti

non avevano alcun rispetto

punivano e perdonavano

come vecchi maestri di scuola

suggestionati dal cuore e dalla moralità”

però:

“avevano una certa consistenza/ e davano l’idea di persone/persone di un passato/che se ne va da sé”.

Erano quindi un modello, reale e concreto, da seguire o eventualmente ripudiare. Non così “i padri tuoi/ i padri come potrei essere io/ come potremmo essere noi”. Tutta un’altra roba. Basta austerità, basta riservatezza:

“Si vestono più o meno come voi/…sono padri colorati”.

Sono paritari, parlano dei problemi dei figli, come degli amiconi, “senza fare i signori”. E non possono certo essere rimproverati di abuso di potere, perché i padri tuoi “non hanno mai creduto nel mito del mestiere del padre/ nella loro autorità”. I padri tuoi non sanno e non vogliono intervenire, ti lasciano fare più o meno quello che ti pare, sono padri libertari: “noi che non siamo certo padri fascisti e autoritari”. No davvero. 

Però, canta il signor G.:

“In un’immagine sfuocata, un po’ allungata

Viene fuori senza alone di errori

Viene fuori una figura pulita quasi bianca, dissanguata

Una presenza con pochissimo spessore che non lascia la sua traccia

Una presenza di nessuna consistenza che si squaglia, si sfilaccia

Viene fuori, viene fuori una figura disossata”.

Già, i padri tuoi, sono padri che rischiano di essere eterei, trasparenti, impalpabili. Né buoni né cattivi, semplicemente perché incapaci di proporre un modello da seguire o combattere. Somigliano alla libertà occidentale, una parola oramai vuota, bella e inutile, fin tanto che, mai più negata, è diventata superflua. La stessa libertà che i padri tuoi hanno regalato.

Giorgio Gaber

I testi, con la collaborazione del solito Luporini, ascoltati oggi spaventano per la precisione e la lungimiranza, tenendo presente che sono stati scritti tra il ‘78 e il ‘79. E non possono fare a meno di farci chiedere a che punto siamo, coi padri. I “padri miei” sono morti, hanno compiuto a pieno il loro ruolo e come dice la canzone stessa se ne sono andati da soli, assieme al passato in cui sono vissuti. “I padri tuoi” direi che possono essere racchiusi in due sotto insiemi (che accomunati in un unico blocco temporale potrebbe includere quelli nati tra il ‘50 e l’80). Dunque: quelli a cui più propriamente si riferisce la canzone, ora sono nonni. Sono quelli nati più o meno tra dopoguerra e boom economico. Quelli che un tempo riempivano le piazze. Che fine hanno fatto?  A occhio e croce non buona. C’era già chi allora glielo aveva suggerito, quasi preannunciato (basti pensare al Pasolini di Valle Giulia). I figli del ‘68 e di papà, del resto, giocavano a fare la rivoluzione sempre dopo essersi ricordati di passare in pasticceria a comprare le pastarelle a nonna. E mai dimentichi dei suggerimenti dei loro padri, si sono affrettati, nel nome del progresso (nel senso delle “magnifiche sorti” leopardiane) a occupare il posto fisso più vicino possibile a casa, ottenuto tendenzialmente senza concorsi o trafile varie, possibilmente pure con qualche scorciatoia. Oggi se la godono, per buona parte in panciolle, davanti a Facebook, a scrivere frasi con dodici punti di sospensione e perché con l’apostrofo, a pubblicare buongiornissimi. A dire che i cani sono “meglio delle persone” e altre stronzate. A dirla tutta però, non hanno colpe. Forse, sempre per dirla con Gaber “molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare” (da “Qualcuno era comunista”), molti hanno aderito a un sogno che non poteva essere realizzato: troppo resistente e consolidata nel tempo la cultura della società italiota per pensare di essere anche solo scalfita in un decennio che tra l’altro aveva molte meno armi di quello che pensava. Non era tempo di opposti estremismi, in Italia forse non lo è mai, perché alla fine si muore sempre democristiani. Insomma, quella generazione (o quella parte di generazione visto che fondamentalmente, vedremo tra poco, non è stata sostituita) ha fallito. Sulla sua scia, con l’arrivo dei mitici anni ‘80, si è sviluppata una nuova categoria sociale, una nuova categoria di “padri tuoi”. Cresciuti nel mito dell’individualismo post-ideologico, decollettivizzato, svuotato dal di dentro da qualsiasi riferimento identitario d’insieme, questi ragazzotti che oggi hanno cinquanta/quarant’anni  si aggirano per il mondo con gli zaini e il cappellino, come degli studenti fuori corso e quell’aria timorosa e annoiata di chi fa del tutto per farsi notare e passare indifferente. Teorici del disimpegno, rivelano nel mantra “ma chi te lo fa fare”,  la loro componente ontologica più intima, quella che ha bisogno di qualcuno che gli faccia fare le cose, che altrimenti loro non saprebbero (vorrebbero) fare nulla. La generazione fallita, dunque, si completa in quella dei falliti (del fallimento portato addosso).

Avete letto tutti quel tale, lo scrittore stregato che qualche giorno fa si è eretto a paladino della verità, schierandosi contro questi famigerati no-vax. Ecco, un buon esempio. L’epifania del prototipo. Perché alla fine, come l’ha risolta? Con una pacca sulla spalla, con una perculata bonaria, colpendo, senza poter far male, schierandosi, senza saperlo fare. E soprattutto, non sognandosi neanche lontanamente di uscire per un attimo fuori dal coro. Anzi, glorificandosi, nel coro. Che è bello, ci piace. Ci si sta tanto bene dentro. Eccoli qua, i padri tuoi (parte seconda/bis): l’importante è non turbare, non dare fastidio. Mai, mai cedere a quell’incubo, quel mostro che si chiama polemica. Battaglie, sì, ma di quelle che non offendono: un po’ di antirazzismo, un pizzico di progressismo sessuale verso gli omosessuali, una buona parola qua e là sui disabili, qualche comoda indignazione per acquietare quel leggero singulto rimasto, di impegno civile. Meglio amare i cani e la natura, quello che fastidio può dare? E anche quando ci si divide, quanto si litiga lo si fa così, alla volemose bene. Schieramenti languidi, inteneriti (vi siete mai accorti di quanto i “vax” somiglino ai “no vax”?). Ben lontani da quelli dei “padri tuoi” precedenti, quelli almeno per le strade si sparavano, beati loro. Dalla cortina di ferro alla cortina di burro. Dal godimento nell’essere contro, dall’anticoformismo irrazionale al terrore panico, vertiginoso, assoluto, di dire o fare qualcosa che possa non piacere. Ma entrambe le categorie oramai incapaci di dire, di trasmettere un modello. Si perché in tutto questo, sapete, ci sarebbero quelli che vengono dopo. I figli dei padri. Quelli che, come insegna la Bibbia, quasi sempre pagano le colpe dei padri. E i figli dei padri, assuefatti, destrutturati, scarnificati, grandi grossi e vaccinati (per poter andare al ristorante e comunque “ci hanno detto di farlo”), è molto probabile che non sappiano neanche da dove iniziare a pagare. A loro sarebbe opportuno dire pure qualcosa, prima o poi. Ma tant’è, caro figlio, semmai ci penseremo dopo il selfie. Intanto ti compro Malibu. 

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