L'arrivo dell'islam radicale in America Latina - Il caso di Trinidad e Tobago

Un paradiso multiculturale nel cuore dei Caraibi è diventato il principale bacino di reclutamento dello Stato Islamico nelle Americhe.
Un paradiso multiculturale nel cuore dei Caraibi è diventato il principale bacino di reclutamento dello Stato Islamico nelle Americhe.

Un gruppo terroristico fa irruzione nell’edificio del Parlamento, prendendo in ostaggio il primo ministro e tentando di effettuare un colpo di stato che porti all’instaurazione di una teocrazia islamica; l’azione termina in un bagno di sangue ma la democrazia sopravvive. Alcuni anni dopo una cellula della stessa organizzazione viene sgominata prima che consumi un attentato contro l’aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York. Sullo sfondo di questi eventi, l’internazionale jihadista mette gli occhi su questo Paese e inizia a reclutare centinaia di combattenti, trasformandolo in una fabbrica del terrore. Potrebbe essere una storia accaduta in qualche angolo del Medio Oriente, del Nord Africa o dell’Africa subsahariana, se non fosse che è accaduta in un Paese cristianissimo e, apparentemente, privo di qualsivoglia legame con l’islam radicale e l’internazionale jihadista: Trinidad e Tobago. Quella che stiamo per raccontarvi è una storia vera, ed è il secondo appuntamento della rubrica sull’arrivo del terrorismo islamista in America Latina.

Un paradiso trasformatosi in un inferno

Vi è un posto in America Latina, più precisamente nei Caraibi, che possiede la triste fama di Paese dell’emisfero occidentale con il più alto tasso procapite di abitanti arruolatisi nello Stato Islamico: Trinidad e Tobago. Parliamo di uno stato insulare dalla storia atipica. Contrariamente al resto dell’America Latina, che è stata storicamente a maggioranza cattolica, Trinidad e Tobago ha una tradizione sedimentata di pluralismo culturale e religioso, le cui origini risalgono al 18esimo secolo e che è riflesso di una composizione etnica particolarmente eterogenea. Trinidad e Tobago è un luogo colorito e sfaccettato in cui cristiani, musulmani e induisti hanno convissuto pacificamente per due secoli, lavorando insieme alla costruzione di un’identità (multi)nazionale basata sul sincretismo. Sul finire degli anni ’60, poi, la svolta: la pax sociale si interrompe. Trinidad e Tobago viene travolto dalle proteste studentesche, come il resto dell’Occidente e dell’America Latina, che qui assumono un carattere etnico perché a prendervi parte sono soltanto i membri della minoranza afrocaraibica. È l’inizio della fine di due secoli di convivenza pacifica: i manifestanti vogliono sovvertire il presunto ordine culturale bianco-centrico imperante, la protesta viene ribattezzata la “rivoluzione del potere nero” (Black Power Revolution) e diventa violenta, terminando in un bagno di sangue. Il punto di forza di Trinidad e Tobago si scopre improvvisamente essere un grande tallone d’Achille: le etnie si dividono, smettendo di dialogare e iniziando a preferire le enclavi al cosmopolitismo.

La rivoluzione del potere nero fu sedata soltanto in superficie, perché il malcontento serpeggiante tra i neri rese possibile continuare la lotta a livello sotterraneo, culturale. I capi rivoluzionari importarono nello stato-isola gli insegnamenti di pensatori afroamericani radicali, appartenenti alle Pantere Nere e della Nazione dell’Islam (NoI). Impossibilitati a cambiare il sistema, si sarebbero autosegregati seguendo i consigli della NoI: separatismo nero. Fu in questo contesto di rivoluzione culturale creduta morta, ma in realtà soltanto sepolta, che il 27 luglio 1990 il Paese fu svegliato dalla notizia scioccante dell’assalto armato al Parlamento da parte di un esercito composto da 114 soldati, rispondente ad un’organizzazione terroristica sconosciuta: Jamaat al Muslimeen (JaM). Negli stessi minuti si attivarono altri gruppi di golpisti, attaccando commissariati, occupando la sede della televisione nazionale e mettendo a ferro e fuoco le strade della capitale, Port of Spain. In totale, almeno 250 soldati di JaM avrebbero preso parte alle operazioni. Si tratta ancora oggi del primo ed unico colpo di stato tentato da un’organizzazione terroristica islamista nelle Americhe. La crisi, aggravata da una presa di ostaggi, terminò dopo quattro giorni di negoziazioni con un bilancio di 24 morti e 231 feriti. Da allora se qualcosa è cambiato, è stato in peggio.

L’entrata in scena di JaM ha consacrato la trasformazione di Trinidad e Tobago nel principale bacino di reclutamento dell’internazionale jihadista nelle Americhe, dapprima per Al Qaeda e dopo per lo Stato Islamico. La domanda alla quale tenteremo di rispondere in questo approfondimento è la seguente: come ha potuto un Paese come Trinidad e Tobago, nato e maturato all’ombra del multiculturalismo, trasformarsi in un inferno a cielo aperto, diviso non in quartieri ma in ghetti etnici, dai cui ventri sono stati partoriti centinaia di jihadisti?

Il memoriale dell’assalto al Parlamento del 27 luglio 1990.
(Wikimedia Commons)

Dal nazionalismo nero al terrorismo islamista

Trinidad e Tobago è stato storicamente uno dei Paesi più multirazziali delle Americhe. Secondo il censimento della popolazione del 1946 gli abitanti di origine indiana, africana o mista, rappresentavano il 96% del totale; nel 2011 erano divenuti il 99%. Cristianesimo, induismo e islam sono le più grandi religioni del Paese e godono del riconoscimento ufficiale di pilastri fondanti dell’identità nazionale trinidadiana. Gli appuntamenti sacri cristiani, induisti e musulmani fanno parte del calendario festivo e ognuna di queste tre fedi è stata tradizionalmente coinvolta negli affari politici e nella società perseguendo gli obiettivi di migliorare il dialogo interconfessionale, di risolvere problematiche varie e di rafforzare la coesione sociale. Tornando al censimento del 2011, questo era il panorama religioso nel dettaglio: cattolici (21.6%), induisti (18.2%), pentecostali (12%), anglicani (5.7%), battisti (5.7%) e musulmani (5%).

Questa conformazione molto eterogenea è il motivo per cui il nazionalismo trinidadiano non è mai stato di tipo civico ma etnico. Le tensioni interreligiose, specie tra induisti e musulmani, risalgono al 18esimo secolo ma non hanno mai raggiunto una dimensione tale da provocare la rottura della pax sociale. Quelle tensioni, anzi, avevano contribuito a rafforzare il modello d’integrazione, generando arricchimento culturale e sincretismo produttivo sino alla fine degli anni ’60. La letteratura accademica è concorde: alla base di ogni forma di nazionalismo giace una profonda tensione tra elementi civici ed etnici. Il nazionalismo civico lega gli individui di una comunità facendo leva sulla condivisione di valori fondanti dello stato-nazione. Chiunque, perciò, può aspirare a diventare membro a pieno titolo del Paese, al di là della lingua parlata, delle pratiche culturali o delle origini razziali. Il nazionalismo etnico è molto differente perché enfatizza l’importanza di elementi quali il luogo di nascita, la cultura autoctona, la religione; solo una persona che soddisfa questi criteri basati sul sangue può diventare un membro della nazione. Nel caso di Trinidad e Tobago, i tre più grandi gruppi etnici hanno lavorato insieme per formare un terreno comune in cui collaborare per il benessere nazionale ma senza mai perdere le rispettive identità – che, a volte, sono state la causa principale di ambizioni separatiste e tensioni.

Combattenti trinidadiani in Siria in un’immagine di propaganda dello Stato Islamico.

Oggi come in passato essere trinidadiano significa essere indiano, nero o di razza mista, e seguire e predicare l’induismo, il cristianesimo o l’islam. Il modello multiculturale ha funzionato per più di un secolo ma, alla fine, si è rivelato incapace di appianare il malessere serpeggiante tra i trinidadiani di discendenza africana, che hanno sempre percepito se stessi come un gruppo escluso dalla società – ragion per cui hanno iniziato a scontrarsi con essa a partire dall’entrata in scena del movimento del nazionalismo nero. Nel 1968 l’attivista politico Makandal Daaga, nato Geddes Granger, fondò il Comitato Nazionale di Azione Congiunta (NJAC, National Joint Action Committee) in un’aula dell’università delle Indie occidentali con l’obiettivo di sfidare il Movimento Nazionale del Popolo, l’allora partito di governo, accusato di perseguire gli interessi della minoranza bianca a detrimento di neri e mulatti. Daaga si formò leggendo i testi e i discorsi degli esponenti della NoI e del Partito delle Pantere Nere e iniziò a predicare gli insegnamenti anti-imperialisti di Fidel Castro, Malcolm X, Stokely Carmichael e Tubal Uriah Butler, invitando la comunità nera a rivoltarsi contro il governo e a dar vita ad un nuovo ordine politico e culturale nero-centrico.

Molto presto le proteste diventarono violente e tra il 1968 e il 1970 il Paese fu scosso da frequenti e violenti disordini civili. Il NJAC ottenne un importante risultato nel 1970, quando convinse i sindacati a paralizzare l’economia nazionale per mezzo di uno sciopero generale delle principali categorie. Quello stesso anno il governo avrebbe proclamato lo stato di emergenza per ripristinare l’ordine nel Paese con l’introduzione del Public Order Act: maggiore repressione, esecuzioni extra-giudiziali, restrizione delle libertà civili e dei diritti negativi. Il pugno duro del governo riuscì a restaurare la calma, ma solo in superficie, perché le idee della rivoluzione nera continuarono a sopravvivere all’ombra delle crescenti povertà, polarizzazione e disuguaglianze sociali. Il successivo arrivo dell’islam politico avrebbe contribuito a riaccendere le tensioni, mescolandosi al, e attingendo dal, nazionalismo nero trinidadiano. L’idea che non si possa comprendere quando sta accadendo a Trinidad e Tobago senza riagganciarsi alla storia del nazionalismo nero ha avuto un certo successo in ambito accademico ed è stata esposta dai politologi John McCoy e Andy Knight, autori di uno studio del 2017 sulle origini della radicalizzazione religiosa tra i musulmani trinidadiani. Secondo il duo il nazionalismo nero sarebbe stato gradualmente sostituito dall’ideologia del separatismo afro-islamista fra gli anni ’80 e gli anni ’90 dopo che una parte consistente dei capi storici della rivoluzione del potere nero si sarebbe convertita all’islam. È in quegli anni che sarebbe iniziata la trasformazione di ghetti neri in enclavi afro-islamiche, e la povertà endemica e l’esclusione sociale avrebbero facilitato grandemente il lavoro ai predicatori radicali giunti nello stato-isola per diffondere il verbo distorto del Corano predicato dall’internazionale jihadista.

Jamaat al-Muslimeen

Un’organizzazione in particolare ha saputo trasformare quel malessere in consenso, trasformando l’islam in un’arma da impiegare contro il governo e riuscire laddove fallirono i protagonisti della rivoluzione del potere nero: Jamaat al-Muslimeen (JaM). Si tratta un’organizzazione sui generis, impossibile da inquadrare all’interno di una sola categoria, essendo impegnata in attività religiose, caritatevoli e, al tempo stesso, coinvolta in traffici illeciti e omicidi. JaM è stata fondata nel 1980 dall’imam Yasin Abu Bakr, al secolo Lennox Philip, con l’obiettivo di aiutare i trinidadiani di origine africana a recuperare la loro coscienza razziale per mezzo della conversione all’islam, ritenuta la religione originale di tutti gli afro-caraibici – un evidente ricollegamento alle teorie della NoI. Molto presto JaM si è trasformata in un’organizzazione simil-mafiosa con interessi nel traffico di sostanze stupefacenti e di armi, nello sfruttamento della prostituzione, nelle rapine, nelle estorsioni e nei sequestri. I proventi di tali attività sono stati utilizzati per finanziare programmi sociali, costruire moschee e permettere la ramificazione di Jam sull’intero territorio.

Ricostruire le vere origini di JaM è impossibile per il semplice fatto che mancano documenti fondativi e le informazioni su Abu Bakr nel pre-conversione scarseggiano. Qualcosa, però, è emerso: le indagini statunitensi svolte su JaM hanno concluso che sin dagli albori un ruolo-chiave sia stato giocato da Muammar Gheddafi, il defunto capo di stato libico. Gheddafi avrebbe visto nel sunnismo radicale di JaM l’opportunità di diffondere sentimenti antioccidentali nel cortile di casa degli Stati Uniti in un’epoca di confronto duro e acceso. Alla sua morte, avvenuta nel lontano 2011, lo stato-isola ha poi sperimentato l’arrivo del wahhabismo, certificato da uno strano e fitto via vai da Riad a Port of Spain, e dello Stato Islamico, dimostrato dalle numerose partenze nel Siraq.

Muammar Gheddafi

Ma facciamo un passo indietro e torniamo a quel 27 luglio 1990, la data in cui il mondo ha scoperto l’esistenza di JaM. Quel giorno, duecentocinquanta soldati, pesantemente armati e pronti a morire per Abu Bakr, fecero irruzione nel Parlamento con l’obiettivo di consumare un colpo di stato e instaurare una teocrazia islamica. Tra i politici ivi presenti presi in ostaggio, lo stesso primo ministro dell’epoca, Arthur Raymond Robinson. Dopo quattro giorni di negoziazioni, interrotte dai periodici scontri a fuoco e dai tentativi di irruzione nell’edificio da parte delle forze di sicurezza, il governo optò per la scelta più drammatica: amnistia ad Abu Bakr e ai golpisti, nonostante la morte di ventiquattro persone, e la promessa che JaM non sarebbe stato dissolto né perseguito penalmente. E così fu. Ma perché accadde? L’esecutivo aveva paura che una campagna repressiva contro JaM avrebbe potuto trascinare il paese in nuova una stagione di tumulti razziali, similmente agli anni ’70. Si optò per la scelta più insensata: fare finta che nulla fosse avvenuto. E niente continuò ad essere fatto anche nei ghetti che, per via dell’assenza statale, si sarebbero gradualmente trasformati in roccaforti inespugnabili di JaM.

Il curioso caso di Trinidad e Tobago ha ovviamente attirato l’attenzione dei protagonisti dell’internazionale jihadista e, ancor prima di loro, dei volti noti del separatismo nero di stampo islamico. È il caso della Nazione dell’Islam che nel 1993 inviò nel Paese David Muhammad, un carismatico predicatore britannico, con l’obiettivo di sfruttare le rinate tensioni etniche per promuovere il radicamento dell’organizzazione, reclutare adepti e stringere un’alleanza con JaM. Muhammad è riuscito nell’intento perché, oggi, JaM e NoI collaborano attivamente in ogni settore: dalla manutenzione delle moschee all’elaborazione di programmi sociali ed educativi, dal supporto delle economie nere nei ghetti alla diffusione dell’islam in ogni angolo del Paese. Un campo in cui la NoI è particolarmente attiva sono le carceri. Lì, i predicatori dell’organizzazione dialogano con i detenuti, offrono loro sostegno spirituale e li introducono all’islam, distribuendo gratuitamente copie del Corano.

L’alleanza tra JaM e internazionale jihadista

Nel corso del tempo il sunnismo radicale propugnato da JaM, la cui carica polarizzante è stata aumentata dal sodalizio con la NoI, è stato sfruttato dall’internazionale jihadista per reclutare soldati e avverare il sogno di Gheddafi: creare un problema agli Stati Uniti nel loro cortile di casa. Washington si è accorta di avere un problema di islam radicale nelle Americhe nel 2007, quando i servizi segreti sventarono un attentato all’aeroporto John F. Kennedy di New York orchestrato da una cellula di JaM. Una prima assoluta: un piano assassino elaborato da dei terroristi islamisti di origine caraibica; la prova che la guerra al terrore dell’amministrazione Bush avrebbe dovuto essere ripensata e allargata alle Americhe. Ma JaM non è solo terrorismo: le indagini condotte dagli agenti statunitensi hanno appurato che essa abbia stabilito legami affaristici con l’intera galassia del crimine organizzato latinoamericano, dai cartelli della droga messicani a quelli venezuelani, passando per la collaborazione con le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC). Ma quanto grave e preoccupante fosse, e sia, la situazione radicalizzazione e terrorismo a Trinidad e Tobago lo si è capito soltanto all’indomani dell’ascesa dello Stato Islamico di Abu Bakr al Baghdadi. Negli anni più intensi dell’assalto jihadista a Siria e Iraq (2013-15) si stima che tra i 130 e i 400 trinidadiani abbiano lasciato il Paese per recarsi al fronte. Numeri che rendono Trinidad e Tobago il primo bacino di reclutamento del Daesh nelle Americhe e gli sono valsi il titolo non invidiabile di Paese con il tasso più elevato di combattenti stranieri procapite del continente, uno dei più alti al mondo. Abu Bakr e JaM, pur negando di avere rapporti di sorta con il Daesh, hanno più volte espresso supporto alla causa jihadista; anche in questo caso senza subire conseguenze da parte delle autorità. Neanche le informative provenienti da Washington circa i legami tra JaM e il terrorismo internazionale hanno convinto il governo a valutarne la messa al bando o, quantomeno, l’arresto dei membri più pericolosi.

Il vero problema è che l’immobilismo governativo, controbilanciato da un attivismo senza sosta di JaM, sta facendo sì che la retorica antiamericana, anti-bianca e anticristiana si stia espandendo a macchia d’olio in tutta la comunità musulmana nazionale. Non è più soltanto JaM a parlare con toni enfatici del jihad, anche le altre organizzazioni di rappresentanza si sono unite al coro, come il Fronte Islamico Trinidadiano; una situazione raccapricciante. Dylan Kerrigan è uno dei pochi antropologi ad essersi interessato al fenomeno Trinidad e Tobago e ha effettuato un’indagine approfondita sulle partenze nel Siraq. Lo studioso ha scoperto che la maggior parte dei trinidadiani che ha abbandonato il Paese per arruolarsi nel Daesh presentava dei tratti comuni: età compresa tra i 16 e i 25 anni, precedenti penali, residenza nei ghetti, scarsa o nulla formazione scolastica. In breve, secondo Kerrygan, non sarebbe stata la religione il motivo conduttore delle partenze en masse ma la promessa di un ritorno economico ricevuta dai reclutatori. Sicuramente dietro i riscontri dell’antropologo c’è del vero, ma ridurre le partenze ad una questione di denaro condurrebbe ad una semplificazione del problema erronea e incapace di offrire soluzioni. L’aspettativa di un ritorno economico può spiegare una parte delle partenze, ma non di tutte. Sono i fatti a confutare la tesi di Kerrygan, come la storia di Tariq Abdul Haqq.

Haqq, classe 1990, era un campione di pugilato di fama nazionale, medaglista ai giochi del Commonwealth e personaggio pubblico. Ad un certo punto del 2013 Haqq sparì dalla circolazione e dai riflettori per poi comparire in Siria nelle file del Daesh. Decise di abbandonare la promettente e folgorante carriera sportiva a soli 23 anni per giurare fedeltà, curiosamente, ad un Abu Bakr – non il fondatore di JaM, ma il fondatore del Daesh, Abu Bakr al Baghdadi. Dopo essere comparso in un video propagandistico destinato al pubblico latinoamericano, Haqq è stato ucciso sul campo di battaglia in Siria nel 2015. Il luogo della morte e il sito del cadavere restano tuttora ignoti. Come, quando e da chi sia stato radicalizzato Haqq continua ad essere oggetto di dibattito. Ciò che sappiamo è che la sua storia è utile a capire che l’islam radicale non attecchisce soltanto nei quartieri poveri e sulle persone più vulnerabili.

Conclusioni

Il modello multiculturale trinidadiano è fallito perché non ha saputo evolversi. Le domande di giustizia sociale della comunità nera sono state prima represse e poi ignorate, offrendo dei margini di manovra ad attori non-statuali altrimenti impossibili da conquistare. Quegli attori, sfortunatamente per Port of Spain, si sono rivelati uno più pericoloso dell’altro: JaM, NoI, Al Qaeda, Daesh. Oggi che la guerra contro lo Stato Islamico è quasi giunta al termine e che in alcuni Paesi occidentali si discute di riformare il modello d’integrazione e di come trattare i combattenti di ritorno, a Trinidad e Tobago continua a mancare un dibattito sul tema. Inoltre JaM è ancora operativo: non sono bastati i sospetti di un’alleanza con il Daesh, i crimini tremendi come lo stupro e l’uccisione dell’imprenditrice Vindra Naipul-Coolman e l’assassinio della senatrice Dana Seetahal, la scoperta di una cospirazione tesa all’eliminazione dell’attuale primo ministro e la maxi-operazione che nel febbraio 2018 ha evitato che il carnevale di Port of Spain venisse insanguinato da un sanguinoso attentato.

Il rischio è che, a questo punto, JaM possa sfruttare l’inerzia delle autorità per tentare un nuovo colpo di stato, questa volta senza armi. Fuad, il figlio di Abu Bakr, nel 2010 ha fondato un partito politico, “Nuova Visione Nazionale” (NNV), con il quale sta tentando di trasformare JaM in una forza di potere istituzionalizzata. Il partito di Fuad è la voce delle periferie dimenticate dal governo centrale ed è cresciuto a tal punto che quest’anno, 2020, ha azzardato il classico passo più lungo della gamba: entrare in Parlamento.

Fuad Abu Bakr.
Fonte: Handout

I partiti di governo hanno agitato (giustamente) lo spettro di Abu Bakr e riesumato il ricordo del fallito golpe del 1990, mentre la grande stampa ha ripescato vecchie interviste in cui Fuad difende e giustifica l’operato del genitore e, in particolare, l’assalto al Parlamento. La campagna di terrorismo psicologico ha vinto: NNV non ha vinto neanche un saggio, ma il vero traguardo di Fuad è che già si parli del suo tentativo. Le macchinazioni dei partiti tradizionali e della stampa di massa hanno impedito a Fuad di entrare in Parlamento, ma la storia recente e le tendenze demografiche (l’islam è la religione con il più alto tasso di crescita nel Paese) sono dalla sua parte. La domanda, a questo punto, è: per quanto a lungo si potrà evitare l’entrata nelle istituzioni della famiglia Bakr?

Si ringrazia la redazione di Vision and Global Trends per la gentile concessione e traduzione dell’articolo.

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