Predatori di terre

Il land grabbing è una problematica globale che alimenta le disuguaglianze alimentari. E pone interrogativi profondi.
Il land grabbing è una problematica globale che alimenta le disuguaglianze alimentari. E pone interrogativi profondi.

Negli ultimi decenni, il tema della sovranità alimentare sta assumendo crescente rilevanza nel contesto degli equilibri geo-economici internazionali e nelle strategie politiche ed economiche di diverse potenze. Si stanno intensificando gli sforzi necessari non solo a garantire in maniera sistemica la tutela delle filiere di approvvigionamento, ma anche ad acquisire un ruolo predominante nella partita globale del mercato del cibo. La globalizzazione neoliberista e le sue conseguenze hanno creato mercati e terreni di competizione anche nel settore cruciale e delicato delle materie prime alimentari. In questo contesto, la sovrapposizione tra le logiche economiche del capitalismo finanziario, l’attivismo politico degli attori dei Paesi più sviluppati e la presenza di ampie aree aperte alla “conquista” degli operatori esteri nei Paesi in via di sviluppo ha scatenato una corsa globale agli investimenti e all’accaparramento degli asset agro-alimentari ed ambientali. Pochi fenomeni certificano meglio queste dinamiche quanto il cosiddetto land grabbing (letteralmente “accaparramento della terra”).

Con questo termine “pigliatutto” si è definito in ambito mediatico e politico la corsa all’accaparramento di terre in Paesi in via di sviluppo scatenatasi a seguito della crisi mondiale dei prezzi alimentari connessa alla buriana economica del 2007-2008 e all’aumento dell’attivismo economico sulla scena globale di economie emergenti, principalmente asiatiche, desiderose di tutelare la propria sovranità alimentare. L’accaparramento della terra comprende al suo interno sia l’acquisizione di contratti a opera di attori privati che quella posta in essere da governi, fondi sovrani, partecipate pubbliche. L’azione non è di per sé connotata con termini critici o accezione negativa. Il volume assunto nel corso degli anni dal fenomeno, però, lascia intendere che nella prima parte del XXI secolo si sia verificato un vero e proprio assalto alla disponibilità di terreni produttivi posti sotto la sovranità di Paesi ricchi di risorse naturali ma privi del capitale umano, tecnico o finanziario per valorizzarlo. Questa asimmetria ha aperto la strada alla conquista economica da parte di operatori europei, nordamericani o orientali.

Con l’aggravante che, in diversi casi, i terreni sono sottratti a comunità locali, piccoli coltivatori o imprese di dimensione famigliare per passare nelle mani di grandi gruppi multinazionali o imprese finanziarie che con la loro azione, come ha rilevato Raj Patel ne I padroni del cibo, contribuiscono a impoverire la varietà biologica dei prodotti coltivati, la resilienza delle colture agli shock ambientali, la qualità dei terreni. Come si è argomentato su Osservatorio Globalizzazione, a inizio 2020. “L’accaparramento della terra è un fenomeno che si inserisce pienamente nel grande filone dell’approccio alle risorse naturali tipico del finanzcapitalismo”, estremamente predatorio come hanno già avuto modo di denunciare da sinistra il sociologo Luciano Gallino e il geografo David Harvey e da destra il filosofo conservatore Roger Scruton (scomparso a inizio anno).

“In questo processo”, si notava principalmente in riferimento al caso dell’Africa (continente oggetto di circa due terzi degli investimenti) “il paradosso più lacerante in cui si impiglia il finanzcapitalismo è che la creazione di ricchezza finanziaria, ottenuta dalla cosiddetta valorizzazione di risorse naturali, è in realtà ampiamente sorpassata dalla distruzione permanente della ricchezza ecologica del pianeta (risorse ittiche, foreste e altri biomi a rischio)”, fattispecie ancor più vera quando i terreni oggetti di acquisto sono poi abbandonati allo sfruttamento minerario.  A ciò il land grabbing assomma “la distruzione dei potenziali e più prossimi mercati di sbocco attraverso la riduzione della sicurezza alimentare e, di converso, della stabilità interna dei Paesi che cedono terreni destinati alla produzione per l’esportazione”.

L’approvvigionamento alimentare ha assunto una rilevanza maggiore con l’avvento della crisi pandemica. La corsa all’accaparramento non ha, però, tenuto in considerazione la salvaguardia dell’ambiente. I terreni, adibiti alla produzione di una sola coltura, perdono biodiversità, inaridendo il suolo. Trascurano la sostenibilità della filiera, escludendo le popolazioni indigene dal processo di lavorazione. Questo impoverimento generale degli ecosistemi naturali può avere conseguenze gravi anche sull’uomo. Almeno la metà delle trasmissioni di malattie da animali a essere umani è causata da mutazioni di virus dovuti a promiscuità ambientali. Così, i governi facilitano le transazioni, per riuscire a ottenere l’accesso al credito.

Tra i gruppi di studio maggiormente attenti al monitoraggio del fenomeno si segnalano Focsiv, la federazione dei volontari nel mondo e Cidse, l’alleanza delle Ong cattoliche internazionali. In particolare, Focsiv ha realizzato il rapporto “I padroni della Terra”, giunto nel 2020 alla terza edizione. Elaborando i dati dei contratti e cercando di studiare i casi concreti Focsiv, riporta il Servizio d’Informazione Religiosa, vuole dare le misure reali di “una “continua corsa alla terra”. Nuovi investimenti su grandi appezzamenti per la produzione di monoculture per l’alimentazione umana e animale escludono le popolazioni indigene. Degradano la terra, facendone perdere le biodiversità e contribuendo al riscaldamento del pianeta.

I 2100 contratti monitorati nel 2020 mostrano l’interesse per 79 milioni di ettari di terreno. Il numero in relativa diminuzione rispetto al 2018. In quell’anno, la superficie presa in considerazione era di ben 88 milioni di ettaripari a otto volte la dimensione del Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador. In ogni caso, enormemente significativo. La pandemia non ha rallentato le compravendite, che stanno continuando. Con più di 17 milioni di ettari, la Cina si attesta come il maggior Paese investitore. Dopo il colosso asiatico, ci sono Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e la Svizzera. Come target principali compaiono il Perù, la Repubblica Democratica del Congo, l’Ucraina e il Brasile. Interessante è la posizione della Russia, che ricopre entrambi i ruoli. La motivazione risiede nel tipo di accordi stipulati, visto che spesso sono imprese nazionali ad appropriarsi dei terreni.

Cosa questo voglia dire in tempi di potenziali crisi alimentari è presto comprensibile: l’accaparramento della Terra rischia di creare un contesto squilibrato in cui le aree più vulnerabili del pianeta si ritrovano soggette a una distorsione dei propri mercati del cibo. E questo rischia di creare situazioni di tensione e crisi non tanto perché il cibo non è disponibile, quanto piuttosto perchè alle comunità locali manca l’accesso diretto alla disponibilità. E questo è uno shock da evitare

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