OGGETTO: La stampa è libera d'informare i fatti
DATA: 15 Novembre 2023
SEZIONE: Media
FORMATO: Visioni
La mitologia sul giornalismo si scontra con la realtà dell'informazione odierna: una casta contraddistinta da sciatteria e pressapochismo, in Italia e all'estero.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Nell’epoca corrente una figura professionale fra le altre si staglia per la sua inestinguibile importanza, posta esattamente a metà fra gli eventi che si svolgono intorno agli individui e gli individui stessi: il giornalista. Se nel tardo Ottocento, e nel primo Novecento, questa figura era ammantata di un’aura di pionerismo e di militanza – con articoli e commenti infuocati colmi di trasporto che avevano l’indubbio merito e demerito d’infuocare le masse – la costruzione della nostra rizomatica società è corrisposta ad un raffinamento progressivo dell’arsenale giornalistico, con i professionisti dell’informazione che hanno dovuto imparare, progressivamente, a muoversi tra i mille cunicoli ed interstizi (quelli cari a Weber) del mondo interconnesso.

La figura del reporter è così diventata qualcosa di ibrido, saggio ma al tempo stesso colto, raffinato e affilato, sciabola e fioretto nella forma di una penna (o di un portatile), nemico giurato della trascuratezza. Nei media narrativi dell’ultimo quarantennio, la figura del giornalista ha conosciuto una mitizzazione senza eguali nella sua breve storia, con diversi personaggi ben scritti che ne incarnano i valori e che possono essere divisi in due categorie: in maniera positiva (i cagnacci, non necessariamente limpidi dal punto di morale ma con una incrollabile fede nella propria professione) o in maniera negativa (i manipolatori, “pennivendoli” a servizio, ma che sono comunque abili conoscitori della propria professione).

In un albo dell’infinito manga One Piece viene presentato Morgans, giornalista-albatros presidente del quotidiano dell’economia e praticamente monopolista dell’informazione di tutto il mondo. Un personaggio grigio, capace di alternare con grande abilità notizie vere con pettegolezzi inventati in modo da intrattenere il suo vasto pubblico con storie sempre nuove. Ma Morgans è un giornalista irriducibile nella sua indipendenza: quando il Governo Mondiale prova a pressarlo affinché raccontasse una versione edulcorata dei fatti avvenuti, il pennuto reporter si ritrae sdegnosamente da qualsiasi possibile interferenza. In un senso simile si muove la parabola di un altro uccello reporter: Angus Fangus, il trasandato kiwi di Pk. Costruito a immagine e somiglianza di J. Jonah Jameson di Spiderman, questi ha un passato da affermato reporter d’assalto (è dovuto scappare dalla Nuova Zelanda dopo un suo scoop contro un magnate locale) ed ora si ricicla “reporter creativo” tagliando e cucendo interviste e pettegolezzi per ottenere i suoi scopi.

Questi esempi, che possono sembrare superficiali sfoggi di cultura pop, non sono semplici divertissement, ma possono aiutare a scoprire di quali forme e stilemi si nutre la rappresentazione ‘mitologica’ del giornalista ai nostri tempi. A ben vedere, il filo rosso che lega i due reporter ornitoformi non è tanto il rispetto della deontologia professionale (che c’è e non c’è), o la loro alta moralità (benché entrambi – anche in quanto personaggi fumettistici – siano perfettamente capaci di raggiungere alte vette in questo senso); bensì l’abilità con la quale ottengono e cuciono informazioni e articoli; la perizia laboratoriale con la quale assemblano discorsi e consultano fonti. In definitiva, la loro professionalità sembra quella di un artigiano, che costruisce indifferentemente cannoni  e strumenti chirurgici con la stessa, sapiente, mano. 

È curioso notare, invece, come diversi rappresentanti del giornalismo italiano sembrino mancare proprio di quella perizia, di quell’abilità che rende una comunicazione, una notizia (che sia vera o falsa) inappuntabile e, per questo, pronta ad essere diffusa. Senza per forza citare il calciatore Daniele De Rossi, che parlò di «maiali col microfono» a proposito di qualche giornalista che cercava di attaccarlo personalmente in maniera sciatta e inopinata, si possono evidenziare diversi episodi di trascuratezza nell’informazione italiana. L’informazione, si conceda il tentativo aforistico, è come un romanzo: il lettore finge di credere che il giornalista stia dicendo la verità e il giornalista deve favorire questa finzione, rendendo assolutamente credibile quello che sta scrivendo. Per questo la trascuratezza, l’errore grossolano, sono crimini contro il giornalismo: perché squarciano troppo facilmente il velo di Maya del gioco. 

Se, a titolo di esempio, i titoli dei giornali si sono soffermati in maniera (ora commossa, ora nervosa) sulla rivoluzione avvenuta nella fantomatica “Piazza Maidan”, è bastata una ricerca su internet per scoprire che tali moti erano avvenuti, in realtà, nel mistico luogo di “Piazza Piazza”. Ad un reporter esperto di Ucraina non si chiede di essere il nuovo Gogol’, ma almeno di conoscere la differenza tra un nome proprio e un nome comune. Se strafalcioni di tal fatta si possono facilmente perdonare, a patto di dimenticarsi che dovrebbe esserci un’intera redazione il cui lavoro è proprio quello di evitarli (in realtà è un errore di poco conto in fondo, un errore solo formale), ben più subdoli sono quegli orrori che (alcuni) giornalisti costruiscono quando cuciono di sana pianta impianti crossmediali in un epoca in cui risalire alla fonte di un video è un’impresa alla portata di tutti. Come presentarsi con il trucco del coniglio ad Hogwarts, più o meno.

Quando una nota emittente televisiva, curata da un notissimo “giornalista”, spaccia una scena del film Project X per una scena di combattimento in Ucraina, o quando una notissima testata giornalistica incolla una lunga cronaca di missili su Gaza sul video dei fumogeni di alcuni ultras, il risultato è un vero e proprio attentato alla credibilità della professione. La cosa più imbarazzante, anche in questo caso, è l’incuria con cui vengono tentate queste operazioni, che comunica due significati (anche se poi non sono sempre veri) ai destinatari: 1) i giornalisti pensano che siamo cretini 2) ma in realtà i cretini sono i giornalisti. La sfiducia generalizzata nel giornalismo si nutre proprio di questi strafalcioni, errori gratuiti di forma così grossolani da diventare mitici, esemplari. E se l’uomo comune non si libererà mai dell’idea che il giornalismo italiano sia una casta, lo si deve principalmente a questa sciatteria diffusa che, prima ancora di fare interrogare sulla veridicità o meno delle notizie, porta a chiedersi quale sia il criterio con cui si scelgono i professionisti dell’informazione in questo momento storico.

I più letti

Per approfondire

Vittorio Feltri, l'imperdonabile

"Il mio faro è stato Montanelli, perché aveva una capacità di coinvolgere il lettore che più nessuno ha avuto, neanche io. Da Biagi, invece, ho imparato a fare i contratti. Era il più bravo di tutti a guadagnare soldi. E poi, in fondo i soldi servono. Oggi è più difficile per un giornalista, perché i giornali non vendono più un cazzo. Le case editrici incassano poco e automaticamente pagano poco. C’è poco da fare, questa è la nostra storiaccia."

“Ho amato molto. E male”

Dialogo fitto con Andrea Di Consoli. “Ho letto tonnellate di libri di politica, ma ho capito che se vuoi fare politica sul serio devi abbandonarti a questa follia di farti sbranare dalla gente, di non avere più tempo per niente, né per leggere né per amare e nemmeno per pensare alla morte”

La ferita Assange

La colpa di Assange è stata quella, per dirla con Ennio Flaiano, di aver mostrato per un momento le cose dalla parte dei cartaginesi, di aver portato alla ribalta i segreti dei grandi del mondo, di aver reso momentaneamente leggibile il sottotesto della diplomazia ufficiale, di aver fatto venire a galla ciò che deve rimanere sul fondo, inconoscibile ai più.

Sotto il fuoco incrociato dei media

Se nel dibattito pubblico regnano le emozioni, i grandi decisori politico-istituzionali preferiscono non scegliere.

L’anarchia al potere

Nel mondo sottosopra dell’informazione italiana gli unici formati che incidono sono quelli borderline che praticano l’arte della tragicommedia. Tre casi di studio: Striscia La Notizia, Dagospia e La Zanzara.

Gruppo MAGOG