La religione di Bausani

Il mondo, Bahâ’u’llâh e La bbona notizzia: viaggio nel cuore di un grande studioso
Il mondo, Bahâ’u’llâh e La bbona notizzia: viaggio nel cuore di un grande studioso

“Caro Piro, non solo non bisogna odiare gli eretici ma nemmeno l’eresia, perché è eresia solamente il non vivere di spirito ma di lettera, è eresia il non seguire il discorso della montagna. Tutti siamo eretici, ma quale povera religione sarebbe quella che sostituisce una legge dogmatica esteriore da sottoscrivere (qualsiasi «credo ortodosso» sia cattolico che protestante) all’unione col Signore che proprio per essere creatore dei cieli e della terra si preoccupa molto poco di questi canoni umani…”.

È quanto scrive il giovane Alessandro al padre, anno 1949. Il padre amato, che lo ha cresciuto in un cattolicesimo ardente e sincero eppure troppo, troppo ancorato agli aridi schemi della più asfittica neo-scolastica. E lui, Alessandro Bausani, inguaribilmente religioso, innamorato di Dio, servo dell’Altissimo per temperamento prima ancora che per vocazione, ha in uggia teologumeni e filosofemi, quaestiones disputatae, sententiae,  arzigogolante ficcanasare nel Mistero che però non muta cuore e sangue del credente. Preferisce la “brezza leggera” numinosa e carezzevole del profeta Elia e scrive una Preghiera dell’idiota dove un Dio ilare, per un momento, si concede allo sguardo  poi lascia “lassù/ a guardia di un gran vuoto/ l’ammiccare invidioso delle stelle”. Studente, il cattolicesimo gli sta già stretto. Si volge ai teologi della “morte di Dio”, se ne disamora in fretta. S’infila nella corte dei miracoli degli irregolari in religione: conosce Capitini, è amico dell’ ”uomo della novità”, Ferdinando Tartaglia eretico vitando. S’ingegna di “cristianizzare” il marxismo e così s’imbarca per due anni coi cattolici-comunisti di Franco Rodano. Gran delusione: nessun compromesso possibile e senza Dio fallisce anche la migliore delle rivoluzioni. La via deve essere altrove. Convinto com’è che l’iniziazione “virile e profonda”, “in grado di resistere nel tempo” che il padre gli ha dato, anche transfuga dal cattolicesimo mai lo svierà da Dio, dal Regno, si butta sulle tracce del divino disseminate nelle grandi tradizioni.

Non è parvenu in scienze religiose, l’armamentario che maneggia è da restar sgomenti: oltre greco e latino persiano, arabo, ebraico (antichi e moderni) urdu, pashto, turco, indonesiano cui si aggiungono nel tempo albanese, russo, cinese, hindi, lingua dei nativi cherokee… Mirandolesca vitale erudizione, mai pedante (o pesante), giocosa fino all’invenzione (Le lingue inventate), acuminata s’applica all’indagine religiosa. Frequenta il divino impersonale, che sia indu, cinese o delle religioni arcaiche (che a torto chiama ancora “naturalistiche”), traduce testi zoroastriani, ma sua grande ossessione son le religioni dette “del libro”. È il suo destino. Sua è la più valida versione del Corano in lingua italiana, suo uno dei più illuminanti libri sull’Islam nel suo complesso. A riannodar credente e studioso scrive Persia religiosa. Da Zaratustra a Bahâ’u’llâh, dedicato alla terra dell’Angelo, forse il capolavoro.

Come Henry Corbin,  fratellastro segreto, dialettico doppio, ausculta gli echi di Zarathustra e Magi nell’Iran islamico: li valuta più tenui, più lontani, gli manca il pathos dell’unità del francese (e la Persia dell’uno andrebbe letta sempre appaiata all’Islam iranien dell’altro…). Come lui vede l’importanza della scuola ismailita,  angelologica gnosi ellenizzante, ma non ha tempo per le metafisiche, non per le visioni (ma Dio sa se le ammira), lancia “frecciate” allo sciismo estremo. Innamorato del verbo, carezza generi e figure della lirica religiosa: perlavino misticoalbero del paradisofenice, treccia dell’amato… Diffidente dichiarato verso il côté soggettivo in religione, sospettamente indugia sui mistici: Bayazid Bistāmi, che primo predica fanā ,“annichilimento” in Dio; Al-Ḥallaj teopatico crocifisso; Sohravardī arcangelico visionario; e il prediletto Jalāl al-Dīn Rūmī “dostoevskianamente affascinato dall’empietà estrema” (e l’interesse per  “pazzi sacri”, antinomisti mistici, mâlamatîya si rinfocola ne Il pazzo sacro nell’Islam). Ma culmine e compimento del fiume carsico delle rivelazioni antiche e del ceppo abramitico Alessandro li trova nel Bâb (la porta) e  Bahâ’u’llâh, scismatici fondatori di religione nuova. Perché da tempo s’è convertito, vincendo  dubbi sui gruppuscoli elitari che ne formano il corpo, alla fede Bahá’í.

Della nuova fede si fa apologeta, dolce e fermissimo, bonariamente indifferente alle “perplessità” degli accademici suoi colleghi, dei compagni di strada di un tempo (Ceronetti, suo estimatore, non si capacitava della conversione ad un sì strambo sincretismo monoteistico-progressista). E attraverso scritti e conferenze, dottissimo eppur semplice illumina sulla nuova religione, sulla scelta di una vita. Ché  Bahâ’u’llâh fu profeta, specchio di Dio e fondatore, non sincretista, non oscuro effimero settario. Nei Saggi sulla fede  Bahá’í dispiega racconto di storia sacra: Dio l’Altissimo, l’Inconoscibile, si manifesta per profeti, politi specchi riflettenti, eppur uomini, anche se eccelsi (niente Calcedonia). Zarathustra, Abramo, Mosè, Gesù, il Buddha, Muḥammad… e infine  Bahâ’u’llâh: tutti puro riflesso, tutti unici, tutti provvisori, tutti manifestanti il Cristo Eterno, il Logos. Profeta è colui che viene a dar legge di Dio, non a disvelarne il mistero. Ché religione è carica energetica, direzionale, serve a trasformar la vita, non è metafisica, dogmatico manuale per sezionar l’anatomia divina. E legge non è codice di precetti e commi, ma prassi, etica, santificazione.

Tra culto della legge (Ebraismo, Islam) e santificazione personale (Buddhismo, Cristianesimo),  Bahâ’u’llâh è via mediana, mistica e azione. La legge è necessaria alla santificazione di persona e società (niente paolinismo); non è ascesi esoterica, perché “il sociale è più alto in dignità che l’individualissima e profondissima Gnosi” (e Alessandro vuol trasformare terra in Regno). Non più clero, riti, sacramenti, sacro e  simbolo si rifugiano nel cuore e nella santa azione, intimo sangue ardente, intensità. Di fronte alla missione  Bahá’í, cioè unificar nazioni e fedi in nuovo, concreto governo mondiale, Alessandro sogna oltre: vuole il mondo armonicamente ordinato in teo-democrazia, rispetto e concordia tra fede e scienza, unità religiosa. Agli ex correligionari, ai credenti tutti d’ogni tradizione dice: studiate a fondo la vostra fede e allora, in onestà, la troverete compiuta, non superata, in  Bahâ’u’llâh, nei profeti a venire… Finché un male strisciante lo colpisce nella parola e nel movimento e l’apostolo e lo studioso si ritraggono nell’ultima dolorosa prova, affrontata con le medesime dolcezza e generosità che tutti, allievi, colleghi, amici vari gli riconoscono ( “carattere candido…una vena di scetticismo intrecciata ad un filo aureo d’amore e comprensione” secondo Pio Filippani-Ronconi).

Il 12 Mirza 1988 si spegne. Impossibilitato ad insegnare, a tener conferenze, persino a scrivere, quali pensieri avranno attraversato Alessandro Bausani negli ultimi mesi? Lui che diffidava delle rivelazioni speciali, sarà stato visitato da qualcuno, sufi maestro, ἄγγελος, fravaši? O piuttosto sarà stato un’ Iblīs affascinante, dottissimo sornione e…innamorato di Dio come nel passo di Rūmī riportato in Persia religiosa? Se si, che gli avrà detto quest’ultimo? Lo avrà sfidato con fare insinuante a ultima tenzone “Alessandro – gli avrà sussurrato – tu che aborrisci i voli teologici, che tieni per superati riti, sacramenti, miti. Tu che che diffidi dei mistici, dei visionari e delle estasi. Che vuoi unificar le fedi, far delle nazioni una sola, che hai fiducia nelle scienze, che pensi l’unità del mondo come supremo bene…ascoltami. L’uomo, che è incorreggibile, proprio non può non forzar l’ingresso del mistero. Chiedigli di accontentarsi di una legge, di un riflesso, e  ricomincerà con doppia lena. L’Altissimo lo vuole, brama esser cercato, ci mostra una sporgenza poi ci guarda beati naufragare (io lo so!). Mito, rito, simbolo, sacramenti…servono a voi, mica a Lui, ma tu cacciali e torneranno volti in altri panni. Non biasimare i mistici, che senza loro, fuoriclasse dell’inutile, paradossi viventi, religione rimane senza il sale. Lascia, Alessandro, le fedi ai loro affanni: il tuo operoso  Bahá’í e  il Cattolico eucaristico, l’eroico musulmano, lo sciita addolorato, il cosmico indu, l’amabile buddhista…Non c’è unità visibile quaggiù, c’è incontro. Un giorno farà Lui concordia discors, dal baccano da suk trarrà fuori sinfonìa. Quanto alla tua unità mondiale…ho i brividi a pensarla per voialtri (non son poi così cattivo verso Adamo). Da qui a poco, vedrai come vedo io,  altri s’industrieranno a realizzarla,  certo con fini e modi meno pii…”

Non sarà andata così. Ma anche fosse, magari recitandosi silente il Veni creator spiritus che sempre amòavrebbe tenuto botta. E tornato indietro negli anni, quando giovane in crisi religiosa si fece scolaro al Belli, traducendo (scandalo per quei tempi!) il vangelo di Matteo in puro romanesco (La bbona notizzia) avrebbe replicato: “Papà mmio, t’aringrazio. Te cche ssei er Zignore der cielo e ddela tera hai voluto annisconne tutte ‘ste cose all’inteliggenti e a li sapienti e ll’hai fatte capì a li scemi e all’ignoranti. Così tt’è piaciuto de fa’ e ccosì è, t’aringrazio.” Perché, fedele a sé stesso, sapeva che “anche linguisticamente, non è dei ricchi il Regno dei Cieli”. Né dei troppo sapienti.

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