Gender, razza, identità

Duglas Murray analizza la nuova dottrina liberal postmoderna, con la sua liturgia e la sua trinità: giustizia sociale, politica identitaria di gruppo e intersezionalismo
Duglas Murray analizza la nuova dottrina liberal postmoderna, con la sua liturgia e la sua trinità: giustizia sociale, politica identitaria di gruppo e intersezionalismo

Quando Lyotard, nel 1979, ha annunciato al mondo l’ingresso nella postmodernità, un evidente eccesso di ottimismo non gli ha suggerito di avvertire gli sprovveduti orfani delle grandi narrazioni di maneggiare con estrema cura questi tempi fragili. Avendo fallito il tentativo di conferire unità al reale, le grandi narrazioni, cioè le ideologie, hanno ceduto il passo alla frammentarietà come unica chiave di lettura della realtà. Secondo Lyotard, ciò sarebbe stato garanzia di una maggiore tolleranza e accettazione delle diversità, una maggiore parità tra uomo e donna e, in definitiva, un’attenzione maggiore nei confronti delle categorie più deboli per arrivare, finalmente, ad una condizione di rispetto di tutti per tutti. L’evidenza di questo processo, però, denuncia l’esatto contrario. L’approccio ideologico gode di ottima salute e conosce una particolare forma di violenza: l’unificazione attraverso il politicamente corretto.

Nuove mistificazioni spadroneggiano sul reale con l’effetto di renderlo inintelligibile e una delle frasi molto in voga, “il linguaggio crea la realtà”, riduce il mondo – con grandissimo scorno delle previsioni  (e delle analisi)  lyotardiane non proprio esatte –  a rappresentazioni fondate su frammentate istanze identitarie in sostituzione di una generica domanda di senso. Il declino cognitivo dell’homo sapiens sapiens appare non solo inarrestabile, bensi voluto. Addentrarsi nei meandri di questa sgangherata postmodernità, in cui la parola è più reale del reale, il quale, quest’ultimo, finisce nella spazzatura del superfluo, significa compiere un viaggio nei corridoi di un manicomio: un enorme e scricchiolante edificio abitato da pazzi che, come sempre, non sanno di esserlo e che si guardano costantemente con sospetto. Douglas Murray, nel libro La pazzia delle folle, non solo denuncia i cortocircuiti cognitivi che tengono al buio i poveri pazienti di questo manicomio a cielo aperto ma, attraverso una mole impressionante di esempi offerti dalla quotidianità, mostra l’intrinseca inconciliabilità  delle stesse istanze identitarie. La nuova metafisica che ha occupato il posto di quella tradizionale, secondo Murray, si basa su tre filtri: giustizia sociale, politica identitaria di gruppo e intersezionalismo.  Una nuova “trinità” che fino ad ora ha conosciuto velocità di assorbimento diverse, da parte delle masse. Certamente, la giustizia sociale ha avuto un po’ più fortuna nell’abbattere gli ostacoli, non fosse altro che sarebbe folle dichiararsi a favore del suo contrario, almeno pubblicamente.

La politica identitaria, che consente alle minoranze di rivendicare il proprio posto al sole, ha il difetto di atomizzare sempre più i gruppi, in base al sesso (o genere), alla razza, alle preferenze sessuali, etc… che soffrono di forti contraddizioni interne perché c’è chi ritiene che essere di un orientamento o un sesso piuttosto che di un altro, di una razza piuttosto che di un’altra, sia un valore aggiunto. Finendo con lo sconfessare il concetto, strombazzato retoricamente ai quattro venti, dell’uguaglianza. L’intersezionalità, uscita dalle mura delle facoltà di scienze sociali, è l’idea che ognuno dentro di sé  e negli altri sia tenuto ad individuare “tutte le istanze di identità e vulnerabilità, per poi organizzarci sulla base  del sistema di giustizia, qualunque esso sia, che possa emergere dalla gerarchia perennemente in movimento” che Murray passa al setaccio nel suo libro. Non vale ciò che sei, ma vale ciò che senti di essere. La faccenda dell’identità pare ridotta a questione umorale. Si tratta di una nuova euristica che fa pagare il prezzo alla collettività di non avere a suo sostegno un adeguato arco temporale di assimilazione e un’adeguata giustificazione: cioè questa metafisica si è imposta ad una velocità impressionante, a partire, ci dice l’autore, soltanto dal 2013 e pretende di avanzare cancellando qualsiasi traccia del passato, dei “millenni di oppressione” a cui vengono ridotte la storia e la cultura occidentali.

Dove c’è una nuova religione, bisogna avere a che fare con la sua liturgia. Il linguaggio politicamente corretto assolve a questa funzione. Locuzioni come “privilegio bianco”, “Lgbtq”, “transfobia”, “mascolinità tossica”, sono passate in pochissimo tempo dall’essere marginali o neppure considerate, a parole d’ordine di questo corso storico. Murray analizza gli argomenti principali della dottrina liberal postmoderna – gay, donne, razza, trans – per spiegare che nel momento in cui sembrava vicina la vittoria delle istanze egualitarie qui considerate, un’accelerazione inspiegabile ha messo al palo quanto conquistato con l’avanzare di nuove richieste. Cioè, quelle che giustamente sono nate come legittime campagne per i diritti umani, ad un certo punto si sono trasformate in qualcos’altro:

“Non contenti di essere uguali, hanno preso a collocarsi su posizioni insostenibili in quanto migliori”.

È un terreno accidentatissimo, in cui è impossibile muoversi senza commettere errori. Innanzitutto, in questo sistema, è assoluta la necessità di sopravvivere dando prova della propria affiliazione, di essere inquivocabilmente dalla parte del Bene, così come descritto e imposto dai sacerdoti laici postmoderni, che pretendono manifestazioni pubbliche di fedeltà. Nuova metafisica, nuova liturgia e, in definitiva, nuovo conformismo. Con tanti saluti alla decantata frammentarietà come cifra di un mondo in cui tutti trovano spazio. Secondo l’autore, si tratta di un atteggiamento che non è destinato a risolvere l’ingiustizia, ma a moltiplicarla a dismisura. Aggiungiamo che è esattamente così che la narrativa dell’eterna vittima, propria di quella cultura che l’americano Robert Hughes negli anni ’90 ha definito “del piagnisteo”, è servita su un piatto d’argento. Stando così le cose, continua Murray, non solo si profila all’orizzonte una sempre maggiore atomizzazione, ma la risposta alla rabbia e alla violenza saranno una rabbia ed una violenza ancor più feroci:

“Un futuro in cui al razzismo si risponderà con il razzismo e alla denigrazione basata sul genere si risponderà con la denigrazione basata sul genere”.

Il paradosso di questa nuova metafisica è che i paesi occidentali, più avanzati rispetto agli altri in queste tematiche, vengono tuttavia presentati come i peggiori. I fondamenti di questo dogmatismo liberale, sostiene Murray, sono:

“Chiunque può diventare gay, le donne possono essere migliori degli uomini, si può diventare bianchi ma non neri, e chi vuole può cambiare sesso. Se qualcuno non ci sta, è un oppressore. E tutto, ma proprio tutto, deve diventare una questione politica”.

I percorsi di trasformazione, favoriti dall’intersezionalità, ci dicono diverse cose. Innanzitutto, è ammissibile che un etero diventi gay, ma mai il contrario; si può cambiare sesso, ma non si può cambiare razza anche se qualcuno, timidamente, avanza questo desiderio. O meglio: un nero potrebbe voler diventare bianco, ma un bianco non può diventare nero perché non sa nulla della cultura afro. Certe femministe radicali si spingono fino ad affermare che la donna, anche quando dia il suo consenso all’atto sessuale, subisca sempre e comunque violenza. Dal che si deduce che l’unica soluzione possibile per estirpare alla radice questo sopruso, sia eliminare il maschio. Affermare, come ha osato recentissimamente la creatrice di Harry Potter, Jennifer Rowling, che esiste un nome con cui chiamare le persone che hanno il ciclo, e cioè donne, comporta accuse di transfobia.  Gli esempi, non solo in questo libro, ma nella realtà, sono infiniti. Un prodotto del sistema scricchiolante, avrà gli stessi difetti del sistema che lo produce. È per questo che il mondo liberal, pronostica Murray, crollerà sulle sue contraddizioni interne, sulla base del fatto che le singole pretese non riescono a trovare fra loro la giusta quadra. A titolo esemplificativo di ciò, lo scrittore riporta questo episodio:

“Nel 2018 la rivista Advocate faceva campagna per votare no al referendum sull’abolizione del matrimonio gay nello Stato della California. Fra le iniziative per sostenere il matrimonio fra persone dello stesso sesso, nel novembre 2018 la prima pagina della più importante rivista d’America riportava: Gay è il nuovo nero (sottotitolo: l’ultima grande lotta per i diritti civili)”.

Il titolo e l’articolo furono giudicati offensivi e tra le motivazioni principali, fu addotto che “vi è totale mancanza di collegamento tra matrimonio omosessuale e le leggi contro la mescolanza razziale”. Fu necessario mettere un punto interrogativo alla fine della frase gay è il nuovo nero, per placare le polemiche, riuscendoci solo in parte. È esattamente a questa mancanza di coordinamento tra le istanze identitarie che Murray fa riferimento. Esistono vie d’uscita da questo manicomio? È possibile liberare la ragione dalle catene che la imbrigliano? Il libro elenca diverse strategie, come quella della seppia, che ha un’altissima capacità di mimetizzazione, o – fuori dallo scherzo – quella della depoliticizzazione delle nostre vite, sottraendoci dal fare della realtà un eterno campo di battaglia, in cui il tempo lo spendiamo nella ricerca di alleati e nemici da abbattere. Oppure, la soluzione più facile di tutte: fingersi morti. Ma Murray, fortunatamente, non la contempla.

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