La pace non esiste

Fra Il Complotto contro l’America di Philip Roth e le radici politiche del dibattito sulla guerra in Ucraina: il conflitto ideologico fra chi vuole conservare l’ordine del mondo e chi vuole abbatterlo.
Fra Il Complotto contro l’America di Philip Roth e le radici politiche del dibattito sulla guerra in Ucraina: il conflitto ideologico fra chi vuole conservare l’ordine del mondo e chi vuole abbatterlo.

La pace non esiste. C’è l’ovvia, un po’ stucchevole, constatazione che il mondo è sempre in guerra e sempre lo è stato, constatazione comunque verissima, ma non è questo il punto: il punto l’aveva colto Michel Foucault, quando ricordava che la politica è la prosecuzione della guerra. Cioè che qualsiasi ordine nasce dalla guerra e perpetua il risultato della guerra con mezzi che sono o meno bellici, a seconda delle circostanze. A noi è capitato, sfortuna nostra, di vivere il tempo in cui l’ordine presente, radicalmente ingiusto ma violentemente attaccato da forze non meno ingiuste, si difende con una violenza uguale e contraria. Per inciso, c’è gran bisogno di questo schietto qualunquismo, il coraggio di dire, contro i fanatici della ragione e del torto, che in fondo sono tutti uguali. Karl Löwith insegnava che la modernità è una minestra di concetti religiosi secolarizzati: ed ecco infatti il dibattito pubblico monopolizzato da un coro di catechisti che ci ammorba con “la parte giusta della storia” – Di Maio giusto l’altro giorno, nell’atto di lasciare il Movimento 5 Stelle. Invece, «gli avvenimenti storici in quanto tali non contengono il minimo riferimento ad un senso ultimo e comprensivo» – sempre Löwith.

La pace non esiste, e del resto nessuno, di quelli che contano, la vuole. Non la vogliono i vertici NATO, per l’ovvio motivo che una guerra rafforza l’alleanza, indebolisce i nemici e anche un po’ gli amici, così che abbiano meno spazio per una politica indipendente. Forse la vogliono certe anime limpide, incorrotte dal potere – politico o mediatico – e convinte che non si debba morire o uccidere per un pezzo di terra, ma in larga parte il dibattito pubblico a cui assistiamo è lo scontro ideologico fra due immagini del mondo. L’ha detto esplicitamente Putin, lo dicono continuamente i leader occidentali con le loro fanfare retoriche su valori e democrazia. Dunque, più degli interessi geopolitici, che sono chiari e fanno muovere i pezzi sulla scacchiera, sarebbe affascinante osservare come ci raccontiamo questa arida partita, la mitografia dell’Ucraina e l’abisso narrativo che divide i due fronti del dibattito.

C’è un romanzo che potrebbe tornare utile in questo senso: Il complotto contro l’America di Philip Roth; nel 2020 HBO ne ha fatto una miniserie. Il “complotto”, in effetti, è la parte meno interessante e non pesa molto nell’economia del testo: il libro di Roth è, invece, un discorso sul prezzo della neutralità. L’ucronia è questa: alle elezioni presidenziali americane Charles Lindbergh sconfigge Roosevelt e, sulla scorta di un’agenda neutralista, tiene gli USA fuori dal secondo conflitto mondiale. Nel 1942 Lindbergh scompare durante un volo e la nazione si trova a un passo dalla guerra civile, finché la first lady si oppone alle forze filonaziste che minacciano di prendere il potere, Roosevelt viene eletto d’emergenza e la storia riprende il suo corso con un anno di ritardo. L’autore lascia sul campo, nebulosa e non confermata, l’ipotesi che i tedeschi avessero rapito il figlio di Lindbergh e stessero ricattando il presidente, appunto il complotto citato nel titolo. Lindbergh, a dire il vero, nonostante un certo antisemitismo – non raro all’epoca – nazista non lo è mai stato e certi elementi di storia alternativa sono forzati a fini di spettacolo. Concentriamoci, però, sull’intersezione fra due posizioni politiche: quella non interventista, diciamo pure pacifista, e quella favorevole alla Germania di Hitler. «Lindbergh o la guerra» è lo slogan elettorale che segna la sconfitta di Roosevelt. Da lì, inizia un crescendo razzista che, nella narrazione di Roth, rischia di condurre a una soluzione finale americana.

Il complotto contro l’America (Einaudi) di Philip Roth

C’è, qui, una domanda necessaria: non opporsi a un’ingiustizia significa, necessariamente, avallarla? Tendono a sovrapporsi, nel corso del romanzo, gli americani che non volevano combattere i nazisti con quelli che finiscono per assomigliare ai nazisti. È un argomento piuttosto comune anche oggi, dalla parte di chi sostiene ad oltranza la resistenza ucraina. Si parla, del resto, di “campo della giustizia” e “campo della pace” – l’ha fatto anche Mentana. Dicotomia bizzarra, che rimanda a certe fantasie primo-novecentesche di pace giusta ed equilibrio fra le nazioni – proprio quelle che sono degenerate nella catastrofe geopolitica di Versailles. Dovremmo aver imparato da quell’armistizio di vent’anni, come diceva il maresciallo Foch, e anche dallo sgretolamento del mondo unipolare post-guerra fredda a cui stiamo assistendo, che non esistono paci giuste: c’è solo la pace finché ricomincia la guerra. La sfuggente congiuntura astrale destinata a passare. Forse giustizia sarebbe proprio offrire, adesso, alla gente ucraina la pace, senza elucubrare troppo sull’assetto del mondo di domani. Chissà.

Comunque sia, il discorso di Roth sovrapposto al nostro presente evidenzia alcune verità, pur nei suoi eccessi paranoici. All’interno del vasto fronte di chi chiede l’appeasement con la Russia ci sono, certo, i pacifisti – nell’ampia, imprecisa tassonomia del termine – ma c’è anche una componente di critica sociale più ampia. I tentativi strumentali di fare damnation by association collegando opposizione alla guerra e movimento no vax rilevano, dopotutto, un fenomeno concreto: una dissidenza da parte della periferia sociale nei confronti del centro – terminologia pasoliniana, questa. Non è un caso che l’opposizione si concentri agli estremi, destra e sinistra, dello spettro politico. Cioè fra gli sconfitti dall’ordine liberale. In Italia si stilano liste di proscrizione e si cercano casa per casa i filoputiniani, ma è una paranoia dettata da logiche stupide, binarie: in realtà quasi nessuno sta dalla parte di Putin. Pochissimi condividono ciò che Putin crede, frequentano la Quarta Teoria Politica di Dugin o l’eurasiatismo che anima la mistica nazionalista russa. Soltanto, Putin è un avversario dell’ordine occidentale e americano. Importa poco cosa dica, o chi sia Putin: l’indulgenza nei suoi confronti – che, innegabilmente, esiste – è dettata dal suo essere altro. La ricerca del multipolarismo è la conseguenza ovvia dell’equidistanza – che alcuni chiamano codardia, altri realismo.

Torniamo a Roth, allora: l’equidistanza, comunque la si voglia chiamare, è possibile? Ne Il complotto contro l’America pare che non lo sia: la neutralità di Lindbergh finisce per assomigliare sempre di più al nazismo. E la storia è vista dagli occhi di un ebreo, per il quale inevitabilmente deve essere raccontata così. Ma ci sono altri punti di vista: gli indipendentisti arabi si sono avvicinati a Germania e Italia perché tornavano utili contro l’imperialismo britannico; Chandra Bose, un eroe della lotta per la libertà in India, non si è fatto scrupolo di cercare l’appoggio dell’Asse; e anche Stepan Bandera, il cui culto si rinfaccia oggi agli ucraini, era, più che un nazista, un nazionalista che sperava nella Wehrmacht in chiave antisovietica. Tutte figure che chi, come noi, traffica in valori a buon mercato può condannare facilmente, ma che è difficile capire senza la tanto vituperata equidistanza. Qualsiasi grande potenza è odiosa, perché il potere è odioso: se, però, gli ucraini odiano i russi e non gli americani è comprensibile, e se per i serbi è il contrario resta ugualmente comprensibile. Non per questo, certo, dobbiamo smettere di indagare la genesi dei fatti: i discorsi più stupidi si limitano alla logica di cappuccetto rosso, come dice papa Francesco, quella che indica soltanto buoni e cattivi; altri, giustamente, vanno indietro di un decennio e ricordano la guerra civile in Donbass e le atrocità inflitte ai russofoni; si potrebbe, però, risalire fino all’Holomodor, al brodo di coltura di sangue e oppressione che alimenta il sentimento antirusso dai primi tempi del centralismo bolscevico, contro il quale lottava l’anarchico Nestor Machno. Queste metropolitane della storia hanno parecchie fermate, e decidere di scendere ad una piuttosto che all’altra resta un esercizio arbitrario. Nessuno è innocente e, del resto, come diceva Marc Bloch, gli storici non sono giudici degli Inferi.

C’è, forse, un errore di fondo nel romanzo di Roth: l’idea che ci siano guerre che è necessario combattere, ed altre no. Ed è un’idea che ritorna oggi. Se applicassimo, senza doppiopesismi, le pretese di giustizia riservate per la Russia a qualsiasi altra potenza mondiale, vivremmo una crociata perenne. Xinjiang, Tibet, Kurdistan, Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, Palestina… ci sono luoghi che gridano vendetta quanto e più dell’Ucraina. Ma, come hanno scoperto i crociati, non ci sono abbastanza spade per instaurare il regno di Dio in terra. Quello che Putin sta facendo non è un unicum, come viene ingenuamente raccontato: è l’esito di dinamiche che abbiamo visto all’opera in decine di altre circostanze.

Allora ecco, superato il discorso sulla ragione e sul torto, rimane quello sull’ordine del mondo. I più fervidi sostenitori della proxy war NATO sono, curiosamente, gli eredi delle sinistre occidentali. Da noi il PD, ma in tutta Europa le forze liberal emerse dallo sbiadimento della sinistra socialista, già a sua volta residuo dell’eurocomunismo. Una delle chiavi di lettura appare piuttosto semplice: queste forze sono l’espressione politica della borghesia medio-alta e istruita. Ovvero di quelli che, da questo ordine, ci hanno guadagnato e di conseguenza vogliono preservarlo. Dei vincitori dell’ultima guerra, e dell’ultima lotta di classe. Non è nemmeno malafede: il sazio, si dice, non crede all’affamato e la fortuna distorce la visione del mondo, facendolo apparire migliore di quello che sia. Probabilmente il grado zero del dibattito è proprio questo: ci sono ottime ragioni per mantenere l’equidistanza fra Russia e Occidente, ma tutte silenziate dal fragore dello scontro fra due mondi. Il chiaroscuro che genera i mostri, lo chiamava Gramsci.

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