La mutazione antropologica del fenomeno mafioso

Dalla lupara agli algoritmi tecno-finanziari.
Dalla lupara agli algoritmi tecno-finanziari.

È passato quasi un trentennio dall’attentato di stampo mafioso di Capaci e da quello di Via D’Amelio, nei quali persero tragicamente la vita i due integerrimi magistrati Giovanni Falcone, con sua moglie Francesca Morvillo, e Paolo Borsellino con le rispettive scorte nell’adempimento del proprio dovere. Fiumi d’inchiostro, articoli e innumerevoli libri, nonché processi e sentenze, hanno avuto come oggetti tali tragedie, ricche di punti oscuri e di interrogativi tutt’ora irrisolti: il 1992 rappresenta un punto di non ritorno nei rapporti tra Stato e mafia, tra istituzioni e Cosa nostra, tra la Sicilia e il resto dello Stivale. Allo stesso modo, l’onda lunga degli attentati ai massimi vertici civili e istituzionali del Belpaese – quello che è stato definito “l’attacco al cuore dello Stato” – ha rappresentato, dopo il triennio 1992-1994, un punto di arrivo e di svolta della stessa natura del complesso fenomeno mafioso.

La stagione stragista sbiadì di colpo, grandi attentati a magistrati, politici e giornalisti in prima linea cessarono, il potere intimidatorio mafioso sembrava aver finito il proprio vigore: ma la mafia, da cosanostra e non solo, non per questo cessò di esistere, di riorganizzarsi e di continuare la sua opera di infiltrazione in tutti i principali apparati economici, sociali, amministrativi e politici.

La caratteristica fondamentale del potere mafioso negli anni della sua piena maturità fu quella di tentare di sostituirsi allo Stato creando un vero e proprio “Stato nello Stato” che avrebbe dovuto autoalimentarsi da solo, senza rispettare nessuna autorità politica, giuridica, sociale, se non quelle che, del rapporto con la mafia, ne avevano fatto un aberrante cliché. Dalla ‘Ndrangheta alla Camorra, passando per la Sacra Corona Unita e arrivando a Cosa nostra, tutte queste organizzazioni mafiose infiltrandosi a tutti i livelli del potere politico tentavano di sovrapporsi allo Stato, non solo per quanto riguarda decisioni pubbliche, ma anche a livello del tessuto sociale: la mafia è, e sarebbe dovuta essere, un appoggio su cui ogni cittadino, stanco della morsa dello Stato, impoverito, dimenticato e abbandonato avrebbe potuto contare.

Come già brillantemente fatto notare da Borsellino nelle sue dichiarazioni e nelle sue interviste, il fenomeno mafioso, oltre ad un capillare aspetto organizzativo, trae la sua linfa vitale da uno strisciante consenso sociale: la mafia è in prima istanza un aggregatore di servizi, di commissioni, di agevolazioni; ossia di tutti quegli aspetti in cui l’azione dello Stato si rivela monca, discontinua e fallimentare. La mafia si incunea e prolifera laddove lo Stato non solo è più debole, ma anche laddove è meno organizzato e non riesce ad incidere in modo qualitativo nella vita quotidiana dei cittadini. Il suo marchio di terrore e di omertà può in questo contesto regnare incontrastato. Si potrebbe affermare di come, soprattutto negli albori dell’organizzazione criminale di Cosa nostra, la mafia avrebbe riscosso un “successo” specie nelle popolazioni rurali, contadine e dedite all’agricoltura, molto più esposte alla retorica mafiosa portata avanti da illustri e spietati boss. Complice anche una certa stilizzazione mediatica e comunicativa, si è stati soliti rappresentare la mafia come un clan di pittoreschi personaggi armati di coppola e lupara, volti alla conquista dalla campagna della città.

Oggi questa immagine stereotipata, dopo decenni dalla fine della stagione stragista, non appare più in grado minimamente di spiegare la complessità del fenomeno: le decisioni che determinano la continuazione o meno del proliferare dell’attività mafiose, vengono prese sempre più  corrompendo i più alti vertici istituzionali, imprenditoriali e del tessuto privato, che pur rivestendo in alcuni casi il ruolo di pubblici funzionari, paradossalmente svolgono incarichi di quello che si suole considerare a tutti gli effetti un “contro-stato”. Tuttavia l’evoluzione del fenomeno mafioso è andata ben oltre l’aspetto meramente locale o nazionale negli ultimi trenta anni. Essa ha seguito l’andamento di una globalizzazione portata agli estremi, che ha spalancato le porte al primato assoluto del mercato senza limiti né regolamentazioni. I singoli stati sovrani ne sono usciti notoriamenti indeboliti, ed ecco che la mafia si è subito adattata ad un nuovo ordine finanziario globale, andando a cercare i propri interlocutori non più nei palazzi ministeriali, ma nelle avveniristiche sedi delle banche d’investimento e della agenzie assicurative.

La mafia ha sposato in pieno l’alta finanza e ha di conseguenza orientato il suo business: paradisi fiscali off shore, transazioni economiche digitali, quotazioni in borsa, riciclaggio internazionale, creazione di società fittizie a solo scopo di coprire operazioni finanziarie di dubbia trasparenza. Chiedersi che cos’è la mafia oggi significa mettere in risalto questo aspetto: non più una mafia coppola e lupara, ma una mafia ben più concreta fatta di colletti bianchi, multinazionali, agganci giusti nei consigli di amministrazione. Una mafia transnazionale, figlia di un incessante flusso di capitali, di merci e di uomini. Una mafia traffico internazionale di stupefacenti, grandi affari edilizi e algoritimi tecno-finanziari. La City di Londra più che Corleone, la Quinta Strada più che Bagheria, Milano City Life più che Palermo. Mafia Spa, quotata in borsa nei principali mercati azionari. Una vera e propria mutazione antropologica.

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