La guerra alle idee

Più che narrare la guerra, narriamo i narratori della guerra. Quello che accade in Ucraina è diventato un fatto secondario.
Più che narrare la guerra, narriamo i narratori della guerra. Quello che accade in Ucraina è diventato un fatto secondario.

Si avvicina la mezzanotte del mondo. Mancano meno di due minuti, secondo l’Orologio dell’Apocalisse aggiornato dal Bollettino degli scienziati atomici. E cosa dice la mezzanotte? A Nietzsche diceva che il mondo è profondo, più di quanto potesse credere il giorno. Eppure a noi capita l’opposto: alla catastrofe ci avviciniamo senza pensarci troppo. La complessità, questa parola che esiste per rallentare i dibattiti, ammansire gli scontri, ribadire il valore del tempo, proprio adesso che di tempo ne abbiamo poco è diventata una cattiva parola. Persino una parola sospetta, un indizio di tradimento. L’hanno detto in tanti, fra le righe e anche esplicitamente, che non bisogna pensare troppo, perché il bene sta tutto da una parte e il male tutto dall’altra e perché comunque, anche se non fosse, la decisione l’abbiamo già presa sulla fiducia, e tutto il resto, forse poco, che ci resta da vivere consiste nell’applicare la decisione. Credere, obbedire, combattere? Questa fascinazione per gli assoluti le democrazie liberali dell’Occidente l’hanno sempre avuta: come se il fondo oscuro, represso dell’anima collettiva cercasse di emergere. Non solo e non tanto i fascismi, che sono nati qui, ma anche l’inevitabilità della storia a cui hanno creduto i marxisti, e poi sentimenti senza ideologia: l’ispirazione patriottica sopravvissuta, senza portar colpa, a due secoli di tragedie, che di fronte a questa tragedia nuova nemmeno distingue fra partigiani della libertà e miliziani ultranazionalisti.

Facciamo un esperimento: parliamo dell’asfissiante cappa di stupidità bellicista che ha coperto il nostro paese senza fare il nome di nessuno stupido bellicista. Nessun nome, a parte quelli di gente già morta – “solo i morti hanno visto la fine della guerra”, e anche qui il nome di Platone è apocrifo. Non per paura, ovviamente – abbiamo di fronte al meglio la stagflazione e al peggio la guerra nucleare, cosa può spaventarci ormai? – ma perché ad infestare TV, giornali, parlamento, non sono tanto persone con delle idee, ma spiriti di malcostume sociale, ectoplasma di banalità condivise. Un grande fisico – di recente si è anche pronunciato contro l’invio di armi in Ucraina, suscitando lamenti negli spettri di cui sopra – ipotizza, detto in due parole, che i sistemi, gli osservatori, gli oggetti e i soggetti, esistano solo in virtù delle loro interazioni reciproche. L’interpretazione relazionale della meccanica quantistica. Non c’è niente sotto, nessuna sostanza della realtà. Di sicuro sembra essere così in Italia. Più che narrare la guerra, narriamo i narratori della guerra. Una grande tenzone fra trovatori. Forse perché i fatti sono quasi inattingibili – troppa propaganda da entrambe le parti – il dibattito funziona al contrario: c’è una verità iniziale, arbitraria, e poi si cercano i modi per raccontarla. Così la riflessione in sé passa per insulto ai morti.

Ecco, i morti, “tutti i morti che si dimenticano / in un mucchio di cani spenti”. Ai morti stiamo riservando uno spregio agghiacciante mentre facciamo finta di onorarli. Non solo perché li abbiamo ridotti a una semplicità favolistica, come i bambini mangiati dall’orco; non solo perché in Donbass ci sono morti che aspettano una parola da quasi dieci anni. Nessuno si aspetta davvero che, una volta pagato pegno al conformismo della contrizione, a chi comanda lo stato o l’informazione importasse davvero qualcosa. Il peggio è come abbiamo separato i morti, senza nessuna vergogna, dalla loro vita. Scrive Walter Benjamin:

“Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo come propriamente è stato. Significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo. […] In ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla. […] Solo quello storico ha il dono di accendere nel passato la favilla della speranza, che è penetrato dall’idea che anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.”

Nelle dittature, nelle società disciplinari, lo spazio della verità è vuoto; nei nostri imperi della menzogna occidentali, della società del controllo, non si capisce nemmeno in quale spazio potrebbe stare la verità. Il dibattito pubblico è, adesso, l’opposto esatto di complesso: parlare dell’Ucraina è diventato un mestiere facilissimo. Anche la guerra, concettualmente, è una cosa semplice: chi resta vivo alla fine, allora aveva ragione dall’inizio. Non sorprende, dunque, che i commentatori più facili sostengano anche le armi, la no-fly zone, l’intervento diretto. Dice Dostoevskij, quando non lo censurano, che non abbiamo bisogno di passione, ma di compassione: cioè di accogliere la radice del dolore dell’altro. Il pacifismo, in fondo, è questo: non tanto rifiuto della guerra per ragioni morali, ma la consapevolezza che il nemico è dentro e nessuna guerra può sconfiggerlo. Fra schifosi ci si intende, ricordava di recente uno dei colpevoli di complessità, il sociologo come il fisico.

È un’affermazione saggia, e un principio di compassione. Da qui saremmo dovuti partire, invece che gettarci nell’orgia punitiva. Prendiamo Delitto e castigo, il colossale tentativo di conoscere l’anima di un assassino. Raskolnikov è tutto altro all’inizio, e il conformismo morale ci dice che deve restare altro, finché irreparabilmente diventa umano, e infine proprio come noi. Una volta che l’abbiamo visto per com’è, allora “uomo, uomo, non si può vivere del tutto senza pietà!”. Noi, invece, abbiamo scelto di mostrificare il colpevole.

L’altra parola in odio di questi tempi è equidistanza. Ma essere equidistanti non vuol dire ignorare le differenze fra aggressore e vittima, solo riconoscere che l’errore è nel sistema, quindi più in alto. Di Arturo Ui cioè Adolf Hitler, Brecht dice: “il grembo da cui nacque è ancora fecondo”. Chi rivendica le linee nette ha paura, in fin dei conti, di scoprire che siamo fratelli dei cattivi. Questo male nasce da una storia di ingiustizie ed errori: una storia che possiamo tracciare, se ci permettiamo di farlo. Non un generico peccato originale, piuttosto il percorso che non avremmo dovuto seguire, passo per passo. Potrebbe tornare utile a non seguirlo di nuovo in futuro, se c’è un futuro.

E forse questo è il problema dei tanti massimalisti occidentali: insieme al passato rifiutano anche il futuro. Le cause e le conseguenze. Uno strano impeto, un culto del presente, dell’azione e della giovinezza irresponsabile che almeno qualcosa di fascista ce l’ha, e forse attendeva solo l’occasione giusta per spacciarsi di nuovo come antidoto al tramonto dell’Occidente. I risultati potrebbero essere catastrofici, lo sappiamo. C’è la possibilità non trascurabile che questi siano gli ultimi giorni della civiltà contemporanea. A distruggere il mondo è sempre chi pretende di essere nel giusto, a salvarlo è chi si sente sbagliato. La gente complicata, quella che, se non avessimo sviluppato modi più efficaci per reprimere la dissidenza, ora starebbe al muro per tradimento. Uccidere, materialmente o politicamente, chi prova a salvarli con la forza della verità è tipico degli uomini:

“Falsa è la loro vita / finta, una pantomima / fatta da controfigure / interrotta da prima.”

Valerio Magrelli

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