La dottrina inesistente

Valerij Gerasimov è considerato l'autore della dottrina alla base delle mosse del Cremlino. Ma è una credenza diffusa solo in Occidente.
Valerij Gerasimov è considerato l'autore della dottrina alla base delle mosse del Cremlino. Ma è una credenza diffusa solo in Occidente.

Pochi giorni fa il capo di Stato maggiore russo Valerij Gerasimov è stato nominato capo del raggruppamento congiunto delle forze impegnate nell’operazione militare speciale in Ucraina. Questo cambio di vertici come al solito ha dato adito alle interpretazioni più disparate e arzigogolate dei principali mass-media occidentali. A spiegazione di questa scelta strategica è stata addotta la famigerata “dottrina Gerasimov”: per alcuni si tratta di un “ritorno” a questa teoria, per altri invece questa scelta testimonia la continuità della sua applicazione. Stando a queste letture se i russi avessero seguito “correttamente” questa dottrina fin dai primi mesi del conflitto non avrebbero avuto luogo i molti insuccessi tattico-militari tra cui anche quelli dello stesso Gerasimov (si pensi all’impreparazione difronte al contrattacco ucraino e alla ritirata da Char’kov). In ogni caso Gerasimov non sarebbe solo un generale e teorico del conflitto, ma anche un vero e proprio ideologo al pari di Vladislav Surkov: il generale quindi non avrebbe influenzato solo la politica estera russa post 2014, ma anche l’evoluzione del putinismo nel suo complesso.

Questa ambivalenza nella spiegazione delle tattiche russe dipende da una contraddizione di fondo. Da un lato negli Occidenti è diffusa l’idea che la Russia sia in crisi e completamente allo sbando nella gestione del conflitto, dall’altro si ritiene che nonostante le evidenti deficienze organizzative e militari la Russia resta un avversario temibile e perciò non bisogna sottovalutarla. Da qui la congerie di interpretazioni circa la nomina di Gerasimov e dell’importanza della sua dottrina. A ciò si aggiungono anche le varie dietrologie sui possibili colpi di Stato, complotti e tradimenti ai danni del presidente russo. Al di là della maggior efficienza delle purghe ucraine non si può negare che in una congiuntura come quella attuale queste dinamiche sicuramente ricoprano un ruolo non indifferente nell’andamento del conflitto data l’influenza che esercitano sulle scelte politiche e militari. D’altro canto vedere dietro ogni decisione una rete di complotti molto spesso travisa la realtà: a volte è difficile prendere in seria considerazione motivazioni molto più semplici. 

Il 23 febbraio del 2013 Gerasimov intervenne presso L’Accademia russa delle scienze militari con una relazione dedicata all’evoluzione dei conflitti nel Ventunesimo secolo e alla nuove modalità della guerra ibrida. Successivamente le tesi principali di questo intervento furono raccolte nell’articolo “Il valore della scienza nella previsione” e pubblicate sulla rivista specializzata  Corriere militare industriale

Gli avvenimenti del 2014 e l’intervento militare russo in Siria dell’anno seguente furono le cause principali della mitizzazione di questa teoria. Gli Occidenti iniziarono a parlare di una nuova dottrina militare russa. La novità di questa teoria sarebbe consistita nella revisione del concetto di guerra totale (considerato nella fattispecie storico-militare russa) secondo le nuove modalità della guerra ibrida. In poche parole guerra totale e guerra ibrida sarebbero diventati sinonimi dato che nel mondo contemporaneo i modi di fare la guerra non si limiterebbero solo a quelli convenzionali, ma includerebbero anche dinamiche legate alle nuove tecnologie, ai social networks e ai rispettivi fenomeni socio-culturali. 

Su questa teoria è stato scritto di tutto e non solo dai giornalisti. Essa è stata paragonata alle nuove teorie militari di altri Paesi emergenti come la Cina e l’India. In generale si è tentato di comprendere il futuro sviluppo della politica estera russa sulla base della continuità o discontinuità di questa fantomatica dottrina rispetto alla storia politico-militare del Paese.

Dopo il mea culpa di Mark Galeotti anche altri specialisti come Roger N. McDermott hanno chiaramente dimostrato che questa teoria in realtà è un falso storico elaborato dall’Occidente. La dottrina Gerasimov infatti è priva di elementi teorici veramente originali. Naturalmente le riflessioni e l’esperienza del Generale hanno avuto un ruolo propositivo nella politica estera e nel putinismo post 2014, ma in ogni caso parlare di “dottrina” o considerare addirittura Gerasimov un ideologo è un errore.

L’unico cambiamento realmente significativo è avvenuto prima con la mobilitazione generale e poi con la nomina dell’otto ottobre di Surovikin. Con Surovikin sono cominciati gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Paese, la costruzione di trincee, decisioni tattiche pensate sul lungo termine (come la ritirata da Cherson). Ciò ha segnato la fine dell’ambivalenza russa nei confronti del conflitto: prima una guerra non guerra, ora una guerra vera e propria. Questa nomina non è tanto la causa, quanto l’effetto del cambiamento dell’atteggiamento della classe politica e degli apparati interni russi nei confronti del conflitto.

A ciò è seguito anche un mutamento del linguaggio dello stesso Putin: il 25 novembre il Presidente russo ha affermato che il ricongiungimento con il Donbass sarebbe dovuto iniziare molto prima, in questo caso infatti ci sarebbero state molte meno vittime sia tra i civili sia tra i militari. Dopo l’ammissione dei propri errori il 7 dicembre ha aggiunto con realismo che l’operazione militare speciale sarà un processo lungo e, dulcis in fundo, il 22 dello stesso mese per la prima volta ha usato la parola “guerra”. 

L’ambivalenza russa nei confronti del conflitto non dipendeva tanto dalle qualità individuali dei generali nominati quanto dalla convinzione che tutto si sarebbe risolto in maniera abbastanza rapida e senza un grande dispendio di risorse (convinzione che in realtà ha resistito a lungo). L’otto ottobre è una data simbolica anche perché la nomina di Surovikin ha permesso la “riconciliazione” dei i falchi (analisti, teorici, consiglieri delusioni dall’andamento della guerra) e dei cosiddetti “signori della guerra” (Kadyrov e Prigožin) con gli apparati del Ministero della Difesa. Al di là dell’inconsistenza della definizione di “signori della guerra” in riferimento ai casi considerati questa pacificazione non è da sottovalutare: coloro che sono impegnati nel conflitto hanno incominciato ad avvertire le decisioni dei comandanti-burocrati di Mosca come conformi alle proprie aspettative e alle necessità del conflitto. L’incontro segreto fra Putin e Prigožin avvenuto a San Pietroburgo molto probabilmente tra il 13 e il 15 gennaio ha permesso di risanare anche il nuovo strappo con il Ministero questa volta causato dai successi militari della Wagner a Soledar e Sol’.

All’inizio di dicembre dopo alcune dichiarazioni del ministero della difesa ucraino erano circolate delle notizie circa l’affidamento della creazione di una nuova Wagner a Armen Sarkisjan. Lo “sponsor” politico e economico di questa nuova compagine dovrebbe essere il presidente e fondatore del potentissimo gruppo Tašir Samvel Karapetjan. L’obiettivo di questa decisione sarebbe quello di indebolire la crescente influenza di Prigožin che però è e rimane un uomo di Putin. Perdipiù la defezione e i complotti da parte dei militari non appartengono alla tradizione russa. Più pericolosa da questo punto di vista è la fedeltà personale all’interno dei servizi segreti. In ogni caso il potere non solo militare, ma anche politico di Pigrožin è un fenomeno che deve essere monitorato ai fini della comprensione dei futuri equilibri di potere in Russia. Data la congiuntura bellica per il momento è più conveniente attorniarsi di persone forti e fidate, piuttosto che indebolirle per controllare meglio.

I continui cambi dei vertici possono essere semplicemente spiegati con la volontà di compattare le più alte cariche militari russe creando una continuità nella gestione del conflitto: coesione tattica per non ripetere gli errori già commessi e limitare la naturale rivalità dei generali. Un’altra dimostrazione del cambiamento di atteggiamento da parte russa sta nel fatto che prima dell’otto ottobre alla nomina del nuovo comandante seguiva un evidente cambio di tattica sul campo di battaglia.

Per questi motivi il fatto che dopo l’inverno riprenderanno gli scontri non costituisce una prova del nove dell’applicazione della “dottrina Gerasimov”. Le questioni essenziali riguardanti il fronte interno russo non concernono tanto le dietrologie in merito a questo tipo di nomine quanto la possibilità di ovviare alle innegabili deficienze del sistema militare che sono emerse proprio a causa del conflitto. Ammesso che sia possibile risolverle, bisognerebbe chiedersi se tale compito può essere espletato dell’attuale classe politica o se, al contrario, sarà necessario attendere la fine del conflitto e un ricambio generazionale ai posti di comando o addirittura un cambio di sistema. Un altro problema molto importante per i russi riguarda la necessità di militarizzare o meno la società e l’economia per risolvere le criticità appena evidenziate: se da un lato non sono pochi coloro i quali da tempo insistono sulla necessità di passare a un regime di economia di guerra (come per esempio il noto politologo ed ex consigliere di Putin Sergej Markov), dall’altro il 21 dicembre il Presidente russo ha affermato di non essere intenzionato a ripetere gli errori del passato sovietico, cioè la completa militarizzazione dell’economia del Paese. 

Nelle trasmissioni culturali della tv di Stato russa o in generale in quelle non dedicate alla politica si parla poco di Ucraina. Lo scrittore, militare ed ex politico Zachar Prilepin non fa che lamentare l’indolenza di artisti, musicisti, attori, registi: otto anni e nessun film, nessuna serie, neanche un romanzo sul Donbass! D’altro canto alcune iniziative “culturali” sono state sicuramente intraprese, si pensi alle prese di posizione pro conflitto del famoso rapper russo Timati o a quelle del fondatore del gruppo musicale “Ljube” Nikolaj Rastorguev che si è detto orgoglioso di essere stato sanzionato dall’Unione Europea. Nonostante sembri che entrambi gli schieramenti si stiano preparando a un contrattacco, il settore economico e la sfera civile per il momento rimangono in condizioni ordinarie. 

Un altro aspetto interessante della narrazione politica del conflitto è la sacralizzazione delle parti coinvolte. Ciò avviene sia da parte musulmana (Kadyrov) sia, naturalmente, da parte ortodossa. Questa unità di intenti è sicuramente molto importante considerando che il dialogo interreligioso è fondamentale per la sicurezza interna della Russia. In ogni caso anche questa volta si è optato per un atteggiamento cauto: alla tregua natalizia decisa da Putin infatti non è seguita nessuna spettacolarizzazione della sua immersione rituale per l’Epifania ortodossa. 

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