La dittatura romana non era una tirannia

L’istituto antico della Roma repubblicana ha infatti poco o niente da spartire con il significato moderno di regime politico opposto al sistema democratico occidentale.
L’istituto antico della Roma repubblicana ha infatti poco o niente da spartire con il significato moderno di regime politico opposto al sistema democratico occidentale.
Il dictator non è untyrannus. La dittatura romana non è tirannia. anche se si tratta di regime politico caratterizzato dalla concentrazione di ogni potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo esterno. Per comprendere quell’istituzione latina, per definire i parametri identitari di quella suprema magistratura straordinaria cui la Repubblica a Roma fece ricorso per fronteggiare eccezionali circostanze e poi caduta in desuetudine a partire dalla fine del III secolo a.C., è necessario storicizzarne il concetto, vale a dire liberarsi dai depositi culturali e politici calcificati della mentalità occidentale contemporanea in cui ha assunto, sulla base di diverse e specifiche esperienze del passato più o meno recente, una connotazione notoriamente negativa, sinonimo di una res publica caduta nelle mani di un singolo o di un limitatissimo gruppo di individui che la gestiscono in maniera illegittima, arbitraria e coercitiva a loro uso e consumo, concentrando tutti i poteri nelle loro mani.
Ogni dittatura si origina da una crisi che si presenta gravissima se non addirittura irrisolvibile con gli strumenti ordinari a disposizione.
La dittatura nacque nella Repubblica romana come una magistratura assoluta, esente cioè da responsabilità, in strettissima analogia con il precedente potere monarchico. Da cui la sua natura extra-ordinaria, determinata situazioni di crisi emergenziali. Il termine “dittatura” è rimasto sostanzialmente immutato nel trascorrere dei secoli,a differenza del suo contenuto e della sua valutazione che hanno finito per assumere implicazioni diverse e negative. In origine, infatti, il concetto rivestiva una connotazione positiva, proprio per il suo carattere emergenziale. Non si trattava della scelta del male minore bensì, e al contrario, di una sorta di estrema salvezza, di risoluzione in eucatastrofe dell’imminente catastrofe abissale.
La dittatura, in altre parole, era vista e vissuta come una sala chirurgica d’urgenza in cui veniva operato il decisivo intervento salva-vita. In tempi più recenti, come ben sappiamo, tale valutazione si è radicalmente rovesciata nel suo contrario. Un capovolgimento che comincia a muovere i primi passi dalla fine del XVIII secolo, si sviluppa lentamente ma inesorabilmente nel XIX per consolidarsi definitivamente nel XX, in particolare nel periodo tra le due guerre mondiali. Per quanto ci è dato di sapere dalle fonti, la dittatura romana era «un istituto previsto per i casi di emergenza, con una durata breve (non più di sei mesi, e non oltre il decadere della nomina del console che l’aveva istituita), con poteri limitati (poteva non applicare certe leggi, ma non crearne di nuove); era un istituto che godeva di prestigio, ma che ha ben poco di comune con il moderno concetto di “dittatura».
Qualcosa di molto diverso da ciò che l’accezione comune propone oggi con il termine dittatura, vale a dire un regime politico opposto al sistema democratico occidentale, caratterizzato dalla concentrazione del potere, dal non rispetto delle libertà costituzionali dei cittadini, dall’assenza di legittimazione e di consenso e dal sistematico ricorso alla violenza. La confusione nasce dalla coincidenza di un lemma unico che finisce per comprendere due realtà, storicamente e giuridicamente, molto diverse, se non antitetiche. Nell’essenza se non nella sostanza. L’istituto antico della Roma repubblicana ha infatti poco o niente da spartire con il significato moderno di dittatura. Nell’Urbe si trattava di una magistratura definita dalla legge a cui era lecito ricorrere in situazioni di emergenza e per periodi brevi, come nel caso della dittatura di Quinto Fabio Massimo nella fase più drammatica della Seconda guerra punica (218 a.C.-202 a.C.), considerata da alcuni storici la prima guerra mondiale dell’antichità.
Quinto Fabio Massimo detto Cunctator, il Temporaggiatore

Dopo la battaglia del lago Trasimeno e la schiacciante vittoria di Annibale (217 a.C.), Fabio Massimo venne nominato dittatore e, come scrisse Cicerone, enerva vit, snervò, il conflitto evitando ogni contatto con le forze nemiche, neutralizzando così il superiore genio tattico del generale cartaginesi, applicando la regola evasiva di ogni lotta di guerriglia. La dittatura del Cunctator il Temporaggiatore (forse sarebbe meglio dire il Guerrigliero o l’Evasivo), giunta a termine dopo i canonici sei mesi, permise a Roma di riprendere fiato. Tuttavia, l’emergenza scatenata in Italia da Annibale impose nuovamente il ricorso all’uso della dittatura, anche se in forme anomale rispetto alla tradizione, a voler usare un eufemismo. Basti ricordare che nel biennio 217-216 a.C. verranno nominati quattro dittatori, con gravi e diverse violazioni dei principi fondamentali. E infatti a partire da quel momento la consolidata istituzione della dittatura romana imboccherà una china inesorabile, spalancando le porte agli strappi e alla distorsioni finali del periodo tardo repubblicano. Il 216 registra la terribile disfatta di Canne. Per superare la nuova, drammatica e straordinaria emergenza viene nominato dittatore Marco Giunio Pera.

 

Già prima della nomina del dictator, i consoli avevano ordinato l’arruolamento eccezionale di ben otto legioni, secondo le fonti dell’epoca una decisione inaudita. Con l’entrata in vigore della dittatura, con la patria in pericolo mortale, a ciò si aggiunse la chiamata alle armi di tutti gli uomini abili dal diciassettesimo anno di età e l’amnistia per criminali condannati anche per omicidio, se disposti ad arruolarsi. Ma ci si dovette spingere oltre, con la nomina di un secondo e altrettanto inaudito dittatore, essendo Giunio Pera impegnato nelle operazioni militari. Venne eletto Marco Fabio Buteone in quanto si doveva urgentemente procedere all’elezione di 177 nuovi senatori, a causa delle stragi sul campo di battaglia che avevano falcidiato il Senato nel corso dei primi anni della Seconda guerra punica. Lo stesso Buteone, che in ulteriore deroga alla tradizione non nominò il previsto magister equitum, sembra aver disapprovato la sua nomina, sconcertato dalle irregolarità che l’avevano caratterizzata. Nomina che venne registrata e giustificata con l’annotazione senatus legendi causa, per la nomina dei nuovi senatori.

Annibale, il cartaginese
Fu grazie a quelle dittature, anomale e imprevedibili, che la Roma repubblicana riuscì a resistere e a sopravvivere alla più grave crisi della sua storia. Alla fine, la battaglia di Zama del 202 a.C., combattuta nei pressi di Cartagine, sancì il definitivo trionfo delle legioni e delle aquile di Roma. Nella dittatura romana, gestione monocratica del potere, sospensiva della collegialità repubblicana e istitutiva di un governo d’emergenza, veniva sospeso il principio collegiale con il dictator che assumeva il potere di entrambi i consoli, ma alla fine del periodo pre-stabilito le magistrature ordinarie riprendevano regolarmente le proprie funzioni.
Il ricorso al dictator come strumento per la gestione e la risoluzione delle emergenze esterne venne praticato con regolarità nella storia repubblicana romana anche perché, ci si passi la logica lapalissiana, proprio questa dimensione concretamente operativa era lo scopo primario dell’istituzione di una magistratura straordinaria di questo tipo. Da un punto di vista storico, l’istituto d’eccezione della dittatura cadde nell’oblio dopo il III secolo a.C. L’apparente rinascita nel periodo di Silla e di Cesare ne mutò radicalmente il significato, fondamentalmente in quanto venne assegnata a tempo indeterminato, snaturandone il carattere originario, mentre non veniva più attribuita quanto assunta in autonomia dalle personalità emergenti più forti del panorama politico romano. Ciò era dovuto all’inesorabile trasformazione della Repubblica in un Impero, di fatto se non ancora di nome, una fase storica che si compì attraverso crisi ricorrenti e drammatiche, sfociate due volte nella guerra civile, che avevano mandato in frantumi gli antichi e tradizionali equilibri. È da questo punto in avanti che prende definitivamente piede l’accezione negativa di dittatura quale oggi la conosciamo, una transizione sancita dall’esperienza della Rivoluzione francese, alla fine del XVIII secolo.
Il Terrore giacobino instaurato da Maximilien François Marie Isidore de Robespierre, detto l ’Incorruttibile, si guadagnò la denominazione di “dittatura” al contrario di quella romana ed esattamente nel senso di un regime politico sanguinario e tirannico, facendo assumere al termine l’accezione corrente.I primi a usare il termine dittatura in senso negativo sarebbero stati i controrivoluzionari francesi, i quali cominciarono a indicare in Robespierre, Marat e Danton dei sanguinari dittatori. Facendo entrare nel lessico comune il dispregio inerente all’accezione moderna e facendo buona scuola: «la parola dittatura nel senso moderno entrò nella storia a noi più vicina il 18 brumaio 1799, quando il generale Bonaparte, presentatosi nella sala del Consiglio dei cinquecento fu accolto da una parte dei deputati al grido “A bas le dictateur”, “Pas de dictature”».
Maximilien François Marie Isidore de Robespierre
Ma, come segnala Antonio Martino nello studio citato, si tratta di un’esplicita degenerazione del concetto.Non a caso il capitolo XXXIV del Libro primo I dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolò Machiavelli porta un significativo titolo:L’autorità dittatoria fece bene e non danno alla Repubblica romana. Mentre Mario Stoppino comincia la voce “dittatura” delDizionario di Politica, diretto da Norberto Bobbio e Nicola Matteucci, affermando: «Il significato moderno della parola è completamente diverso dall’istituto che il termine designava nella Roma repubblicana».L’equivoco di fondo si basa su una caratteristica rilevante e per certi versi qualificante della dittatura contemporanea, vale a dire la scarsa legittimità o comunque la quasi nulla legalità del suo potere. A ciò, fondamentalmente, la dittatura deve oggi la sua ben scarsa popolarità.
Ma non fu sempre così «Se per gli antichi, che le identificavano con la dittatura romana, fu motivo di lode, per i moderni, con poche eccezioni è oggetto di biasimo. È anche questa la ragione per la quale difficilmente un regime si auto-qualificherà come “dittatura”. […] in quei casi in cui si adopera “dittatura” in senso positivo, o si chiarisce poi il termine in modo che ne risulti “un’altra cosa” (dittatura romana, egemonia di una classe,etc.) o, quando viene usato in senso proprio, si sente il bisogno di dare “buone ragioni”, che generalmente trascendono l’ambito della scienza politica. Il dover dare buone ragioni è un modo palese per riconoscere il senso primariamente svalutativo del termine».
Chi per malinteso riflesso politically correct potrà durare qualche fatica ad accettare la netta distinzione tra l’esperienza storica della dittatura romana e del Terrore giacobino potrà forse sopire le sue ansiose resistenze leggendo le parole di un padre della Patria risorgimentale come Giuseppe Garibaldi, poste come incipit di un testo molto istruttivo e stimolante: «Chi mi conosce ha capito ch’io voglio venire all’apologia della Dittatura… non credo che l’Italia possa vantare migliori e più gloriosi Governi di quelli di Camillo, Fabio e Cincinnato», (Scritti e discorsi politici e militari, III). D’altra parte, la stupefacente efficacia dell’istituzione romana era già stata notata dagli autori antichi e moderni. Gaetano De Sanctis, nella sua Storia dei Romani, afferma che occorre «spiegare come i Romani abbiano potuto creare una istituzione che non ha riscontro nel diritto pubblico di altri popoli e che pur s’è mostrata sì vantaggiosa allo Stato, in un momento in cui lo spirito d’iniziativa e la cultura non potevano essere che scarsissimi e l’orizzonte politico non s’estendeva neppure da Porto d’Anzio a Civitavecchia».
Ancora una volta ritroviamo un giudizio storico a prima vista spiazzante per la sensibilità contemporanea che descritta, riduttivamente e con una certa autoreferenziale e saccente ignoranza, le esperienze del passato alla luce deformante delle esperienze storiche del “Secolo breve”. «Ammirazione, dunque, che si trasforma in aperta meraviglia nel constatare che “in realtà la dittatura non è la creazione cosciente della sapienza politica, ma il prodotto spontaneo delle circostanze tra cui è vissuto il popolo romano intorno al 500 a.C.” e come, ciò nonostante, si sia rivelata strumento efficacissimo. A proposito dell’osservazione secondo la quale la dittatura sarebbe stata creata non in virtù di una compiuta elaborazione del sistema istituzionale repubblicano, quanto, piuttosto, in forza delle concrete vicende del popolo romano, occorre rilevare che l’opinione del De Sanctis è sostenuta da quella espressa, in generale per le istituzioni della res publica, da autori antichi come Polibio, Catone, e Cicerone».
Sulla scorta di queste fonti, il Boccaccio, riferendosi alla dittatura di Lucio Quinzio Cincinnato del 458 a.C., la definirà «magnifico ufficio» in una lettera scritta nel 1361 a messer Pino de’ Rossi, il quale, a capo del ramo di una antica e potente famiglia fiorentina, verso la fine del 1360 aveva guidato una sfortunata congiura di magistrati per rovesciare il governo popolare di Firenze. La dittatura romana, spiega Giovanni Meloni, appare dunque ammantata di una potenza straordinaria, ispiratrice di un reverente timore non solo e non tanto per la sua forza materiale, quanto per la sua drastica eccezionalità. «E dipende, senza dubbio, da questa sua speciale, anzi esclusiva – almeno se ci si riferisce alle magistrature – caratteristica se, nell’analizzare la sequenza delle magistrature e le loro relazioni diacroniche e sincroniche nel contesto della narrazione liviana, si è potuto individuare nella dittatura (in ciò, ancora una volta, unica fra tutte le magistrature) il ruolo del caso limite, cioè dell’evento dirompente che drammaticamente interviene a spezzare la serie degli accadimenti negativi, assicurando sempre uno sbocco finale di segno positivo. […] Si tratta di una magistratura che, anche a voler prescindere dei casi clamorosi del I secolo a.C., ha svolto un ruolo talvolta determinante, sempre notevole, nelle vicende politiche, sociali militari romane per circa 300 anni, quel ruolo che ha suggerito di individuare in essa la funzione di “perno di tutta la costituzione”».
L’origine della magistratura dittatoriale romana resta incerta. Anche gli autori antichi osservavano come non fosse determinabile esattamente l’epoca nella quale era sorta e neppure la causa per la quale era stata creata. Non si conosce con assoluta certezza l’anno in cui per la prima volta entrò in vigore la dittature ma le fonti tendono a collocarla tra il 501 e il 494 a.C. Tito Livio racconta: «Essendo la città turbata nell’attesa di così gravi avvenimenti per la prima volta si pensò di eleggere un dittatore (dictatoris primum creandi mentio orta). Circa l’anno e il nome dei consoli sospettati di essere “filotarquiniani” – si parla anche di questo – non c’è accordo tra le fonti, né si sa con certezza chi sia stato il primo dittatore (nec quis primum dictator creatus sit, satis constat). Tuttavia vedo che gli storici più antichi parlano di Tito Larcio come primo dittatore e di Spurio Cassio come maestro di cavalleria. Furono scelti uomini che già erano stati consoli: così prescriveva la legge che regolava la nomina del dittatore». Tito Larcio venne nominato dittatore quando era console nel 501 a.C., per guidare l’esercito contro la coalizione della città latine che intendevano rimettere sul trono di Roma Tarquinio il Superbo che, si temeva, si sarebbe alleato anche con i Sabini, valoroso e antico popolo dell’Italia centrale, spina nel fianco della nascente potenza romana. I Sabini furono sconfitti nel 494 a.C. dai Romani al comando dal dittatore Manio Valerio Voluso Massimo al quale per tale vittoria il Senato decretò il trionfo, massimo onore militare dell’antica Roma.
Magistrati della Roma repubblicana
Anche il Mommsen colloca la nascita della dittatura nel passaggio dall’autorità regale a quella consolare con la cacciata da Roma nel 509 a.C. dell’ultimo sovrano, Lucio Tarquinio. Il potere regio non fu comunque abolito, sottolinea lo storico tedesco. Al posto di un re nominato a vita ne vennero creati due con carica annuale, che si chiamavano generali (praetores) o giudici (iudices) oppure colleghi (consules). Il principio della collegialità e della annualità è quello che distingue la Repubblica dall’epoca dei re. Il principio della collegialità più tardi diede il nome definitivo e più usato ai due re annuali. L’ufficio consolare era assai inferiore di rango a quello regale, circondato di riverenza e di terrore. Vennero aboliti il nome di re e la consacrazione sacerdotale mentre ai servi dei consoli venne sottratta la scure. Forse ciò che più conta, la nomina dei sacerdoti, di pertinenza regia, non passò ai consoli. Le attribuzioni sacrali passarono a un collegio pontificale cui presiedeva il pontifex maximus. La separazione della suprema autorità sacra da quella civile, nota il Mommsen, era una caratteristica nuova del sacerdozio romano e costituivano una grave limitazione del potere consolare.
E ciò si manifestò anche nell’apparenza esteriore. Il console si distingueva dal comune cittadino, non più per la porpora reale, ma solo per l’orlo di porpora della toga e mentre il re compariva sempre in pubblico sul suo cocchio, il console doveva adattarsi all’ordinamento generale ed era quindi tenuto all’interno della città a muoversi a piedi, come ogni altro cittadino. Limitazioni del potere che erano applicate solo all’ufficio consolare. In quanto, e qui veniamo al dunque, «in via straordinaria v’era talvolta, vicino ai due capi eletti dal comune, e in un certo senso al posto loro, un solo capo, il signore del popolo (magister populi), indicato generalmente come dictator».
Nella lezione del Mommsen, la dittatura in origine deve essere concepita come una necessità essenzialmente militare, nata insieme al consolato per risolvere temporaneamente, in caso di guerra, gli svantaggi di un’autorità divisa nei poteri di comando e di controllo, riproponendo sia pure precariamente la centralità dell’autorità regia, messa pericolosamente in discussione dall’uguaglianza giuridica dei consoli. Tuttavia, Cicerone sembra ampliare questo ambito, mettendo sullo stesso piano istituzionale motivi bellici esterni e disordini interni. «Ma quando vi sarà una guerra piuttosto grave, oppure discordie civili (duellum gravius discordiaeve civium), uno solo, se il Senato lo avrà decretato, abbia il potere dei due consoli, per non più di sei mesi e, nominato conforme ad auspicio favorevole, sia maestro del popolo. Chi comanda la cavalleria abbia autorità pari all’interprete del diritto, chiunque quello sia. Tutti gli altri magistrati non esistano». Cicerone considera dunque anche le discordie tra i cittadini, alla stessa stregua del duellum gravius, uno degli stati di crisi che può rendere necessaria la nomina del dictator da parte di uno dei due consoli, con il consenso del Senato.
Per quanto riguarda le attribuzioni relative a quella magistratura, bisogna cominciare ricordando che la scelta del dittatore, «dipendeva dalla libera decisione di uno dei consoli temporanei, e non la poteva impedire, né il collega, né qualunque altra autorità. Si poteva far uso del diritto di appello contro il dittatore come prima contro il re, solo nel caso che egli l’accettasse spontaneamente. Così, appena egli era nominato, tutti gli altri uffici gli erano legalmente soggetti. Secondo il tempo invece, la durata dell’ufficio dittatoriale era doppiamente limitata: anzitutto perché egli, come compagno d’ufficio di quei consoli dei quali uno lo aveva nominato, non poteva rimanere in ufficio oltre la durata della carica di questi; secondariamente perché il limite massimo assoluto dell’ufficio dittatoriale si limitava a sei mesi». Il dictator magister populi doveva nominare al suo fianco un magister equitum, un “maestro di cavalleria”, che fungeva da assistente indipendente, un’istituzione, suggerisce Mommsen, che forse aveva una relazione con la proibizione costituzionale fatta al maestro del popolo, in qualità di comandante della fanteria, di montare a cavallo. Quel divieto coniugava esigenze di natura politica e militare a dimensioni simboliche, collegate all’idea della regalità e a cui le istituzioni repubblicane avrebbero opposto un pregiudiziale ostracismo.
In tempi ordinari dunque i consoli rimasero, come lo furono i re, supremi amministratori, giudici e comandanti militari, ma in caso di necessità estrema «si teneva inoltre aperta una via, onde far rivivere a ogni istante la piena e illimitata autorità regia, senza previa interpellazione del comune, togliendo di mezzo tutte le limitazioni statuite dalla collegialità e tutte le altre particolari restrizioni di potere. Così fu sciolto in modo originale veramente romano – conclude magistralmente il Mommsen –, con acutezza e semplicità da uomini di Stato senza nome, che furono gli autori di questa rivoluzione, il problema di mantenere la regia autorità di diritto e di limitarla di fatto».
Un ultimo e forse non inutile chiarimento storico. Analizzando le fonti storiche latine e greche, chiarisce Meloni, si capisce che nei primi tre secoli di esercizio regolare della pratica dittatoriale, il dictator non appare mai nei fatti un magistrato repressivo e antipopolare, svolgendo, al contrario, una funzione di ripristino del consenso tra gli ordini, e ne è riprova il fatto che le maggiori conquiste del populus si verifichino quando in carica si trova un dictator. Il dittatore deteneva infatti in misura maggiore dei magistrati “ordinari” la capacità di promuovere accordi e di risolvere pacificamente acuti contrasti politico-sociali, tanto da apparire il garante e il custode dell’unità del populus. Non è casuale che alcune delle più significative conquiste popolari (come le leges Liciniae Sextiae, le leges Publiliae Philonise la lex Hortensia) siano state ottenute grazie all’azione di un dittatore. Così come non è un caso che, a proposito di uno di questi dittatori, Publilio Filone, Livio scriva didictatura populariset orationibus in patres criminosis fuit, et quod tres leges secundissimas plebei, aduersas nobilitati tulit, il dittatore fu popolare sia per i discorsi pronunciati contro i patrizi, sia per aver fatto approvare tre leggi più che vantaggiose per la plebe ma contrarie alla nobiltà. «Si deve, perciò, ammettere che la visione che la prevalente dottrina ci offre del dittatore romano, come di un magistrato adatto a operare nei momenti di crisi perché non impacciato dei limiti posti dai diritti dei cives, è inadeguata. Essa, infatti, essendosi formata sotto l’influenza delle moderne concezioni del governo di crisi, concepisce il dictator come un magistrato particolarmente versato nell’attività repressiva. Tale visione deve essere rivista, così come ripensato deve essere, soprattutto, il rapporto esistente tra il dittatore e plebe, tra dittatore e popolo. A partire da queste considerazioni, più che la visione della dottrina romanistica contemporanea, sembrerebbe utile, per comprendere la realtà storico-giuridica della dittatura romana, quella, prima ricordata, del Machiavelli e delRousseau. Il punto di vista di questi autori non si discosta da quello che doveva essere proprio di una parte della stessa tradizione romana nel periodo repubblicano. Questa parte della tradizione e quasi totalmente scomparsa, soverchiata, forse dall’impressione negativa suscitate dagli storici latini e greci dalle vicende legate alle dittature di Silla e di Cesare».
Questi brevi cenni, dovrebbero essere sufficienti a stabilire il confine netto e ontologico che separa l’originale concezione della dittatura romana con il la prassi disaggettivata contemporanea che si configura semplicemente come negazione della democrazia e del liberalismo proposti dalla società occidentale contemporanea. Per cui parrebbe impossibile oggi concepire l’ipotesi di una dittatura romana all’interno di un sistema politico democratico. Una possibilità, una prassi e una soluzione straordinaria e d’emergenza limitata nel tempo, inserita invece, a pieno titolo, tra le legittime magistrature previste dall’ordinamento repubblicano romano. La ricerca contemporanea, inficiata dalle catene di pregiudizi ideologici e politici contingenti, non ha mai risolto definitivamente le caratteristiche storiche e giuridiche di quella forma di governo a cui viene confusamente attribuito il termine di “dittatura”. Bisogna d’altra parte ammettere che l’argomento si presta a essere influenzato da scorie e bias di carattere ideologico. La confusione nasce, per interesse o mera ignoranza, con la sovrapposizione delle fattispecie di un quotidiano contemporaneo e consolidato, come “stato di guerra”, “stato d’assedio”, “stato di emergenza”, “legge marziale” e quant’altro. Espressioni inadatte in quante figlie della complessità contemporanea ma comunemente utilizzate per definire e spiegare la dittatura romana. «Si mettono così insieme, sotto la comune etichetta di dittatura, capi politici dell’antichità, monarchi assoluti, forme di governo e movimenti religiosi, società tribali e società altamente industrializzate, fascismo e comunismo, in un arco di tempo che va dai faraoni ai giorni nostri».
Nel migliore, per così dire…, dei casi, la dittatura antica viene piegata a diventare l’antecedente di uno schema giuridico per spiegare il potere straordinario conferito all’esecutivo nell’ambito dello Stato moderno. Si può accennare, in questo caso, allo spericolato accostamento tra il dictator romano e il presidente degli Stati Uniti…Per tentare di capire come si possa essere giunti a un tale livello di confusione. Giovanni Meloni, sulle tracce della lezione di Benedetto Croce, rintraccia «il contesto storico nel quale il liberalismo assume la direzione teorica e pratica della costruzione dello Stato borghese contemporaneo; nel corso di tale costruzione lo Stato liberale e la libertà liberale diventano lo Stato e la libertà in senso assoluto, il che equivale a pretendere che lo Stato liberale e le sue forme specifiche perdano ogni carattere storico, per giungere a rappresentare la forma universalmente necessaria in cui sola può realizzarsi la democrazia. A questa operazione di assolutizzazione delle categorie liberali-borghesi corrisponde l’instaurarsi di una contrapposizione tra democrazia e assenza di democrazia, assenza che si verificherebbe tutte le volte che vengano negate le forme liberali dello Stato. Ciò spiega perché il termine dittatura possa (insieme a tirannide, assolutismo e dispotismo) essere usato per indicare qualsiasi forma di Stato diversa da quelle delle democrazie di tipo occidentale. Questo meccanismo non ha mancato di estendersi anche alla dittatura romana, per cui tale magistratura viene intesa come uno strumento atto ad annullare i diritti dei cittadini, in nome della salvezza dello Stato».
Secondo Paolo Biscaretti di Ruffìa (1912-1996), insigne costituzionalista e accademico italiano,per anni direttore dell’Istituto di Diritto pubblico della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano, tale concetto di dittatura appare del tutto privo di fondamento sul piano scientifico e manca di una qualsiasi utilità sul piano pratico. Il cruccio dei ricercatori appare evidente. «Da molto tempo e maturata la consapevolezza che “il diritto pubblico romano è forse il campo in cui meglio si rivela la impossibilità di applicare criteri moderni allo studio dei fenomeni appartenenti a età passate”. Tuttavia ciò non ha eliminato e non elimina la possibilità di equivoci ed errori dovuti proprio alla utilizzazione di “criteri moderni”».
D’altro canto, già il Contrat Social del 1762, opera del filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau, generalmente molto apprezzato dalla imperante cultura liberale di derivazione illuminista, nel sesto capitolo del IV libro aveva posto con grande evidenza il problema della dittatura come istituzione politica da attuarsi nel mondo moderno. Rousseau si richiamava, in generale, all’esperienza giuridico-politica della Repubblica romana e a essa si rifaceva, in particolare, per quanto riguarda la dittatura. Non gli erano evidentemente estranee le considerazioni, assai positive, fatte da Machiavelli sulla dittatura romana che interpretava e proponeva quale strumento atto a preservare la libertà e le attribuzioni del popolo sovrano. Rousseau sottolinea, oltre al breve tempo determinato e l’eccezionalità della carica, la funzione preservatrice e stabilizzante di quell’antica magistratura romana. Il dittatore romano che ispira la sua riflessione è descritto, correttamente ci pare, come custode eccezionale per tempi eccezionali dello status quo repubblicano. Molto diverso quindi dal cesarismo di un capo carismatico incaricato dalle circostanze più che della sua volontà di dare vita a un ordine nuovo. Ciononostante, alcuni critici hanno voluto identificare Rousseau,anche per questo, con il padre dei totalitarismi moderni, definendo il suo pensiero una sorta di “democrazia totalitaria”.
Nello studio citato viene chiarito un altro punto preliminare, importante e tutt’altro che banale, data la trivialità dei tempi ultimi, è cioè che ogni magistratura «non è un vantaggio, ma un ufficio oneroso», come scrive l’illuminista ginevrino. «La gravosità dell’incarico pubblico è ben sottolineata da Rousseau anche con riferimento al dittatore che, a Roma, giustamente percepiva il suo ruolo come un pesante fardello di cui disfarsi quanto prima: “agli inizi della Repubblica” – spiega il filosofo – si pensava «”che un sì grande potere pesasse a colui che ne era rivestito, tanto egli aveva fretta di disfarsene, come se fosse stato un compito troppo penoso e troppo pericoloso quello di tenere il posto delle leggi”».
Anche se la presa di potere del dictator non era mai assoluta, nel senso di slegata dall’autorità legislativa. Si trattava di un organo della Repubblica, straordinario ma comunque istituzionale: non poteva modificare le leggi vigenti né promulgarne di nuove. L’efficacia operativa del suo mandato derivava semplicemente dalla sospensione eccezionale e limitata nel tempo, della legge ordinaria. La ragion d’essere ontologica di quella vacatio legis e la sua giustificazione riposava sull’assunto che talvolta la legge può – o deve – essere sospesa per raggiungere l’obiettivo del bene generale, dato che il legislatore non a tutto può prevedere, scrive Rousseau nel sesto capitolo del IV libro del Contrat social.
«Nella Roma repubblicana la dittatura rappresentava un’extrema ratio, da adottare in caso di imprevisto, quando era a rischio la salus publica, ossia la salvezza o la sicurezza del popolo. In situazioni di crisi, il potere legislativo, espressione suprema della volontà popolare, poteva esso stesso dimostrarsi pernicioso, allorché non avesse prestabilito come arginare l’emergenza; così, persino l’esistenza dello Stato avrebbe potuto essere minata irreparabilmente». La condizione sufficiente e necessaria perché la dittatura romana possa determinare un’autentica protezione della salute pubblica è la predeterminata brevità della carica: «in qualsiasi modo questo importante incarico sia conferito, importa fissarne la durata a un termine molto breve che non possa essere mai prolungato».Da questo punto di vista, Roma costituisce un template ideale dato che i dittatori per la maggior parte abdicarono prima del termine prescritto. Il dictator, infatti, disponeva solo del tempo per provvedere alla necessità stabilita che ne aveva imposto il mandato, senza poter pensare ad altri progetti o altre urgenze.
Non mancano fonti storiche che riportano casi di dittatori che hanno abdicato nel più breve tempo possibile: «d’altro canto, se una delle caratteristiche essenziali della dictio dictatori sera proprio il fatto che essa rappresentava una cesura solo transitoria dell’ordinamento, determinata da uno stato di crisi, allora non dovrebbe stupire che Livio evidenzi bene e spesso il momento della abdicazione e del ripristino del sistema ordinario, “segnalando anzi, con un certo compiacimento, quando ciò si realizza in tempi brevissimi”». Basti pensare alla figura quasi leggendaria di Lucio Quinzio Cincinnato (520 a.C.-430 a.C.). Cincinnato era proprietario di un più che modesto podere, almeno per un ex console, i Prata Quinctia, appena fuori le mura, che misurava quattro iugeri, l’unità di superficie agraria utilizzata dai Romani a indicare il terreno arabile in una giornata da una coppia di buoi attaccati allo stesso giogo (iugum). Cincinnato aveva infatti dovuto vendere il resto dei beni per onorare un pesante risarcimento dovuto dal figlio Cesone Quinzio, fuggito in Etruria dopo essere stato accusato di omicidio, sulla base della testimonianza di un nemico politico del padre. Come racconta Livio, quando una delegazione del Senato giunse ai Prata Quinctia mentre stava duramente lavorando la terra per chiedergli di correre in aiuto della Repubblica fu subito pronto ad abbandonare la serenità della sua vita contadina per affrontare il pericolo rappresentato dal bellicoso popolo montano degli Equi.
Sconfitti gli Equi, portato in salvo l’esercito del console Lucio Minucio, assediato sul monte Algido, distribuiti bottino e punizioni ai soldati, celebrato il trionfo a Roma, in capo a quindici giorni Cincinnato non esitò a rimettere la suprema carica una volta risolta la crisi per cui era stato richiamato al servizio della patria in pericolo e tornare a fare il contadino. Come tramandata nelle laconiche e immortali parole di Livio:Quinctius sexto decimo die dictatura in sex menses accepta se abdicavit: a sedici giorni di distanza dalla nomina, Quinzio rinunciò alla dittatura che aveva assunto per un semestre. Anche Marco Furio Camillo (446 a.C.- 365 a.C.) rientra in questa linea di eccellenza. In trionfo quattro volte, accreditato del titolo di Pater Patriae e di secondo fondatore di Roma, assunse per cinque volte la carica di dictator. L’episodio più famoso e in parte leggendario riguarda la sua seconda dittatura, quella del 387 a.C., determinata dai terribili giorni del metus gallicus, il “terrore gallico”, l’ondata di panico relativa al sacco di Roma da parte dei Galli Sénoni di Brenno, stanziati nel territorio attuale della Romagna e delle Marche settentrionali. L’Urbe era stata invasa dalle orde dei barbari dopo la sconfitta romana del fiume Allia il 18 luglio e nella testimonianza di Livio, solo il tempestivo sopraggiungere del dittatore Camillo avrebbe impedire il pagamento dell’ingente e mortificante riscatto imposto da Brenno: «aquesta trattativa già di per sé infamante venne aggiunto anche un oltraggio (rei foedissimae per se adiecta indignitas est):
i Galli portarono dei pesi tarati in maniera disonesta e siccome il tribuno protestò, l’insolente comandante dei Galli aggiunse al peso la propria spada, pronunciando una frase insopportabile per le orecchie dei Romani: Guai ai vinti, Vae victis…».
Lucio Quinzio Cincinnato
Interviene allora il dictator, salvando Roma.La tradizione tramanda che Furio Camillo, venuto a conoscenza della richiesta di riscatto, tornò velocemente a Roma per affrontare Brenno di persona:«né gli dei né gli uomini tollerarono che i Romani sopravvivessero a prezzo di un riscatto. Infatti, per una sorte provvidenziale, prima ancora che il vergognoso mercato fosse concluso, mentre si era nel pieno delle trattative e l’oro non era stato pesato del tutto, sopraggiunse il dittatore che ordinò di far sparire l’oro e ingiunse ai Galli di andarsene. Siccome questi ultimi si rifiutavano sostenendo di aver stipulato un accordo, Camillo disse che non poteva avere validità un patto siglato, senza sua autorizzazione, dopo che era stato nominato dittatore, da un magistrato di rango inferiore, e intimò ai Galli di prepararsi alla battaglia».I Romani, sotto la guida del loro dittatore, ripresero animo, si riorganizzarono e la città venne liberata dai Galli, inseguiti ben oltre i confini di Roma e costretti a rifugiarsi nelle basi di partenza dell’Italia settentrionale. Il dictator vittorioso venne insignito del titolo di Pater Patriae, padre della Patria”, come un secondo Romolo. Alla leggenda successiva sono riferite altri eventi entrati nella storia di Roma, come l’allarme lanciato dalle oche sulla cima del Campidoglio assediato che sventarono un colpo di mano dei barbari e la risposta di Camillo a Brenno che di fronte alla rimostranze romane sui pesi truccati dei Galli aveva gettato in segno di sfida la sua spada sulle bilance per aumentare l’onere del tributo, lanciando lo sprezzante Vae victis!.
Giunto sul luogo del riscatto scorato dalle sue legioni, Camillo gettò il proprio gladio sui piatti, per compensare il peso della spada di Brenno, lanciando parole famose che sarebbe entrate nel mito dell’indomita fierezza romana: «Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria». Non con l’oro ma con il ferro si riscatta la Patria… Il resto, con la successiva rotta dei barbari, è storia.
Questi esempi illuminano di una luce molto significativa le successive dittature di Silla, nominato dictator rei publicae constituendae nell’82 a.C. con una legge speciale e per un tempo indeterminato, e di Cesare, nominato dittatore a vita nel 44 a.C. dopo la precedente carica decennale, le quali si pongono fuori dal perimetro del modello repubblicano sostenuto da Machiavelli e Rousseau. Quest’ultimo, tutt’altro che paradossalmente, accusa i Romani di aver commesso un gravissimo errore evitando di nominato un dittatore ad hoc per arginare le torsioni di potere di Silla e di Cesare. Da questo punto di vista, nel Contrat social, le critiche all’uso che gli antichi Romani fecero della dittatura sembrano derivare unicamente dalla venerazione nutrita da Rousseau nei confronti dell’istituzione che, proprio per questo, avrebbe dovuto essere utilizzata in maniera meno inflazionata e con maggior discernimento per evitare che perdesse «la propria vis intimidatoria», scrive la Merotto, per risolvere d’autorità le emergenze autentiche. un trend che avrebbe finito poi per originare un vero e proprio cortocircuito. «Troppe volte dunque, nei primi tempi, la dittatura fu usata invano. Ma la critica di Rousseau colpisce anche la desuetudine in cui l’istituto cadde nelle epoche successive: “verso la fine della Repubblica, i Romani, divenuti più circospetti, limitarono la dittatura con altrettante poche ragioni di quelle con cui l’avevano usata largamente in altri tempi”». A cominciare dalla scarsa resistenza che fecero Mario a Silla e Pompeo a Cesare. Non avere fatto ricorso per tempo a un dictator al fine di bloccare quegli eccessi egemonici fu per Rousseau un errore imperdonabile.
Lo stato dell’arte della ricerca relativa al concetto di dittatura registra dunque una grave incertezza sul versante della dottrina contemporanea. In altre parole, non è riuscito il tentativo di trovare sul piano giuridico, anche se non solo su quello, un minimo comun denominatore per quei fenomeni di gestione del potere politico che vengono sin troppo generosamente archiviati con la definizione onnicomprensiva e sbrigativa di dittatura. Giovanni Sartori, uno dei massimi esperti di scienze politiche a livello internazionale e il più importante del panorama italiano scrive: «Nelle carte geografiche l’indicazione hic sunt leones è da gran tempo scomparsa. Ma se dovessimo fare una mappa delle forme politiche, ancora oggi i territori occupati dalle dittature potrebbero benissimo essere indicati a quel modo: “qui ci sono i leoni”. E non alludo al carattere ferino dei sistemi dittatoriali, sebbene al fatto che si tratta ancora in gran parte dei territori vergini, in esplorati».
Le caratteristiche principali della carica di dictator erano essenzialmente tre: la rigorosa delimitazione temporale, la pienezza dei poteri, la procedura di designazione. Il ricorso alla magistratura dittatoriale era consentito solo in situazioni di gravissima crisi che minacciavano la salute e il futuro della Repubblica, in caso di guerra o di grave emergenza interna. Il dictator veniva scelto e nominato dai consoli, con l’assenso implicito del Senato, all’interno di una rosa di personaggi che avevano saputo dimostrare concretamente, in tempi precedenti, competenza, efficacia, attaccamento alla Repubblica e disinteresse per il successo personale. Solitamente, si trattava di ex consoli che si erano distinti per capacità politiche e/o militari. La procedura per l’elezione del dictus (“nominato”, da cui il termine dictator) assumeva caratteri sacri e iniziatici: la nomina era ratificata di notte, nel buio e nel silenzio, con i consoli e il Senato rivolti verso Oriente, ma sempre in territorio romano. Scelto il candidato, riferisce Livio, la nomina veniva celebrata con una cerimonia religiosa: «consul oriens de nocte silentio diceret dictatorem», il console nominava il dittatore alzandosi in silenzio nel cuore della notte.
Aldictator venivano assegnati ventiquattro littori, simboli del potere supremo, il doppio di quelli che accompagnavano i consoli e, prima di loro, il rex. Metà di quella scorta poteva anche, ed eccezionalmente, circolare all’interno del pomerium, il confine sacro e inviolabile dell’Urbe, con le scuri inserire nei fasci. La carica doveva durare il minor tempo possibile, quanto cioè strettamente necessario a risolvere la crisi per cui era stato assegnato l’incarico e comunque in nessun caso poteva superare i sei mesi o continuare oltre il mandato del console che aveva nominato il prescelto. Funzionario di una magistratura straordinaria e di eccezionale importanza, il dictator era detentore dell’imperium maximum ,vale a dire della pienezza dei poteri civili e militari, in altre parole della totalità dei poteri consolari, unificando così la doppia carica. Poteva sospendere gli altri magistrati forniti di imperium o mantenerli in carica, ma sempre subordinati a se stesso. Ammantato di prerogative arbitrarie al di fuori di qualsiasi intromissione, consone e congruenti alla sua carica erga omnes et omnia, nei confronti di tutto e di tutti, era tuttavia soggetto a ferree regole che ne indirizzavano il cammino, limitandolo dal punto di vista legale. Nel senso che non poteva promulgare nuove leggi o abolire quelle antiche. Il suo potere era delimitato all’interno della vacatio legis che caratterizzava il suo mandato. La sua autorità era assoluta e veniva completata e non limitata della presenza di un luogotenente, il magister equitum, cui era conferito il comando della cavalleria.
Tirando le file della nostra ricostruzione storica, è sulla base di tale cornice giuridica che, a nostro modestissimo avviso, andrebbe rintracciato il percorso per organizzare un’efficace soluzione istituzionale alle crisi prossime venture, con l’obiettivo di non farci trovare, ancora una volta, impreparati e costretti a improvvisare soluzioni giorno per giorno.

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