OGGETTO: La democrazia delle emozioni
DATA: 30 Maggio 2023
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
In “Stati nervosi” (Einaudi, 2019) William Davies racconta come l’emotività abbia piegato la ragione e conquistato l'ordine politico occidentale.
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Nella stazione metro di Oxford Circus, l’evacuazione è in corso: una folla si accalca in direzione delle uscite, gli agenti in tenuta antisommossa corrono dentro. Nei grandi magazzini Selfridges, c’è lo stesso parapiglia. Chi fugge parla di attentato, terrorismo e armi da fuoco, mentre Twitter rilancia e perfino il «Daily Mail» ci casca. Perché a Londra, quello del Black Friday 2017 non è il terzo attentato dell’anno ma un evento di panico. Le indagini di Scotland Yard risaliranno soltanto a due uomini che si erano presi a pugni: nessuno sparo e tanta confusione per nulla. Eppure un episodio rivelatore.

Secondo il sociologo britannico William Davies, infatti, la Modernità emerse con due separazioni fondamentali, mente e corpo, guerra e pace. Ovvero, l’Illuminismo garantì il progresso, ponendo l’oggettività dei fatti quale base del sapere scientifico e limite allo scontro politico. Purtroppo, fino all’epoca attuale. Quando tecnologia informatica e violenza asimmetrica hanno introdotto uno spazio incerto tra le dicotomie. Lo spazio degli Stati Nervosi (Einaudi, 2019). Dove gli uomini vivono in condizione di allerta costante e prendono decisioni emotive. Il che avrebbe reso possibili la Brexit, la vittoria di Donald Trump, l’ascesa dei movimenti nazionalisti e populisti, il discredito degli esperti, le critiche al quantitative easing. Svalutando la conoscenza oggettiva delle élite, eredi dei lumi settecenteschi. Davvero, Gustave le Bon si era preoccupato a ragione, della folla libera, per strada e in rete.

Con evidenza, la narrazione di Davies cerca un Illuminismo di sinistra. Gli stati nervosi ignorano la neolingua, il pensiero unico, movimento woke, demonizzazione dell’avversario, ricatti morali, celebrazione della vittima, algoritmi furbi, “regole della comunity” e fisica quantistica; riconoscendo piuttosto alcune folle buone: dalla March for Science contro le inclinazioni antiscientifiche di Trump, al corteo Unite for Europe, contro la Brexit. Per giungere comunque alla conclusione fondamentale: viviamo nella democrazia delle emozioni. Condizione nuova, da studiare, anziché limitarsi a deplorare. Veramente nuova o meno.

Il percorso comincia dunque alle origini storiche degli stati più tranquilli, scoperte tra il Leviatano di Thomas Hobbes (dicotomia guerra/pace), la rivoluzione scientifica cartesiana della Royal Society (mente/corpi fisici) e l’ascesa del ceto mercantile moderno, con i suoi bilanci matematici, presto estesi allo Stato. Insomma, il tempo della Rivoluzione Inglese che avviò il progresso. Quando la violenza degli esperti investiva soprattutto le colonie, garantendo comunque che l’umanità procedesse verso il meglio. Soltanto di recente, disuguaglianza e problemi sociali hanno condotto parte della popolazione occidentale, a percepire la competenza delle élite come forma di dominio poco piacevole e fatto grave, a confondere le élite politiche con quelle della competenza. Entrambe parimenti sospette, di dedizione al proprio interesse. Come le statistiche possono mostrare.

Infatti, a partire dagli studi di John Graunt sulla mortalità nella Londra del Seicento, la statistica si è affermata quale strumento privilegiato di governo oggettivo, misura della società, di progressi e obiettivi. Pertanto proprio questa disciplina permette una buona riflessione su cosa significhi democrazia delle emozioni e perdita di fiducia negli esperti. Nel 2016, quanto a Pil pro capite, gli americani avevano più che raddoppiato la loro ricchezza, a fronte del quarantennio precedente. E superata la grande crisi finanziaria del 2007, Barack Obama chiudeva il secondo mandato con il tasso di occupazione in costante ascesa. Ciononostante, Trump sconvolse gli avversari e vinse le elezioni, interpretando la rabbia dei lavoratori per il benessere perduto. Ma i dati aggregati medi possono ingannare. Da Ronald Regan a Obama, statistiche e presidenti avevano raccontato di come tutto andasse bene. Mentre, nello stesso arco di tempo, le condizioni economiche di metà degli americani erano peggiorate. Così, Hillary Clinton conquistò i collegi di sole 472 contee, corrispondenti al 64% del Pil. Lì, le cose erano andate bene davvero.

Una polarizzazione simile ha preceduto Brexit. La ricchezza di Londra europeista spiega gli ottimi risultati economici del Regno Unito. Ma, la maggior parte delle regioni conosce un Pil pro capite, inferiore alla media europea, avvolte in declino. Nell’epoca del divario centro-periferia, le medie nazionali non rappresentano più la realtà con l’affidabilità di un tempo. Senza contare molte forme di malessere come la sottoccupazione, piuttosto sfuggenti per le rilevazioni meno accorte. A fronte di queste ragioni, lunghi anni di crescita economica celebrata e crisi sociale taciuta, hanno eroso in blocco l’autorevolezza dei numeri e degli esperti di quasi tutte le discipline. In favore delle narrazioni emotive. Attraverso le quali, dati reali e gusti personali si confondono, mentre la scelta del proprio interesse, da valutazione razionale economico-quantitativa, muta in fatto di lealtà al capo e soprattutto adesione passionale.

Il patto sociale con lo Stato Moderno ebbe comunque due fondamenta, prosperità e salute. Dimenticato Galeno con l’ostilità medievale alla dissezione, la medicina moderna riuscì davvero a estendere la vita umana. Così l’interruzione del progresso tocca il corpo e la mente assieme. Nel 2015, gli studiosi Anne Case e Angus Deaton hanno evidenziato una categoria statistica interessante, l’impennata della mortalità tra i maschi bianchi americani non ispanici, principiata negli anni Novanta e dovuta largamente a suicidio, alcol e dipendenze. Il problema era rimasto nascosto dal dato nazionale complessivo, riguardando una categoria specifica e aree rurali in crisi economica. Sebbene proprio nell’anno in cui lo studio fu pubblicato, anche il dato aggregato nazionale prese a flettere. Nel Regno Unito esistono situazioni simili. La prospettiva di vita raggiunge ottantatré anni a Chelsea e settantaquattro a Blackpool, riflettendo disparità di reddito e tagli al walfare. Quindi, similmente alla dinamica statunitense, anche il dato nazionale medio ha ceduto. David Cameron è stato il primo capo di governo britannico a concludere il mandato con la vita media in declino, mentre il fronte della Brexit prometteva di finanziare il sistema sanitario, risparmiando i contributi all’Unione Europea.

In fondo, le stesse neuroscienze hanno abbattuto la distinzione rigida tra corpo e mente, spiegando numerosi comportamenti irrazionali. A riguardo, Davies osserva il disturbo post-traumatico da stress (Dpts); esploso con la tragedia della Prima Guerra Mondiale, per quanto le tipologie di trauma più disparate rischino di provocarlo. Dal punto di vista comportamentale, stimoli minimi possono scatenare crisi gravi. L’urto del bicchiere sul pavimento, esperito come una bomba in trincea. Ciò, perché il disturbo richiama una condizione originaria di assoluta impotenza, in modo da riviverla, mantenendo stavolta una certa dose di controllo. Attraverso lo schema: trauma, memoria, stress, comportamento ripetitivo. Così, estendendo lo schema interpretativo a livello psico-sociale, abbreviare la propria vita con l’alcol aiuterebbe a riprendere il controllo di una situazione esistenziale disperata. O come «sindrome politica, in cui gruppi privati di diritti potrebbero arrivare a sabotare la loro stessa prosperità»; evidentemente votando i populisti. Ma qui a ripetere il trauma pare l’autore.

Davies passa quindi alla dicotomia tra guerra e pace. Che a quanto pare, ebbe vita breve. Le stesse tecniche di amministrazione razionale, riuscirono ad armare grandi eserciti di leva, mobilitando anche i civili per sostenere la produzione. Gli ottocentomila uomini in armi della Francia rivoluzionaria mostrarono l’efficacia della guerra moderna. Nonché dell’ideale nazionalista, quale supporto al morale delle truppe. All’inizio delle scontro, le monarchie europee con generali anziani e milizie raccogliticce di avventurieri ed emarginati poterono poco.  Anche Carl von Clausewitz patì numerose sconfitte e trasse di che riflettere, elaborando una concezione razionale della guerra: mero strumento per giungere al fine, dopo un calcolo di costi e benefici. Guerra che prolunga la politica e quindi politica che prolunga la guerra.

Oggi, le categorie di Clausewitz spiegano bene la moltiplicazione degli strumenti bellici, terrorismo, guerre della droga, cyberguerra, guerra culturale, guerra politica, guerra economica, guerre ibride. Tutte irrispettose del confine con la pace. Tanto da farci dubitare che una simile distinzione possa pertenere alle società premoderne più che al progresso. In ogni caso, la guerra moderna manca di rispetto anche alla verità dei numeri e degli esperti. Clausewitz riteneva che la vittoria arridesse all’esercito più numeroso, serbando tuttavia poca fiducia nella possibilità che un generale dei suoi tempi riuscisse a disporre di informazioni abbastanza accurate sul nemico, per decidere cosa fare. Nell’impossibilità di fermarsi a riflettere in maniera razionale o attendere conoscenze esatte, meglio agire d’istinto. Proprio come Napoleone. Una facoltà di scegliere bene, senza contare su troppe informazioni, doveva rappresentare la dote fondamentale dei generali. 

Poi, con la nascita dei primi servizi segreti, le tecnologie di ricognizione, fino al salto dell’informatica, i dati hanno conquistato una posizione determinante. Assieme alla rapidità di raccolta e trattamento. Ma senza riportare i numeri della guerra vicino a quelli della Royal Sciety, intesi a rappresentare il mondo e a conoscerlo esattamente. Per vincere, occorre utilizzare una grande mole di informazioni, più che attardarsi nella ricerca della verità riguardo a ognuna. Il termine intelligence deriva da quelli latini inter (tra) e legere (scegliere). E i dati d’intelligence sono sono strumentali, non dipendono da esperimenti scientifici replicabili e vanno utilizzati al meglio, prima che la situazione cambi. L’utilità efficace perdona l’inesattezza necessaria. Nel contesto delle guerre ibride e della mobilitazione totale, un simile approccio all’informazione ignora la distinzione tra guerra e pace; assieme al bisogno di segretezza militare e civile, lontano dall’aspirazione illuminista alla scienza aperta. Tanto più che la propaganda investe continuamente la società. Con tutta la forza delle tecniche moderne, dal genio dei primi pubblicitari, alla psicologia di laboratorio, fino all’intelligenza artificiale. E la propaganda esula dal vero, puntando ai sentimenti.

Del resto, già Clausewitz aveva affrontato problemi emotivi. I francesi erano primi sulla via del nazionalismo, ardevano per gli eventi eccezionali della Rivoluzione e contavano sul mito di Napoleone; mentre i contadini prussiani trovavano poche ragioni di combattere o mobilitarsi, basso morale e numerose sconfitte. Così, Clausewitz dovette riflettere su come migliorare il morale delle truppe. E scelse un’emozione: il risentimento. Molti anni dopo, gli psicologi avrebbero confermato che la sconfitta agita il cuore più della vittoria. Ricordi  tristi possono evocare un desiderio di vendetta forte. Come sanno bene capi nazionalisti e populisti, quali Vladimir Putin, Viktor Orban e naturalmente Trump. In direzione di una mobilitazione politica irrazionale.

Comunque, i politici non sono gli unici soggetti a prosperare negli stati nervosi. Davies sostiene che il neoliberismo rappresenti una rottura del progetto illuminista, anziché il compimento. I buoni imprenditori del Seicento avrebbero ceduto il passo all’irrazionalità della finanza e dei colossi digitali. Peter Thiel con PayPal e Palantir, Mark Zukemberg con Facebook, Robert Marcer con i suoi fondi speculativi, trattano l’informazione al modo dell’intelligence, anche in economia. Lontano dall’aspirazione al governo razionale. L’imprenditore non cerca la verità nei dati del mercato ma li osserva come un generale napoleonico e decide in fretta. L’influenza emotiva sulle fluttuazioni è parte del gioco. I derivati assicurativi ignorano quel che è o sarà, contentandosi di calcolare le probabilità di certi eventi, come farebbe un allibratore. La conoscenza non fonda più la pace ma diventa arma segreta. Mentre, l’affermazione della scienza dei big data e dell’intelligenza artificiale gettano negli Stati Nervosi nuove possibili applicazioni in campo biologico, di sorveglianza, mobilitazione politica, repressione, marketing e finanza. In fondo, ci troviamo nella democrazia delle emozioni. Tutto quel che non piace, innervosisce.

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