L'arrivo dell'islam radicale in America Latina - Il caso del Chiapas

Questa è la storia di come l'internazionale del terrorismo islamista abbia approfittato della rivoluzione zapatista nel Chiapas per costruirvi delle basi operative, nascondere i propri latitanti e condurre traffici illeciti.
Questa è la storia di come l'internazionale del terrorismo islamista abbia approfittato della rivoluzione zapatista nel Chiapas per costruirvi delle basi operative, nascondere i propri latitanti e condurre traffici illeciti.

Un predicatore offre al capo di un’insurrezione armata contro il governo il proprio aiuto nel reclutare soldati, chiedendo in cambio un semplice atto di fede: la sua conversione all’islam. Alcuni anni dopo, all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, i seguaci del predicatore entrano nel mirino della CIA perché potrebbero aver stabilito dei legami con Osama bin Laden. Non viene trovato nulla, ma i dubbi permangono: il predicatore ha costruito un feudo personale, retto in maniera autoritaria, in cui la shari’a ha sostituito le leggi della repubblica e dove ai fedeli è impedito ogni tipo di contatto con i non-musulmani. Sullo sfondo di questi eventi, un pericoloso latitante internazionale, simpatizzante dello Stato Islamico, viene arrestato nei dintorni della dimora del predicatore.

Potrebbe essere una storia accaduta in qualche angolo del Medio Oriente, del Nord Africa o dell’Africa subsahariana, se non fosse che è accaduta in un Paese cristianissimo e, apparentemente, privo di qualsivoglia legame con l’islam radicale e l’internazionale jihadista: il Messico, più precisamente nello stato ribelle del Chiapas. Quella che stiamo per raccontarvi è una storia vera, ed è il primo appuntamento della rubrica sull’arrivo del terrorismo islamista in America Latina.

Lo sbarco dell’islam nel Chiapas

La storia dell’islam nel Chiapas inizia nel 1994 con l’arrivo del missionario spagnolo Mohammad Nafia, nato Aureliano Perez Yruela. Il predicatore ed autoproclamato emiro era stato inviato da un’organizzazione sufi con sede in Spagna, il Movimento Mondiale Murabitun (MWM, Murabitun World Movement), come parte di uno sforzo globale della stessa per raggiungere le regioni più remote del pianeta afflitte da guerre, ritenute perfette per fare proselitismo. Più o meno nello stesso periodo, il MWM inviò missioni anche in Cecenia e nella Germania Est.

Il MWM è stato fondato negli anni ’70 da Ian Dallas, anche conosciuto con il suo nome islamico Sheikh Abdel Qader as-Sufi al-Murabit, ed è considerato un’entità pericolosa per via dei valori radicali che promuove e predica. Dallas è noto per i sermoni e gli insegnamenti carichi di retorica antioccidentale, anticapitalistica e antisemita, ed è stato accusato di essere un’estremista e un corrotto da membri di punta poi fuoriusciti. Si crede che il MWM riceva donazioni da anonimi affaristi con base in Malesia, Indonesia e nelle petromonarchie del Golfo, ma il livello di segretezza e la carenza di indagini impediscono di saperne di più.

Tornando a Perez, scarseggiano informazioni anche sul suo conto: circolano indiscrezioni mai confermate di periodi di detenzione scontati in Spagna e negli Stati Uniti per reati legati all’estremismo religioso. Al suo arrivo nel Chiapas è noto che abbia offerto un piccolo arsenale e un manipolo di soldati all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del comandante Marcos ad una condizione non negoziabile: la loro conversione all’islam. L’offerta venne declinata ma al predicatore venuto dall’Andalusia fu permesso di prendere residenza a San Cristobal de las Casas e di poter condurre attività di proselitismo.

Il subcomandante Marcos.
Fonte: Cesar Bojorquez (Flickr)

Il modo autoritario in cui l’emiro Nafia condurrebbe la comune islamica della città chiapaneca è stata fonte di scontri intestini che, infine, sono culminati in una serie di scismi a partire dai primi anni 2000. Decine di famiglie hanno abbandonato la comune guidata dall’emiro lamentando abusi fisici e psicologici e l’obbligo dell’autoreclusione, ossia un isolamento forzato dal resto della società, e hanno anche lanciato diversi appelli alle autorità per chiedere l’espulsione di Lopez. Degno di nota è il fatto che tali richieste non siano mai state accolte per via del timore del governo centrale di alimentare ulteriori rivolte in uno stato che dal 1994 non conosce pace e che è de facto controllato dall’EZLN; al quale l’emiro Nafia invia una parte significativa di coloro che riesce a convertire all’islam, specie maya.

Dai primi anni 2000 ad oggi nulla è cambiato. La comune di Nafia è ancora attiva e ha costruito uno stato parallelo nella periferia di San Cristobal de las Casas: ai bambini dell’emirato è impedita la frequentazione delle scuole pubbliche, gli adulti non possono avere contatti di nessun tipo con i non-musulmani e le donne indossano un vestiario rigidamente di copertura integrale del corpo e del volto. La sostenibilità di un simile stato di auto-esclusione dal resto della società viene garantita dal fatto di aver sviluppato un’economia di sussistenza e auto-aiuto basata sulla coltivazione di piccoli appezzamenti di terreno, sull’autoproduzione di capi d’abbigliamento e manufatti e sulla virtuale eliminazione del denaro, sostituito dal baratto. Tutto può essere trovato all’interno della comune. Lo stato di alienazione dal resto del Paese è tale che sono stati anche segnalati casi di poligamia.

Sheikh Abdel Qader as-Sufi, al secolo Ian Dallas, il fondatore del Movimento Mondiale Murabitun.
Fonte: Joe Sanchez (Wikimedia Commons)

Dal momento che il Chiapas è uno stato nello stato e che l’emirato di Nafia è uno stato all’interno del Chiapas, si è rivelato estremamente difficile condurre delle attività d’indagine. Ciò che accade è che i non musulmani, i giornalisti e i ricercatori vengono visti con sospetto, e gli è impedito entrare nella comune e di parlare coi suoi membri. Lo stesso emiro appare raramente in pubblico e non rilascia interviste.

Tutto ciò che si sa sui presunti abusi, sulle violenze, sulle predicazioni radicali e sui presunti legami con il terrorismo è stato reso pubblico dagli ex membri, da coloro che sono scappati e che poi, per tutelare la propria incolumità, hanno deciso di abbandonare lo stato.

Le ragioni dietro le conversioni

Non sono disponibili dati affidabili sulla popolazione islamica del Messico e, perciò, neanche su quella del Chiapas. Diverse stime, però, concordano sul fatto che a San Cristobal de las Casas vi abitino tra i 400 e i 700 musulmani e che nell’intero Chiapas possano risiederne tra i 2000 e i 5.500. L’antropologo messicano Gaspar Marquecho ha indagato il fenomeno delle conversioni nella comunità maya chiapaneca, giungendo ad una conclusione interessante sulla base di una certezza statistica: nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone cresciute nel cattolicesimo. Potrebbe sembrare un dato futile, perché il Messico è prevalentemente cattolico, ma in realtà va tenuto in considerazione un fatto: il cattolicesimo non è particolarmente presente tra le tribù indigene stanziate nelle zone più remote del Paese, le quali continuano a praticare culti antichi.

Ed è proprio a quei maya che gli spagnoli convertirono a loro tempo al cattolicesimo, al culto della Trinità e del Papa, che viene diretto il proselitismo di missionari protestanti e musulmani, entrambi accomunati dall’interesse di rubare terreno alla prima religione nazionale e di associarne l’immagine a traumi del passato come l’epoca coloniale, l’imperialismo, l’autoritarismo e lo sterminio delle popolazioni precolombiane.

Altri studiosi si sono invece concentrati sull’importanza giocata da fenomeni come la discriminazione e la segregazione invisibile di lunga data che fronteggiano le tribù indigene di etnia maya, in particolare i Tzotzil, che troverebbero nell’islam e nel protestantesimo evangelico delle vie di fuga. Tzotzil sono, e non è un caso, coloro ai quali l’emiro Nafia ha rivolto le sue predicazioni sin dai primordi; e Tzotzil è anche la maggior parte di coloro che, una volta fatto ritorno all’islam, si arruola nelle file dell’EZLN.

Donne tzotzil in una strada chiapaneca.
Fonte: Anna Maj Michelson (Flickr)

Ma il successo dell’islam chiapaneco non si può spiegare senza fare riferimento alla struttura di assistenza sociale costruita da Nafia e dal MWM negli ultimi trent’anni: coltivazioni, luoghi di ristoro, siti di svago, alloggio sicuro, economia solidale, forme di auto-aiuto. La comunità è tutto e tutto può essere trovato (e risolto) all’interno di essa. Ai fedeli vengono anche somministrati corsi di formazione per imparare le arti dell’agricoltura e della tessitura.

In breve il MWM ha reso i maya autonomi e creato una una società isolata ma funzionante, dove la discriminazione non esiste più, perché si è tutti uguali nell’islam, e in cui la povertà, pur non essendo stata sradicata, viene fortemente mitigata. Questa è, probabilmente, una delle ragioni principali dietro le conversioni e spiega anche perché l’islam attragga più i maya (discriminati e segregati) che i messicani.

Altri ricercatori hanno infine osservato come il Chiapas sia noto per essere uno stato sui generis in cui il cambio di religione è una pratica risalente a tempi remoti e associata allo status sociale. Prima che arrivasse l’islam, ad esempio, i maya stavano già convertendosi al protestantesimo evangelico ma anche ad altre religioni di importazione, dal buddismo ai culti New Age.

Ultimo elemento degno di nota è l’identikit dei convertiti. Due sono i casi più ricorrenti: la madre sola, l’ex cattolico diventato evangelico. Abbiamo spiegato poc’anzi i motivi del secondo caso, ma non quelli del primo. Stando ad alcune ricerche effettuate sul tema, sembra che l’islam eserciti un certo fascino sulle donne maya per via di problematiche esistenti tra i maschi delle loro comunità, come il machismo, la violenza domestica e l’alcolismo. Rivolgersi a Nafia viene ritenuto un modo per trovare un marito moralmente integro e dedito alla famiglia.

Una nuova moschea in costruzione a San Cristobal de las Casas.
Fonte: Leogeograph (Wikimedia Commons)

La radicalizzazione e i legami con l’internazionale jihadista

L’islam è sbarcato nel Chiapas con il MWM, un’organizzazione sufi guidata da un predicatore estremista e possibilmente sostenuta da anonimi finanziatori con base nella penisola arabica, in Malesia e in Indonesia; questa è la prima ragione per cui il passo dall’islam all’islam radicale sia stato relativamente breve, anzi subitaneo.

Ma sono da tenere in considerazione altri fattori, in primis la diversificazione avvenuta nel panorama musulmano chiapaneco, che ha consentito ad altre potenze islamiche di ritagliarsi delle piccole sfere d’influenza. Oggi a San Cristobal de las Casas si trovano piccoli quartieri abitati da sciiti, sunniti e wahhabiti; ognuno con a disposizione una propria moschea e aiutato in vario modo dalla potenza di riferimento: Iran, Turchia, Arabia Saudita.

La Turchia è entrata nel Chiapas attraverso l’Agenzia di Coordinamento e Cooperazione Turca (TIKA). L’ente, tra il 2016 e il 2018, ha speso circa due milioni di dollari in sessanta progetti per l’aiuto allo sviluppo nel territorio messicano, la maggior parte dei quali portati avanti nella comunità musulmana chiapaneca. Ankara sta donando ai correligionari macchinari, bestiame, pacchi di alimenti, sta rinnovando le loro abitazioni e le loro moschee, in breve sta elevando le loro condizioni di vita.

Che cosa lega la Turchia alle petromonarchie wahhabite? In ambo i casi si tratta di attori statuali implicati a vario titolo nel supporto dell’internazionale jihadista; è quindi naturale che la loro presenza possa contribuire ad alimentare nuove ondate di radicalizzazione e a cristallizzare problematiche esistenti.

Il Centro Culturale Islamico di Città del Messico (Centro Cultural Islámico de México) sta denunciando la diffusione dell’islam radicale tra i musulmani maya del Chiapas sin dagli anni 2000 e ha sviluppato dei programmi speciali per gli ex membri dell’emirato Nafia con l’obiettivo di facilitarne il reinserimento nella società e di aiutarli nella scoperta del vero islam.

L’ultimo capitolo di questa storia è stato lasciato alla questione terrorismo. Sulla figura di Nafia gravano spettri e ombre sin dal suo arrivo nel Chiapas, ma i servizi segreti di Madrid, Città del Messico e Washington non hanno mai trovato prove a supporto delle accuse mossegli dagli ex abitanti dell’emirato. Al tempo stesso va sottolineato che condurre delle indagini approfondite sul feudo del MMM si è rivelato impossibile e impraticabile sino ad oggi per via dell’omertà dei discepoli e dell’impermeabilità del territorio che, va ricordato, è de jure messicano ma de facto dell’EZLN.

Mancano le indagini, vero, ma gli indizi non scarseggiano. È nel Chiapas che fu avvistato, a cavallo tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, Mohamed Bakar, il fratello di Moshen Rabbani. Quest’ultimo è un ricercato internazionale sul cui capo pende l’accusa di aver pianificato i sanguinosi attentati contro la comunità ebraica di Buenos Aires del 1992 e del 1994.

La sede dell’Associazione Mutualità Israelita Argentina di Buenos Aires dopo l’attentato del 1994. Bilancio finale: 85 morti, 300 feriti. Di Rabbani si sono perse le tracce da allora, anche se continua ad essere avvistato in America Latina.
Fonte: Agencia Noticias Argentina

Bakar e Rabbani sono legati a Hezbollah, la celebre organizzazione politico-militare libanese, la cui presenza in Messico sarebbe datata ai primi anni ’90. Nel Paese gli uomini del Partito di Dio sono legati da un’alleanza di ferro con il crimine organizzato e i cartelli della droga, con i quali lavorano per riciclare denaro e condurre traffici illeciti utili all’accumulazione di capitale da inviare a Beirut per finanziare le proprie attività. Dubbi, illazioni, semplici teorie del complotto partorite da CIA e Mossad, fino a quando non sono arrivati i primi arresti, aumentati nel corso degli anni.

Il presunto soggiorno di Bakar nel Chiapas potrebbe segnalare che il Partito di Dio abbia stabilito dei legami con la comunità musulmana locale che, come suscritto, presenta attualmente anche una piccola componente sciita.

Nell’aprile 2001, invece, la polizia messicana ha arrestato Bassam Al Taher e sua moglie a Tonalá, nel Chiapas, dove si erano trasferiti almeno sei anni prima. Al Taher era ricercato dalle polizie di Austria e Germania per aver partecipato ad una dozzina di attentati commessi per conto di organizzazioni terroristiche palestinesi.

Più tardi lo stesso anno, a Palenque, sempre nel Chiapas, la polizia messicana aveva sgominato un’organizzazione internazionale implicata nel traffico di esseri umani, arrestando e deportando più di ottanta immigrati clandestini provenienti da Iraq e Yemen.

L’ombra del terrorismo islamista sul Chiapas non è mai sparita del tutto, come dimostrato da quanto accaduto ad agosto dell’anno scorso. Quel mese le autorità messicane hanno fermato una persona senza documenti, credendo di essere davanti ad uno dei tanti clandestini provenienti dal Mesoamerica ma trovandosi di fronte ad un ricercato internazionale: Mohammad Azharuddin Chhipa.

Chhipa, cittadino statunitense, all’epoca era inseguito da FBI e Interpol per reati di terrorismo, più precisamente per attività connesse allo Stato Islamico. Fermato per un normale controllo di documenti a Huehuetán e poi rinchiuso in un centro di identificazione ed espulsione, l’immigrazione ha poi scoperto la verità sul suo conto ricostruendone l’identità. Chhipa è stato poi immediatamente deportato negli Stati Uniti ma come, quando e perché si fosse recato nel Chiapas non è stato chiarito.

Avvistamenti di fantasmi che hanno scritto la storia del terrorismo islamista, persone in fuga da un piccolo califfato nel cuore del Messico che denunciano l’esistenza di legami con Al Qaeda, l’ombra di Hezbollah, l’insolito interesse delle potenze-guida del mondo islamico e gli arresti di ricercati internazionali; nel Chiapas è accaduto qualcosa di estremamente inquietante: è nato un emirato dell’islam radicale, e nessuno è interessato ad estirparlo.

Si ringrazia la redazione di Vision and Global Trends per la gentile concessione e traduzione dell’articolo.

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