Poeticamente corretto

Joe Biden ha trovato il suo poeta: nera, giovane, bella, impegnata, donna. Si chiama Amanda Gorman e la poesia che leggerà per l’inaugurazione del Presidente è davvero brutta. Così si disinnesca la sfida rischiosa dell’arte
Joe Biden ha trovato il suo poeta: nera, giovane, bella, impegnata, donna. Si chiama Amanda Gorman e la poesia che leggerà per l’inaugurazione del Presidente è davvero brutta. Così si disinnesca la sfida rischiosa dell’arte

Amanda Gorman è giovane, nera, molto bella – almeno, così appare, sfogliando il vasto album fotografico che si trova facilmente in rete. La sua biografia è adatta a essere incistata in un film: nata a Los Angeles nel 1998, cresciuta con la madre, un’insegnante, e la sorella gemella, era afflitta da un lieve disturbo del linguaggio. La dicevano “strana”, da bimba preferiva leggere piuttosto che guardare la tivù. Ha studiato sociologia ad Harvard. In un paese in cui esiste il ‘carrierismo’ anche in ambito poetico – che da noi conta nulla –, nel 2017 Amanda è stata eletta “National Youth Poet Laureate”; nello stesso anno ha dichiarato di voler correre per la presidenza degli Stati Uniti d’America, nel 2036. La nota pubblicata da “Poetry Foundation” ne specifica il carisma: “Nata e cresciuta a Los Angeles, Amanda Gorman è autrice di The One for Whom Food Is Not Enough (2015). La sua opera e il suo attivismo si concentrano su temi come l’oppressione, il femminismo, la razza, l’emarginazione, così come sulla diaspora africana”. Dotata di clamorosa precocità, la Gorman ha fondato un’organizzazione no profit, “One Pen One Page”, per stimolare i ragazzi a scrivere poesie, e guida un progetto di scrittura. Ovviamente, Amanda Gorman ha un sito internet personale, da cui ricaviamo il dato che c’interessa: “Amanda Gorman è la più giovane poetessa che parteciperò all’inaugurazione del Presidente degli Stati Uniti d’America”. Proprio così. Tra Lady Gaga e Jennifer Lopez – leggiamo su “Guardian” – ci sarà anche lei, Amanda Gorman, the youngest poet to recite at a presidential inauguration, a gorgheggiare al cospetto di Joe Biden. Tre muse per un Presidente.

Lo schema è tanto semplice da apparire agghiacciante: davanti al Presidente c’è una poetessa nera, impegnata nella difesa dei diritti dei più deboli (all’apparenza), giovane. E, va ribadito – a favore di stampa –, bella. Il talento, in questo caso, conta nulla (altrimenti, si sarebbero invitati i grandi poeti americani viventi, chessò, Susan Stewart, Charles Wright, Louise Glück, Charles Simic…): ciò che ha peso sono unicamente le ragioni dello show. Pare sia stata Jill, la moglie di Joe, a suggerire a Biden di invitare la giovane Amanda.

Una fotografia di Amanda Gorman tratta dal suo sito personale; photo Kelia Anne

Riassunto per schizzinosi. Gli Stati Uniti, che restano un grande paese, si fondano sulla poesia, hanno fondato una poetica. Come in Russia parlare di Aleksandr Puškin, di Fëdor Tjutčev e di Boris Pasternak significa dire l’identità di un popolo, così accade negli States, la cui democrazia si basa su George Washington tanto quanto su O Captain! My Captain! di Walt Whitman. L’immaginario poetico e politico degli Usa, almeno nei suoi fronzoli ideali, proviene da “Memories of President Lincoln” di Whitman, che ha passi di vasta commozione:

Guarda, oh corpo e anima mia – questa terra,

La mia Manhattan con le sue guglie, le rapide scintillanti correnti, le navi,

La vasta e mutevole terra, il Nord e il Sud in piena luce, le rive dell’Ohio e il lampeggiante Missouri,

E ovunque le immense praterie coperte d’erba e di grano.

Guarda, il sole più eccelso così calmo e orgoglioso,

I mattini porpora e viola con brezze che appena si sentono,

La mite luce infinita che nasce a poco a poco,

Il miracolo che si diffonde inondando ogni cosa.

Inutile ribadire l’ovvio: l’Italia, che ha inventato la poesia moderna, relega i suoi grandi, Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni, a noiosi studi scolastici.

Passo oltre. Il punto himalayano della poetica americana si è toccato nel 1961 quando Robert Frost, tra i grandi poeti del secolo, ‘naturalmente’ statunitense, ha letto The Gift Outright al cospetto del neo-Presidente John F. Kennedy. È una poesia che si passa a memoria, quella, dai toni epici e teneri insieme: “La terra che fu nostra prima che noi fossimo terra/ la terra che fu nostra da secoli/ Prima che diventassimo il suo popolo…”.

Certo, fa un po’ effetto. Ai nostri occhi un poeta dovrebbe scartavetrare il potere, non esserne servo; il poeta, cioè, dovrebbe essere una specie di profeta, non certo il buffone di corte che fa una capriola in versi per far sorridere il re. Alla peggio, si ritiri nel suo cantuccio, a regolare i conti col mondo con altro ritmo, con cruciale indifferenza e vasta compassione. Nei paesi anglosassoni, dove la forma è tutto, non funziona così. E non è detto funzioni male: l’attuale Poet Laureate inglese, Simon Armitage, è effettivamente un grande poeta. Nel caso di Robert Frost, l’inaugurazione fu una sorta di omaggio del paese, rappresentato da JFK, al grande poeta, che sarebbe morto due anni dopo. Nato nel 1874, istigato alla scrittura, tra gli altri, da Ezra Pound, Frost – molto poco tradotto in Italia – era l’anima intima e remota della nazione. In quel caso, fu il Presidente a inchinarsi al cospetto del Poeta, non il contrario. Dopo di lui, altri poeti – di solito di modesta stoffa – hanno letto i loro versi nel giorno dell’inaugurazione presidenziale: Maya Angelou e Miller Williams per Bill Clinton, Richard Blanco ed Elizabeth Alexander per Barack Obama. Per tutti loro l’Inaugural Poems ha costituito un passo avanti nella ‘carriera’ poetica.

Torniamo alla Gorman. Augurandole di scrivere poesie straordinarie, ciò che si è letto finora è piuttosto imbarazzante. Il “New York Times” ha pubblicato una sua lirica francamente brutta, che fa così: “Credo che in ogni donna ci sia uno scrittore:/ una poetessa che ferocemente scrive il poprio futuro scintillante/ che tira la notte fino all’alba/ per la vittoria delle donne che le sono accanto/ per la storia delle donne che vive dentro di lei”. La poesia che leggerà davanti a Joe Biden, The Hill We Climb, artatamente modificata dopo i fatti di Capitol Hill, non è migliore, eccone un estratto:

Abbiamo visto una forza che avrebbe distrutto la nostra nazione più che condividerla,

Avrebbe distrutto il nostro paese pur di ritardare la democrazia.

Questo assalto ha rischiato di avere successo.

Ma se la democrazia può essere ritardata,

Non sarà mai sconfitta.

Gli Stati Uniti sono un paese di grandi poeti, riconosciuti ‘ufficialmente’: tra gli US Poet Laureate ricordiamo Allen Tate e Robert Lowell, Elizabeth Bishop e William Carlos Williams, Mark Strand, Iosif Brodskij, Robert Penn Warren… tutti poeti da studiare con dedizione. Dal 2019 il ‘poeta laureato’ americano è Joy Harjo, nativa americana, poco più che buona; il MacArthur Fellowship, che in soldoni vale 625mila dollari, è andato nel 2019 a Ocean Vuong, giovane (1988) poeta vietnamita cresciuto in Usa, e quest’anno a Jacqueline Woodson, scrittrice per ragazzi, nera, che scrive intorno a temi “incentrati sull’identità di genere, le differenze di classe, i conflitti razziali”. Adesso è l’ora della giovane & bella & nera & impegnata Amanda Gorman. Ciò che colpisce è che sia sempre anteposto un ‘utile’ – un contenuto conveniente, un impegno eticamente buono&giusto, la razza, l’età, la bellezza – all’opera in sé, che conta pochissimo, pressoché nulla. L’unica cosa che la letteratura non deve fare, pare, è ciò che ha sempre fatto: perturbare. Così, premi e cerimonie e soldi e successo esistono per disinnescare la forza intima, ulteriore, pericolosa della parola. Per non dire, ad esempio, di una sorta di razzismo a contrario, contraddittorio.

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