Istruzioni per l'uso dell'Atlante

Con questo libro Stenio Solinas, una delle penne più brillanti in circolazione, rinnova una grande tradizione, quella di un giornalismo tutto italiano, oggi in via di estinzione, che è riuscito a coniugare politica e letteratura, arte e reportage, critica e vita. Un libro che è insieme una guida interiore, uno stradario sentimentale, una mappa in cui perdersi e in cui ritrovarsi.
Con questo libro Stenio Solinas, una delle penne più brillanti in circolazione, rinnova una grande tradizione, quella di un giornalismo tutto italiano, oggi in via di estinzione, che è riuscito a coniugare politica e letteratura, arte e reportage, critica e vita. Un libro che è insieme una guida interiore, uno stradario sentimentale, una mappa in cui perdersi e in cui ritrovarsi.

Ogni atlante, di qualsiasi genere, storico, geografico, astronomico, non è del suo autore, ma del suo lettore. Il primo offre uno strumento relativo al proprio campo di lavoro, ma è del secondo il privilegio e la libertà di scegliere il percorso o i percorsi che più sente suoi. Può partire da un nome, un luogo, un’immagine, e allargarlo ad altri nomi, luoghi, immagini a seconda di come e dove la sua curiosità e le sue inclinazioni lo portino. Può cominciare dall’inizio oppure dalla fine, puntare su ciò che gli suona nuovo, divertirsi a verificare ciò che gli è già noto, combinare l’uno e l’altro per vedere se finiscano in qualche «altrove» dove perdersi oppure ritrovarsi. Dentro ogni atlante ce n’è un altro, più ignoto e segreto, che attende solo di essere scoperto.

Questo atlante non fa eccezione alla regola e le cinque sezioni di cui si compone – Italia / Francia / Donne (fatali) / Vite (esemplari) / Orientalismi, esotismi, snobismi – con i relativi indici tematici che le introducono, sono ordinate fra loro in modo da agevolare chi legge nella costruzione del proprio atlante personale. La voluminosità del suo insieme, 800 pagine, è tale da imporre al suo autore una particolare attenzione in tal senso: leggere deve essere una felicità, non una sciarada, tantomeno un supplizio. Va da sé che ci si può anche affidare all’estro di chi lo ha messo insieme, fidandosi della sua rotta interiore, e dalla prima all’ultima pagina percorrerla con lui. Se a lettura terminata si proverà lo stesso piacere che si è provato nello scriverlo, il libro avrà assolto il suo compito. 

Quarta di copertina

Una spiegazione va data ai due aggettivi connotanti il sostantivo del titolo da cui dipendono. Nei primi anni Settanta del secolo scorso, un grande giornalista, oggi colpevolmente dimenticato, Alberto Ronchey, pubblicò per Garzanti un Atlante ideologico che era un po’ una mappa organica «dei programmi e degli abbagli politici della nostra epoca». Letto oggi è un manuale datato, nel suo illudersi sugli scenari futuri. Di quel mondo di ieri non è rimasto pressoché nulla, gandhismo e nerhurismo, castrismo-guevarismo, via vietnamita e via indonesiana, africanismo e «négritude», eretici dell’Est, bipolarismo… Forse soltanto i capitoli relativi a «politica e petrolio di Allah» e all’«Eclisse dell’Europa» possono ancora suggerire qualcosa, ma in negativo rispetto alle analisi e previsioni fatte da Ronchey. Il fondamentalismo, nel primo caso, ha radicalmente mutato il quadro geopolitico mediorientale, la caduta del Muro e l’unificazione monetaria europea hanno paradossalmente acuito quell’eclisse, un perenne sole nero, togliendole gli alibi che la giustificavano: la divisione continentale fra est e ovest, l’ancoraggio a Occidente per evitare la minaccia da Oriente etcetera…

Il fatto è che nel suo Atlante ideologico Ronchey confondeva la politica con l’ideologia, andava a cercare la seconda nei successi e nei disastri della prima e lo faceva in un’epoca in cui i due modelli di sviluppo usciti vittoriosi dalla Seconda guerra mondiale, capitalista e comunista, si fronteggiavano anche in quanto modelli politici alternativi. Il venir meno, un ventennio dopo, del secondo, ha portato con sé l’affrettata conclusione della morte delle ideologie, senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersene, che così facendo dava per scontato un eterno presente neoliberista che altro non è se non un destino privo di alternative.

Ora, e per tornare al perché dell’aggettivo ideologico che fa parte di questo Atlante, per quanto mi riguarda l’ideologia è un certo modo di rappresentarsi e di comprendere il mondo. È un filtro, aiuta a definirsi e a definire ciò che ci circonda, parla di noi, fa parte integrante, come diceva Pareto, «del carattere dell’uomo civile». È insomma un sistema di idee e nel suo affiancarle l’aggettivo sentimentale non ho fatto altro che raccontare lo spettacolo e la rappresentazione del mondo in cui le idee e i sentimenti procedono all’unisono, ovvero si danno il cambio, gusti e disgusti, passioni, etica e estetica. Con il passare degli anni sempre più mi sono accorto di come le costruzioni della politica si trasformino in cenere che ci scivola fra le dita: non facciamo a tempo a viverle che già sono dietro di noi, sono passate e non ce ne siamo nemmeno accorti. Ciò che invece e in realtà si affolla davanti agli occhi sono spezzoni di amicizie, fantasmi di amori, agnizioni e scoperte, memorie di libri, immagini di film, panorami, dipinti e paesaggi con figure. Atlante ideologico-sentimentale racconta proprio questo.

Lo fa mettendo insieme un quarto di secolo di letture, interviste, mostre, prese di posizione. Il più vecchio dei «pezzi» in esso raccolti è del 1993, il più giovane è in pratica di ieri. Tutti sono stati rivisti e riordinati rispetto all’epoca in cui vennero pubblicati, ripuliti nello stile, oppure attualizzati, quando era necessario, ma identici rispetto a ciò che pensavo quando li scrivevo, anche se poi posso aver cambiato opinione, perché con le idee non si bara. Nella stragrande maggioranza uscirono per lo stesso quotidiano, «il Giornale», per cui continuo a scrivere e per i pochi casi che riguardano testate poi scomparse, ricordarne il nome lascia il tempo che trova. Questo è un libro, non una scheda bibliotecaria. L’unica eccezione riguarda due reportages, Bretton Woods e Beirut, scritti per «IL», mensile del «Sole24ore», diretto all’epoca da Walter Mariotti. Era un bellissimo giornale, da cui Mariotti fu poi costretto ad andarsene. Lo dico perché riguarda un qualcosa che si chiama fedeltà alle amicizie…

BB

Il giornalismo italiano non gode di buona stampa, un gioco di parole e insieme un dato di fatto. Spiegarne il perché sarebbe lungo e non è questa la sede. Vale però la pena di ricordare che nel secolo appena trascorso fu esso a vivificare la letteratura di un Paese la cui «classe dei colti» non aveva commercio con la vita, figuriamoci con i bassifondi e le taverne della vita, chiusa in un circolo autoreferenziale di chiostri, accademie, salotti… Nella prima, abbondante metà del Novecento, la migliore scrittura e insieme la migliore narrazione-interpretazione dell’Italia fu opera sua, il racconto del divenire di una nazione e del mondo che la circondava, reportages dall’interno come dall’estero, perlustrazioni e riflessioni, sensazioni e immagini. Chi scrive ha avuto la fortuna di formarsi da ragazzo sui testi dei più vecchi dei suoi autori, in un’epoca in cui l’editoria non era usa e getta. Ventenne, ha visto all’opera quelli più giovani che intanto avevano preso il posto o si erano affiancati ai maestri che li avevano preceduti… 

Tutto questo è per dire che, idealmente, Atlante ideologico-sentimentale fa riferimento, nella scrittura come nell’architettura che lo compone, a quella stagione in cui il giornalismo italiano è stato la lingua felicemente viva di una nazione che ancora si illudeva su sé stessa. 

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