Io sono Giampiero Mughini

Dopo "Memorie di un rinnegato", Giampiero Mughini è tornato in libreria con una pubblicazione per Marsilio: "Nuovo Dizionario Sentimentale". Ne abbiamo direttamente parlato con lui.
Dopo "Memorie di un rinnegato", Giampiero Mughini è tornato in libreria con una pubblicazione per Marsilio: "Nuovo Dizionario Sentimentale". Ne abbiamo direttamente parlato con lui.

Giampiero, dopo la pubblicazione di Memorie di un rinnegato, dicesti che, probabilmente, era il tuo ultimo libro. A distanza di quasi due anni, cosa ti ha fatto cambiare idea?

Era la preoccupazione che potesse essere il mio ultimo libro, nel senso che ho un’età in cui ho percorso molti sentieri attraverso oltre trenta libri. E dopo “Memorie di un rinnegato” mi sono invece detto che avrei potuto bissare un libro che avevo scritto più di trent’anni fa, “Il Dizionario sentimentale”, quando avevo circa cinquant’anni. Era un libro fatto di spezzoni, di tante voci, rapsodico, e a me piace molto la rapsodia. Mi piace mettere assieme cose le più diverse, a creare un’identità, un’identità soprattutto sentimentale, perché io non credo ad un’altra identità possibile, e non certo ideologica. Ed è venuto fuori questo libro un po’ sofferto per via del Covid, perché la prima pubblicazione era prevista circa sei mesi fa.

Sì, ma qual è stata la molla che ti spinto a scrivere questo nuovo Dizionario sentimentale?

Semplice: l’amore per la scrittura, perché non so fare altro.

Nel libro parli di delusioni e sconfitte. Qual è stata la sconfitta, tra le tante che hai avute, che non riesci a dimenticare?

È stata una sconfitta nei giornali in cui ho lavorato e da cui più volte mi sono dimesso; è stata una sconfitta i compagni della mia generazione che mi hanno tolto il saluto; è stata una sconfitta il rapporto con la mia città d’origine – Catania – da cui sono fuggito; è stata senza dubbio una sconfitta il declino della civiltà della carta da cui ero nutrito – i giornali e i libri – una civiltà distrutta e soppiantata dai clic e dalla loro filosofia. Questa è stata la sconfitta decisiva, aggravata, nel caso mio, dal fatto che io non uso alcun account digitale; e oggi, non stare su un account, significa essere esclusi dalla civiltà contemporanea.

Fotografie di Maria Castellitto

Come mai nel libro hai dedicato così tanto spazio e fatica intellettuale alla questione Israele?

La nascita d’Israele, com’è nato Israele, è uno dei grandi temi del Novecento. Ero stato in Israele qualche anno fa, ma solo per pochi giorni. Ma già il mettere piedi su quella terra, è qualcosa di particolare, di molto forte. Un amico, poi, mi aveva detto di andare a vedere il museo dell’Irgun, e allora io non sapevo che l’Irgun fosse stato un movimento terroristico così formidabile. E allora ho cominciato ad studiare. Ho impiegato sei mesi per scrivere quel capitolo fondamentale del Dizionario. E ritengo che la il capitolo su Israele sia una delle due o tre cose più belle che abbia mai scritto.

A chi ti senti più vicino, ai palestinesi o agli israeliani?

Sono stati i palestinesi a far sì che il loro conflitto con gli israeliani diventasse per questi ultimi una questione di sopravvivenza. Nelle guerre dell’immediato dopoguerra avessero vinto gli arabi, per gli ebrei della Palestina sarebbe stato come vivere l’ennesimo pogrom. Laddove i palestinesi possono vivere benissimo nell’Israele di oggi, tra l’altro sono rappresentati in quanto tali nella Knesset. Del resto io in tutto il libro non sto mai a sentenziare nemmeno con una sola riga. Racconto i fatti, quanti sono stati ogni volta i morti assassinati e come sono morti, allibisco ogni volta innanzi a una tale ferocia. E’ la sola volta della storia del Novecento in cui il terrorismo abbia conquistato una tale e plateale vittoria politica col buttar fuori dalla Palestina la potenza mandataria, l’Inghilterra

Quali sono, secondo te, le parti deboli, se così vogliamo definirle, di questa ultima fatica letteraria?

Penso assolutamente nessuna. Ogni capitolo è una roccaforte del pensiero e dell’intelligenza.

In una sorta di mea culpa pubblico, chiedi perdono a tua madre. Ti definisci vigliacco, ma il dover combattere la vita – così scrivi in sostanza    – mi portava da un’altra parte. Ti chiedo: era proprio impossibile conciliare l’amore per una madre e le tue legittime ambizioni?

Le “ambizioni” non c’entrano nulla. Il punto era se far trascorrere gli ultimi anni della vita di mia madre a Catania dove era nata e aveva amici e parenti, o farla venire in una casa di Roma da dove io mi assentavo due o tre volte a settimana per motivi di lavoro. Pagavo sino a quattro persone che assistessero mia madre a casa sua. Poi la feci trasferire in un a casa di riposo, dove lei sopravvisse nemmeno due mesi. Che cosa avrei potuto e dovuto fare? Allestire una casa di cura per anziani a casa mia? Forse sì. Di certo quella resta per me una vergogna, un ago della memoria conficcato nella mia anima.

Emil Cioran diceva che lui, quando si metteva davanti ad un foglio bianco, scriveva per sé tesso. Per te, è la stessa cosa? O scrivi, come dici sempre nelle tue letterine che Dagospia pubblica, per i tuoi 25 lettori?

Ovviamente scrivo per me stesso. Mi fa piacere, poi, se ci sono due o tre amici che hanno inteso il senso di quello che ho scritto.

Esserti dimesso da Panorama, dopo 18 anni, a causa di una nota spesa che ti era stata contestata, non pensi sia stato un gesto estremo oltreché inutile? È come, secondo il mio modesto punto di vista, averla data a quel misirizzi, come poi l’hai apostrofato…

Ma come potevo restare in un giornale in cui mi trovavo di fronte un tale semianalfabeta? No, non potevo reggere una situazione professionale talmente conflittuale. Ogni cosa della vita ha un suo tempo. Nasce, a un certo momento muore. 

Chi era il direttore di quel Panorama?

Non facciamo nomi. Posso solo dirti che all’epoca si era professato un mio amico.

Fotografie di Maria Castellitto

Tra tutti i libri che hai scritto, di quale vai maggiormente fiero? Pensi anche tu, come il sottoscritto, che la Collezione sia il più bello libro da te licenziato?

Non sono d’accordo, perché, per certi versi, la Collezione è stato un libro più facile da scrivere. Credo che i miei libri più belli siano stati quello su Telesio Interlandi (il libro che avrebbe voluto scrivere Leonardo Sciascia se non fosse morto), Che belle le ragazze di via Margutta (il libro sulla Roma degli anni Cinquanta), il libro sulla Trieste di Italo Svevo e adesso il Nuovo dizionario sentimentale.

E quali, invece, se tu potessi, rifaresti daccapo?

È una domanda appropriata. Anni fa Edmondo Aroldi, il celeberrimo editor della Rizzoli, mi chiese di scrivere un romanzo; ne venne fuori un brutto romanzo. Il libro aveva per titolo La ragazza dai capelli di rame. Perché venne fuori un brutto romanzo? Non mi accorsi di star scrivendolo con la lingua e le valenze espressive di un saggio. Ho anche pensato di riscriverlo, ma poi ho lasciato perdere. Su Amazon c’è un lettore – l’unico che l’ha recensito – che lo insulta o lo denigra, e fa benissimo. Beninteso ci sono alcuni miei amici che lo hanno letto e non la pensano come lui.

Di solito, quando escono i tuoi libri, e mettendo da parte i vari Feltri, Cazzullo e Dagospia, il silenzio sui giornali regna sovrano. Non pensi che, al di là del tuo essere un po’ eretico e dissacratorio, ci si anche una sorta di antipatia epidermica che, magari, susciti negli altri. Te lo sei mai chiesto?

Non c’è dubbio, specie se la parola “antipatia” la declini contemporaneamente alla parola “invidia”. Vale quello che ho scritto nel libro, e cioè che quando si tratta di addentare a sangue le carni di un rivale, a confronto dei giornalisti i cannibali sono dei vegani.

Ricollegandomi alla domanda precedente, dopo la pubblicazione di Compagni, addio, intorno a te si è creato il vuoto, l’emarginazione, così ha scritto. Cosa avrei potuto ottenere di diverso rispetto a quello che, poi, la vita ti ha regalato? Sei un insoddisfatto cronico?

Al contrario, sono pienamente soddisfatto della mia indipendenza, della mia libertà intellettuale, del fatto che ho giocato sempre da solo e che non ho mai appartenuto ad una gang, ad una tribù, ad un salotto, ad una mafia.

Quanto conta, oggi, una recensione, un elogio fatti su un giornale o un’ospitata in televisione?

Assolutamente nulla, i libri sono divenuti un cibo la cui commestibilità si riduce a una porzione ridottissima della popolazione. Quando io lavoravo all’ Europeo e uscì il mio Compagni, addio, Indro Montanelli ne scrisse entusiasta sull’Europeo, dove aveva una rubrica. L’editor del mio libro, Giordano Bruno Guerri, mi disse che il pezzo di Montanelli era valso 400 copie vendute il giorno dopo. Oggi un pezzo su un settimanale di un qualche giornalista di rilievo potrebbe valere al massimo due o tre copie vendute.

E in tivù? Da Fazio, per esempio?

Da Fazio, il discorso cambia. Un tempo una presentazione riuscita da lui valeva migliaia di copie. Oggi non so.

Come mai, negli ultimi anni, hai lasciato Bompiani per Marsilio? Ti senti più coccolato?

Se c’è uno che non chiede coccole a nessuno, sono io. L’elemento decisivo del mio rapporto con la Marsilio (con la quale ho pubblicato quattro libri) è il rapporto intellettuale che ho con il redattore principe della sua saggistica, Ottavo Di Brizzi, che credo sia oggi il miglior redattore editoriale italiano. Allo stesso modo, mi sono sempre trovato benissimo alla Bompiani prima con Elisabetta Sgarbi e poi con la Beatrice Masini che ne ha preso il posto. E proprio per la Bompiani, tanto per dire, sto lavorando al mio prossimo libro che dovrebbe uscire entro il 2021.

Come mai non sei finito con Adelphi? Io La collezione, ad esempio, l’avrei visto benissimo con la casa editrice di Foà, Calasso, Bazlen…

Purtroppo non è mai nato un rapporto d’amore tra me e Roberto Calasso, di cui ho grande stima…

Quando scrivi un libro, cosa predomina maggiormente in te, la vanità o l’ego?

È una domanda lievemente offensiva. Prevale semplicemente lo spirito di verità.

Balzac scriveva i suoi capilavori perché assediato dagli usurai e creditori. Tu, invece, perché lo fai?

Soprattutto all’inizio è successo che abbia scritto dei libri per poterne acquistare con il

ricavato dei libri rari. Ma, e come ti avevo detto, è l’unica cosa che so fare e voglio fare. Battere alla macchina da scrivere è l’unico modo che ho di avere un rapporto alto con me come persona, come coscienza di me stesso.

Fotografie di Maria Castellitto

Ti senti migliore quando scrivi?

Sì, mi sento un tantino più in alto del solito.

Che metodo hai quando scrivi? Sei come un impiegato che, tutti i giorni, si mettere davanti ad un computer, o, invece, scrivi in maniera irregolare, solo quando hai un’idea valida?

Mi metto a vangare la terra e vedo cosa ne viene fuori, di un racconto, di un personaggio, di una situazione, di un ambiente culturale, di una città. E, piano piano, il libro prende corpo, forma e sostanza.

Hai ancora tanti lettori sparsi per lo Stivale? O gli ammiratori, negli anni, si sono sempre più assottigliati?

Un lettore come si deve è una specie rara Io li annovero uno a uno.  Ho un amico/lettore molto intelligente a Padova, il quale mi ha raccontato di una sua amica che mi aveva in antipatia. E lui le fa: guarda che ti sbagli. E le regala una copia di quest’ultimo mio libro. Al che la sua amica le ha poi mandato dei commenti molto intelligenti e pertinenti su quello che aveva letto. Ho chiesto al mio amico che lei gli spiegasse le ragioni della sua antipatia originaria. Era un’antipatia a pelle, alimentata dai “passaparola” di altrettali antipatizzanti, tutta robaccia che non aveva alcun nesso con quello che io sono e come persona e come scrittore

Qual è stato il tuo momento più basso in televisione?

Anche questa è una domanda a dir poco offensiva. Di certo il contesto televisivo in cui io mi trovo di volta in volta non lo decido io, ed è quel contesto a determinare il valore televisivo di quell’occasione o di quell’appuntamento. Per quel che mi riguarda, io sono sempre Mughini, niente di diverso da questo. Certo può capitare di sbagliare una battuta o di allungare oltremodo un ragionamento, e in questi casi la televisione è implacabile nel punirti.

Prima, a proposito di un tuo libro, La ragazza dagli occhi di rame, mi hai detto che è stato un brutto libro; cosa ti manca per scrivere un’opera di narrativa? Incapacità, scarsa immaginazione, amore per l’immanente, pigrizia intellettuale?

Non so inventare delle storie e non mi interessa farlo. Sono troppo preso dalla realtà e dai suoi personaggi.

Nel Pantheon della letteratura italiana, quali sono i tuoi punti di riferimento assoluti?

Quella contemporanea, la pratico poco . Se, invece, andiamo indietro nel tempo, ti posso dire di Sciascia, Gadda, Parise, Fenoglio, Calvino,  giganti assoluti. E di Scerbanenco, quello che scritto in Italia dei romanzi “gialli” quando nessuno li scriveva. Non come oggi che ne escono a centinaia ogni mese.

Non pochi siciliani colti, sostengono che Bufalino sia più grande di Sciascia. Come mai, secondo te?

Qui cogli nel segno. Con Gesualdo Bufalino sono un po’ in debito perché negli anni avo letto solo un paio dei suoi libri e, in tutto e per tutto, lo avevo sentito solo una volta al telefono per pochi minuti. Da un anno a questa parte sto accumulando le prime edizioni di molti dei suoi libri e per pochi minuti. Da un anno a questa parte, sto accumulando tutte le prime edizioni di tanti i suoi libri e quando li avrò finalmente letti, allora risponderò alla tua domanda.

Mi puoi spiegare quale differenza c’è tra “sicilianità” e “sicilitudine”. E’ mero campanilismo linguistico?

Io non sono toccato dalla “sicilitudine”, alla maniera di Sciascia, il quale nelle conversazioni private usava talora sapientemente il dialetto, laddove io non so usare una sola parola di dialetto siciliano. Io non volevo essere siciliano e bensì italiano, da quanto soffrivo il vivere in una provincia remotissima del profondo sud dove i libri arrivavano con 20 giorni di ritardo rispetto a Milano e Roma. Non ho più rapporti reali con la Sicilia dal giorno in cui sono stato a Catania per seppellire mia madre. Di tutti gli amici catanesi della mia gioventù me n’è rimasto uno solo, il professor Tino Vittorio.

Hai conosciuto più la solitudine intellettuale, sociale o sessuale?

Sono tre solitudini di una natura molto diversa. Sentimentalmente, sono stato un single per una ventina d’anni. Erano anni in cui ero preso totalmente da me stesso e non mi riusciva facile pagare il prezzo dovuto a una relazione stabile e duratura. La solitudine sociale non mi ha mai fatto né caldo né freddo: mi strabasta la decina di amici che ho. Cento persone non varrebbero il rapporto fraterno e la solidarietà intellettuale che ho con Roberto D’Agostino. La solitudine intellettuale è stata la mia forza: avessi dovuto aspettare che altri la pensassero come me, avrei scritto Compagni addio venti o trent’anni dopo. La solitudine sessuale era la più complessa, perché dovuta al fatto che sono stato fedele a un paio di donne che esistevano solo nella mia testa, a una in particolare, un’ingannatrice professionista che mi aveva ammaliato. Poi è entrata nella mia vita Michela. Con la quale ho fatto il primo passo dopo un anno che ci frequentavamo e andavamo assieme al cinema o a cena.

Come mai? Timidezza, imbranataggine?

Un misto di timidezza e di orgoglio, che sono poi le due facce della stessa medaglia. Un misto di timidezza e orgoglio.

In un tuo libro, parli dell’amore che hai per Bibi e, in ultimo, per Clint, i tuoi due amatissimi cani. Come mai questo amore non l’hai mai riversato nei confronti di un figlio.

Bibi e Clint, quanto alla loro gestione, chiedono un decimo del tempo e dell’impegno morale di quello che richiede un figlio. E tanto più che io sono il figlio di me stesso, ossia quello di cui mi prendo cura 24 ore al giorno. Mi sono sempre chiesto, ad esempio, come avrei reagito al fatto di avere un figlio che non amasse i libri. No, mai un solo momento della mia vita ho pensato di essere padre.

Qual è stata la più grande creazione dell’universo, la donna o i libri? E, per te, quale delle tue entità – divine le definisco io – ha avuto il dominio assoluto?

Quantitativamente il dominio assoluto lo hanno avuto senz’altro i libri. Qualitativamente tutto quello che so dello stare al mondo l’ho imparato dalle quattro o cinque donne della mia vita che mi hanno detto “sì” o “no” o tutt’e due le cose assieme. Tu mi chiedessi i nomi di ciascuna di quelle donne, neppure sotto tortura te lo direi. Ho solo disprezzo per tutti questi misirizzi del nostro tempo che vendono e svendono per 24 ore al giorno tutti i particolari della loro vita privata. Miserevoli.

Alla soglia dei tuoi ottant’anni, quali sono i tuoi progetti letterari? Cosa bolle nella tua mente?

Sto scrivendo un libro per la Bompiani, come ti ho detto, e neanche sotto tortura ti dirò di che cosa si tratta.

I libri, secondo me, oltre ad essere un piacere, uno svago, sono anche una sorta di medicina naturale. Non ti hanno protetto, però, dalle due recenti depressioni che hai avuto.

Fotografie di Maria Castellitto

I libri, purtroppo, non ti proteggono dalla depressione. E io, in questo, ho bissato le depressioni che ha avuto mia madre.

Eri quasi un predestinato, quindi?

Sì, ero in parte un predestinato.

L’emarginazione professionale pensi abbia influito?

Ho vissuto come un’offesa il fatto che per cinque o sei anni non ho avuto un giornale di carta su cui scrivere. E tanto più che nella mia professione me ne metto dieci in ciascuna tasca.

Più che giornalista, ti ho sempre considerato un intellettuale a tutto tondo. Cosa ti manca per essere considerato un intellettuale cosmopolita alla maniera di Arbasino.

Per essere Arbasino mi manca il particolare talento che aveva Arbasino e da saggista e da scrittore, mi mancano i suoi viaggi costanti e indefessi, mi manca il fatto che non c’era città o museo d’Europa dove lui non fosse di casa. Ma è sbagliatissimo chiedermi che cosa mi manca per essere Arbasino, mi devi chiedere invece che cosa mi manca per essere Mughini.

Ti manca qualcosa per essere Mughini?

Assolutamente nulla.

Come nacque quell’intervista, poi confluita nel libro, con Sciascia?

Nell’autunno 1978 era appena uscito il libro sull’affare Moro. Durante una riunione di redazione della rivista Mondoperaio, mi pare sia stato Claudio Martelli a suggerirmi di fare una lunga intervista a Sciascia. All’epoca ero disoccupato, perché mi ero appena dimesso da Paese Sera. Ci lavorai quindici giorni o forse più a preparare quel colloquio. Andai a Palermo, dove Leonardo mi aveva dato appuntamento alla casa editrice Sellerio. Dopo l’intervista andammo a pranzo con i coniugi Sellerio che purtroppo non ci sono più. Dio mi chiedesse di rifarla quella intervista, non ne cambierei una virgola.

Cosa non ti piaceva di Sciascia?

Io, al posto suo, non avrei avuto talmente tanta fiducia nel Pci da presentarmi alle elezioni in una lista del Pci e seppure come indipendente. Io ero molto vicino a Craxi in quel momento e pensavo che l’anticomunismo di Bettino fosse salutare per il nostro Paese, per una sinistra possibile nel nostro Paese. Poi, com’è giusto che sia, ognuno fa quello che vuole nella sua vita.

Hai pensato a chi donare questi oltre 20 mila volumi presenti a casa tua?

Neppure un solo momento. Ho dato mandato a Michela di chiamare, dopo la mia morte, i librai antiquari giusti a preparare dei cataloghi di vendita, talvolta a prezzi elevati. I libri non devono andare ad ammuffire negli scantinati delle biblioteche pubbliche e bensì nelle case di chi li ama e fa dei sacrifici per comprarli, come ho fatto io durante tutta la mia vita. Trenta o quarant’anni fa mi trovavo a Parigi per una breve vacanza e in una libreria dell’usato vidi la collezione completa nella Pléiade delle opere di Honoré de Balzac. Ne chiedevano all’incirca l’equivalente di 100mila lire d’allora. Saltai due o tre pasti per accumularle. Quando andai alla libreria parigina, li avevano già venduti. Li avrei comprati una decina d’anni dopo a Roma, al prezzo di 400mila lire.

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