Intervista galante a Filippo Tuena

“Le galanti, quasi un’autobiografia” artistica nel terribile della letteratura. Dialogo con Filippo Tuena
“Le galanti, quasi un’autobiografia” artistica nel terribile della letteratura. Dialogo con Filippo Tuena

La vera letteratura è smarrimento. Un’immersione nell’altrove, una discesa in se stessi. Perdersi per ritrovarsi, ma anche per volgere lo sguardo, per dirsi addio. È un sogno. Come tutte le esperienze umane, come i ricordi. Come diceva Borges, i libri sono i sogni degli uomini, sono come tutto il passato dei ricordi di un mondo che c’è ma non esiste. Sono dei ricordi luminosi che scavalcano la notte del tempo. A tale definizione non fanno eccezione le opere d’arte, quadri, sculture, mosaici. Sono gli specchi degli uomini, le immagini della loro vanità. Degli specchi stregati, che danno la promessa a chi ritraggono, di sostituire la vanità con l’eternità, il reale con la bellezza. L’arte come lettera d’addio, come labirinto, come ricordo, come ricostruzione è uno dei mille sentieri che si biforcano in quella galleria di alabastro e talismani che sono Le galanti di Filippo Tuena (Il Saggiatore).

Le galanti è un’opera mondo, un mosaico di opere d’arte e fantasmi, di incontri e cimeli. Di passati esauriti e misteri infiniti, che accompagnano il lettore in una immersione in un castello d’atlante letterario. Il testo, quasi un’autobiografia, ripercorre, tramite una struttura a metà tra saggio e romanzo, memoria e fantasia, le opere, i luoghi, le tappe del percorso artistico ed umano di Tuena. Una rapsodia di incontri sorprendenti, tra le rovine di Sparta e le feste galanti di Watteau, i minuetti e i baldacchini rococò, il magico e lo stregato. Una immersione caleidoscopica tra le ombre di Pothos e le estasi di Stendhal, il tramonto del classico di Velazquez e l’alba della senilità e della fine che accompagnano le prospettive della Caccia notturna di Paolo Uccello. Le ritualità mitiche delle morti del pomeriggio della corrida e il mistero e la magnificenza del labirinto dei Gonzaga. In un’opera babelica e barocca, borgesiana e onirica. Che freudianamente si sdoppia in due opere che rappresentano i due doppi dell’uomo. Quella dell’Eros, che è l’amore, la creatività, la vita, fatta di sculture eterne di gite tra le opere d’arte che diventano trampolini per l’assoluto, da Ermafrodito a Pothos, ad un’altra parte fatta della concretezza della storia, del presagio della morte, di lettere partigiane ed eroi tragici del risorgimento, Thanatos appunto, facendo di ogni esperienza, immagine, il sentiero infernale, il passaggio nascosto, per l’abisso. Realizzando un teatro magico, degno di quello che fece incantare il lupo della steppa, tra atmosfere felliniane e sospese, che poi vengono sostituite da immagini vere, dure, crudeli, concrete. Un viaggio ensoriano tra gli stradivari e le poesie di Verlaine, edizioni lontane dell’Orlando furioso e la nostalgia del passato, Wettau e Proust. Facendo di ogni oggetto, incontro e vicenda un’occasione per raccontare l’uomo, l’arte, la bellezza. Dagli affreschi di due artisti che avevano appeso le cetre al triste vento per immergersi nella guerra civile al messaggio nascosto in un leone marino imbalsamato, come lasciato in una bottiglia affidata all’oceano, di un tassidermista. 

Le galanti sono anche quasi un’autobiografia artistica, in cui Filippo Tuena ripercorre la sua opera e i libri che la hanno formata. Riprendendo lo stile che in Le variazioni Reinach, fa entrare il narratore nella storia come un protagonista paritario, che analizza, studia, raccogli dati mentre la storia prende forma, mentre i personaggi prendono vita. Dalla grande ombra di Michelangelo alle messe in scena shakespeariane sognanti una notte di mezza estate de Come è trascorsa la notte, dal totetanz antartico del viaggio tra i deserti ghiacciati del polo sud, che accompagnarono Scott e i suoi uomini alla disfatta di Ultimo parallelo, alle immagini dei romanzi mai nati, che suggeriscono i dettagli di un oggetto, le possibilità di un personaggio. Ne Le galanti, i personaggi e le immagini che il narratore demiurgo ripropone, si trasformano, mutano, in una Metamorfosi ovidiana moderna, in cui i quadri diventano persone, significati, simboli, segreti. Maschere che cangianti dell’uomo, della vita, mostrando “la distanza che separa le attese dagli esiti”. Il volto ignoto e sconosciuto che si cela anche nell’opera più vicina e apparentemente chiara, come il quadro che studia senza fine nel suo salotto, poiché “ogni cosa è nascosta dall’immagine che la raffigura”. Prendendo congedo tramite un libro di lettere d’addio, in cui si scrive per raccontare ciò che si ama e per tenere in vita ciò che è perduto. Tuena in questo romanzo rivela il grande merito che dovrebbe avere ogni opera d’arte: un’occasione per perdersi. Poiché come scrive nel suo romanzo: “Perdersi un po’ è una cosa giusta. perdersi del tutto è più bello. Bisognerebbe tendere a questo. È la stessa cosa che pensava D’Annunzio quando scrisse Forse che sì forse che no”. Abbiamo poche occasioni per perderci. Vanno sfruttate”. Per perderci ancora nell’opera galante di Tuena, lo abbiamo intervistato nel suo studio, davanti a quel quadro ignoto che è uno dei più interessanti del suo romanzo.

Come mai Le galanti? e come nasce l’idea di questa opera?

L’idea originale? Lo dico, qua e là, volevo scrivere lettere d’amore, dichiarazioni di passioni. Piuttosto che a persone reali ho pensato che fosse interessante e in qualche modo più coinvolgente per il lettore indirizzarle a opere d’arte che si potevano condividere anche se ogni esperienza con l’arte – pur come fruitori – è unica e irripetibile.

Che ruolo ha l’arte, la pittura, i cimeli che si incontrano ne Le galanti, nella sua opera? Crede con Borges che l’arte sia, come del resto la letteratura, un sogno, e se si Le galanti è un libro di sogni?

A metà del libro compare proprio una situazione onirica. Direi però che l’arte è molto concreta: è una pittura, una scultura, un’architettura reali, tangibili, misurabili. Quel che non è reale, tangibile o misurabile è la memoria che abbiamo di un’opera d’arte, dove intervengono fattori personali, delusioni, innamoramenti vissuti in quel dato periodo. L’arte accentua la sensibilità e ingigantisce i turbamenti. Come dicevo c’è questa curiosa dicotomia. Oggetti tangibili, creati dall’uomo producono esperienze oniriche. Che siano sogni o incubi

Pothos è forse uno dei personaggi, o concetti, più interessanti delle prime pagine del tuo testo, che rapporto hai con la nostalgia e quanto il ricordo è il filo rosso che unisce i talismani che si accompagnano nelle tue pagine?

Pothos è una delle figure centrali del libro: rappresenta il desiderio di un amore lontano, un tema non solo del tardo classicismo romano e greco, ma anche del mondo dei troubador e, mi spingerei a dire, tema anche perenne nella letteratura e nell’arte. La lontananza spinge alla conoscenza, il non possedere a possedere. C’è una componente di struggimento (possedere quel che è lontano, apparentemente irraggiungibile) persino nel folle progetto di Scott. Pothos determina la distanza tra me e l’oggetto del desiderio. La sua postura è incerta, instabile. Potrebbe rovinare a terra ma è in un equilibrio quasi impossibile (credo che derivi dall’originale bronzeo a cui si rifanno le copie in marmo che conosciamo). E possiede il fascino del non appagato, del deluso. Non puoi scrivere se non percepisci questa impossibilità a risolvere la passione. E non puoi non scrivere se ugualmente non percepisci la delusione del possesso, che non coincide mai col desiderio

Da Michelangelo a Scott, passando per il Sogno di una notte di mezza estate. Ne Le galanti molte delle tue opere più celebri si intrecciano con questo testo. Quasi una autobiografia artistica? Come possiamo definire Le galanti, romanzo, memorie?

Beh, sì. Il sottotitolo lo chiarisce: quasi un’autobiografia. Dunque c’è gran parte del mio mondo letterario, come modelli d’ispirazione e come prodotti di quei modelli. In parte sostituisce un’autobiografia vera e propria: racconto quel che ho amato. Racconto anche fallimenti: storie e personaggi che avrei voluto sviluppare in maniera più completa e che invece non sono riuscito a condurre su quei sentieri narrativi. Penso per esempio all’episodio della Repubblica romana del 1849. Meriterebbe un libro, una narrazione più diffusa. Mi dispiace non esser stato capace a sviluppare più quella vicenda di passione e morte. Non è detto che non ci ritorni in futuro, per ora mi sembra un buon esempio di come intendo Pothos in letteratura. Le galanti mi sembra sfugga a una classificazione. Non è una raccolta di racconti, né di frammenti; ha all’origine un progetto unitario ma si realizza attraverso una certa varietà di stili; parla essenzialmente di arte ma anche di letteratura; parla di artisti ma anche di me. Ha un’architettura apparentemente sghemba ma invece è molto rigida. Il narratore è essenzialmente un architetto.

Dalle Variazioni Reinach al più recente (in termini di pubblicazioni) Ultimo Parallelo, il narratore e la ricerca dell’autore che si muove parallela a quella dei personaggi ha preso una importanza sempre più maggiore. Come è nata in te questa visione e questa attenzione al “backstage letterario”?

Il ruolo del narratore mi si è chiarito scrivendo proprio le Variazioni Reinach. Il libro era iniziato come un romanzo storico sulla fine di una famiglia della borghesia ebraica parigina. Lavorandoci m’è sembrato che la parte interessante della storia fosse, anche se non principalmente, il lavoro di ricerca che andavo portando avanti. Così ho cominciato ad alternare capitoli sui Reinach a capitoli dove interveniva un narratore che portava con sé tutti i dubbi che un narratore di una storia di quel genere DEVE maturare. Mi sono appassionato a questa figura e alle avventure singolari che viveva scrivendo e poiché è la passione a muoverci il narratore è entrato nella storia del libro. Altre volte come in Ultimo parallelo la voce narrante assume un aspetto fantasmatico, indefinibile ed è bene che mantenga questa incorporeità. In ‘Com’è trascorsa la notte’ racconto la notte di uno scrittore che mette in scena i suoi sogni o i suoi incubi. È ovvio che lo scrittore che osserva i personaggi di Shakespeare coincida perfettamente conme.

Che cosa è significato per te scrivere Le galanti, un viaggio nella memoria tra Pothos ed Eros, un ballo fantasmatico tra le allegorie del tuo passato? E a chi ti sei ispirato nella stesura di questa opera?

Il libro è nato poco a poco. All’inizio non doveva superare le 100 pagine. Dovevano essere poche storie raccontate attraverso la scrittura epistolare. poi, a mano a mano che entravo nel racconto le storie si sono moltiplicate sino a raggiungere un libro di dimensioni ragguardevoli che per forza di cose ha rappresentato una summa del lavoro dei miei ultimi 10 anni.  Alla fine ho anche escluso alcuni racconti, per tenerli da parte, per non buttare tutto nella mischia. In realtà ho investito molto, sia in termini di scrittura che di narrazione. Si alternano stili, un po’ perché alcuni testi preesistevano (anche se sono stati rielaborati) un po’ perché penso sempre che ogni storia vada raccontata secondo un suo particolare stile. Ogni storia vuole la sua narrazione. Che sia un testo autobiografico lo dice il sottotitolo.

Ovidio e le sue metamorfosi sembrano delle presenze fondamentali per il tuo testo, che impatto ha l’opera dell’autore dei Tristia, nella stesura di questo tuo libro?

Ovidio è uno dei modelli (e su lui sto lavorando anche in un prossimo libro) per il suo tono di fine d’epoca, di commiato dagli dei (e qui di rappresentazioni di divinità ve ne sono diverse. e anche molti umani vengono rappresentati in maniera iconica). Poi Ovidio è un poeta della memoria. Quel che racconta appartiene al passato. E io non sono un narratore del passato (ammesso che sia possibile per un narratore avere altro argomento dal passato.)

Il fiabesco e il carnevalesco, si mischiano ad un sapore di cenere, di caducità. Se le galanti fosse un quadro o un’opera d’arte che stile avrebbe e chi sarebbe il suo autore. Avrebbe più le pose di Watteau o di Fussli? Sarebbe un film di Fellini o una tela di Ensor?

Nella parte centrale metto in scena una festa che si svolge in un teatro del XVIII secolo, probabilmente su uno di quei palcoscenici rappresentati da Watteau e dunque, forse affiderei a lui l’intera rappresentazione del libro che è e rimane una rappresentazione in maschera. E dunque, chi più di Watteau che metteva in pittura gli attori e preferiva le scenografie del palcoscenico alla raffigurazione della natura potrebbe cogliere quest’aspetto del libro. È pur vero che a un certo punto il teatro che ho inscenato prende fuoco e la rappresentazione irreale assume i toni drammatici di un evento reale. Uno scrittore fa questo: oscilla sempre tra la realtà che ricorda e la rappresentazione che è capace di realizzare.

Quale immagine del libro ne rappresenta la chiave di volta, il labirinto, il ritratto che sconosciuto ed amato torreggia nel tuo salotto? E quale ti appartiene di più, senti più prossimo?

La dama del ritratto sulla parete del mio salotto è abbastanza emblematica: non conosci mai sino in fondo le cose o le persone che ti sono vicine. Uno sguardo troppo ravvicinato offre soltanto una visione parziale. bisogna avvicinarsi e allontanarsi, bisogna amare e disinnamorarsi per cogliere l’essenza del mondo che ci circonda.

In una precedente intervista hai accennato ad un tuo lavoro prossimo su Eliot e Pound. Ce ne puoi parlare e cosa ti affascina di questi due autori?

Uno dei prossimi progetti è proprio un libro sul rapporto tra questi due poeti, almeno riportato agli anni giovanili. È un libro sugli entusiasmi giovanili. Potrebbe far parte di una delle narrazioni delle Galanti, e in qualche modo ha con quel libro diversi punti di contatto. Ma c’è un uso dell’alternanza tra prosa e versi che mi sembra nuovo e che può rappresentare per me un aspetto interessante delle mie prossime narrazioni. Ne ho pubblicato uno stralcio su ‘Antinomie’. Il lettore può farsene un’idea abbastanza precisa

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