Di falchi e casalinghe

L'importanza della politica fiscale.
L'importanza della politica fiscale.

Normalmente per raggiungere i propri obiettivi economici, una data Nazione può mettere in atto due tipi di misure, la politica monetaria e la politica fiscale. La prima agisce sulla quantità di moneta in circolazione e sui tassi di interesse, la seconda sulla spesa pubblica, i trasferimenti e il prelievo fiscale. Vi è un ampio dibattito che risale agli albori della teoria macroeconomica su quali azioni siano più efficaci per stimolare la crescita, e ovviamente non vi è una risposta univoca, visto che normalmente misure monetarie e fiscali dovrebbero essere usate in combinazione. Spesso però si tende, soprattutto da parte degli economisti classici, a sottostimare l’importanza della politica fiscale.

La logica dello stimolo fiscale

La teoria macroeconomica keynesiana è alla base della logica dello stimolo fiscale. Secondo Keynes la disoccupazione e la sottoccupazione dipendono dalla domanda aggregata, o più precisamente da una mancanza di essa. Se a causa di una congiuntura sfavorevole le imprese private non riescono a vendere una quantità sufficiente di prodotti e servizi per giustificare un aumento dei propri occupati o anche il loro pieno utilizzo, diventa compito dello Stato intervenire per stimolarne la domanda e quindi aumentare sia l’occupazione che la produzione. Prendiamo ad esempio la grande crisi del 2007, sebbene l’attuale recessione causata dal Covid-19 possa essere considerata uno scenario perfetto per valutare l’efficacia delle politiche fiscali.

Ebbene in America la spinta sempre più elevata al consumo aveva creato una fortissima domanda interna, creando una grande espansione economica negli anni precedenti al 2007.  Ma questa spesa venne finanziata in larga misura da un indebitamento privato senza precedenti e fondamentalmente insostenibile. Quando le turbolenze del mercato immobiliare portarono ad una stretta creditizia, impedendo agli americani di continuare ad indebitarsi, questi furono costretti a ridurre in maniera sostanziale le loro spese, facendo così crollare la domanda di beni e servizi, e di conseguenza riducendo la produzione e l’occupazione.

Una possibile risposta a situazioni di questo tipo sarebbe quella di sostituire, almeno in parte, la spesa privata con la spesa pubblica. Attraverso programmi di investimento governativi, la spesa pubblica è infatti in grado di aumentare direttamente la domanda aggregata di beni e servizi. Allo stesso scopo si potrebbe arrivare anche indirettamente, attraverso sgravi fiscali o tramite trasferimenti di denaro a famiglie ed imprese, che a loro volta sarebbero in grado di aumentare la loro capacità di spesa.

Keynes

L’avversione dei “falchi”

Nonostante la logica sottostante alla politica fiscale sia semplice ed intuitiva, questo non significa che non incontri fortissime, e talvolta piuttosto inspiegabili, critiche. Come sappiamo un incremento della spesa pubblica senza un corrispondente aumento delle tasse porta inevitabilmente ad un maggior debito pubblico, ovvero lo Stato deve ricorrere all’emissione di Titoli di Stato per compensare il deficit tra entrate ed uscite. I fanatici del rigore di bilancio, i cosiddetti “falchi”, criticano questo approccio definendolo irresponsabile, e mettono continuamente in guardia sul pericolo di un “insostenibile” livello di debito pubblico e sull’impatto che gli interessi associati al debito avranno sulle future generazioni di contribuenti. La base di questa critica è l’equiparazione del debito pubblico a quello di un privato cittadino, per cui l’obiezione dominante è quanto sia sbagliato spendere denaro che non si possiede, e ancora che ogni famiglia normalmente regola il suo bilancio in base alle sue entrate. Famoso a questo proposito il discorso che Angela Merkel tenne nel 2012 in cui esaltava la Schwäbische Hausfrau, la frugale casalinga tedesca attenta al bilancio familiare, un’immagine perfetta per contrastare i paesi europei colpevoli di vivere al di sopra delle proprie possibilità.

La retorica anti-deficit deriva da un desiderio “morale” di fare la cosa giusta, spesso influenzato da una cultura calvinista dove il duro lavoro, la frugalità e la disciplina sono i valori dominanti, ed i poveri sono gli esclusi dalla grazia di Dio a causa dei peccati da loro commessi. Ecco che la soluzione proposta non può prescindere da misure di austerità, e non certo da misure di espansione di spesa. Tra le critiche più comuni alle politiche fiscali, c’è quella che afferma che la crescita della domanda non crea in realtà un beneficio netto all’economia, in quanto il denaro necessario allo stimolo fiscale deve arrivare da qualche parte. In questo modo l’effetto di stimolo sulla domanda di un settore verrà neutralizzato dalla contrazione in qualche altro settore dove il denaro verrà sottratto.

Lo Stato non è una famiglia

L’assunto di questa critica, a nostro avviso incorretto, è che l’ammontare di “denaro” disponibile per l’economia nel suo complesso sia fisso, come avviene a livello personale dove il reddito familiare è più o meno stabile, inoltre la spesa del privato cittadino non ha alcuna relazione con il suo reddito, nel senso che un aumento o una diminuzione di spesa non incide minimamente sulle sue entrate. Al contrario vi è spesso una diretta interdipendenza tra la spesa di una Nazione e le sue entrate. Se ad esempio un determinato Paese attraverso la spesa pubblica acquista dei beni da una data azienda, questa spesa si trasformerà in salari per i lavoratori dell’azienda e profitti per gli azionisti. Se come capita solitamente questa azienda ha un eccesso di capacità produttiva, ovvero macchinari e personale inutilizzato o sottoutilizzato, l’ordine governativo le permetterà di aumentare la produzione di beni e con buona probabilità aumentare il numero di lavoratori per fare fronte ai nuovi ordinativi. E’ la logica che sta alla base della macroeconomia keynesiana, l’aumento della domanda aggregata tramite la spesa pubblica mobilita risorse altrimenti inattive, in particolare il lavoro, creando nuovi redditi che non esisterebbero altrimenti. 

Un concetto basilare che vale la pena di ribadire è che il denaro che serve a finanziare l’aumento della spesa pubblica non deriva da redditi già esistenti. Non sono le imposte sui redditi che servono a finanziare la spesa pubblica, ma è la spesa pubblica a creare nuovi redditi e quindi maggiori imposte. L’altra differenza fondamentale tra uno Stato dotato di sovranità monetaria, e una famiglia è che quest’ultima non è munita di una Banca Centrale. Questo è in ultima analisi, il motivo per cui per uno Stato non è necessario incassare prima di spendere e per cui nessuna risorsa viene sottratta ad un settore per favorirne un altro. In pratica, e ovviamente semplificando molto, è come se lo Stato, attraverso il ministero del Tesoro, spendesse addebitando il suo conto presso la Banca Centrale, e sarà cura di quest’ultima “creare” la moneta necessaria per coprire il debito. Certamente uno stato potrebbe comunque decidere di alzare le tasse per coprire la maggiore quota di spesa, ma in questo caso l’effetto sulla domanda aggregata sarà minore, in quanto all’incremento derivante dalla spesa pubblica corrisponderà una diminuzione dovuta alla minore spesa privata causata appunto dalla maggiore imposizione fiscale. Operando in deficit uno Stato chiederà soldi in prestito, tramite l’emissione di titoli del debito pubblico, anche al settore privato, ma questi denari deriveranno dai risparmi di privati e imprese, ovvero somme che non verrebbero comunque spese per acquistare beni e servizi nel breve termine. Ecco perché Keynes predicava la spesa in deficit piuttosto che l’aumento delle tasse, nel primo caso è infatti maggiore l’effetto sulla domanda aggregata.

Milton Friedman

Non esistono pasti gratuiti?

Questa espressione fu resa famosa da Milton Friedman, economista classico, premio Nobel e difensore estremo del libero mercato. Riferendosi all’usanza di alcuni vecchi saloon americani dove veniva offerto un pasto gratis a chiunque bevesse più di una pinta di birra, Friedman sosteneva che in economia come nella vita reale nessuno regala nulla, e che se qualcuno ottiene qualcosa senza pagare è perché qualcun altro (o lui stesso in maniera indiretta) ne ha sostenuto il costo. Secondo i seguaci di Friedman lo stimolo fiscale predicato da Keynes violerebbe la regola del pasto gratis, e quindi l’aumento della domanda aggregata causato dalle misure di intervento pubblico porterebbe inevitabilmente a sottrarre risorse dal settore privato. E dato che secondo questa teoria il settore privato crea ricchezza in maniera migliore e più efficiente rispetto al pubblico, ecco che una maggiore spesa pubblica comporterebbe una diminuzione del benessere sociale e non un aumento di ricchezza.

Ma da un lato abbiamo spiegato in precedenza come uno Stato dotato di sovranità monetaria sia in grado di “creare” denaro, inoltre è necessario ribadire che lo stimolo keynesiano non sottrae alcuna risorsa al settore privato, semplicemente mobilizza risorse sottoutilizzate che già esistevano. Se non esiste un livello di domanda aggregata tale da giustificare il pieno utilizzo delle risorse economiche, l’intervento pubblico stimolerà la domanda, causando un aumento della produzione e maggiore occupazione, e conseguentemente un aumento del benessere sociale. Le crisi economiche, recenti e passate, hanno dimostrato come l’idea che il mercato lasciato a se stesso tenda a creare una domanda adeguata e a generare piena occupazione, sia profondamente sbagliata. Seguendo i principi del laissez-faire, il mercato ha infatti avuto troppe difficoltà a ritrovare un equilibrio occupazionale, e per mitigare gli sfortunati e talvolta tragici effetti creati dalla disoccupazione, si sono rese necessarie in passato, e diverranno imprescindibili in tempi di coronavirus, mirate e consistenti politiche fiscali. 

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