Il romanzo degli uomini-lupo

Tornano in libertà i “lupi di difesa” di Hermann Löns, troppo a lungo prigionieri del passato nazista
Tornano in libertà i “lupi di difesa” di Hermann Löns, troppo a lungo prigionieri del passato nazista

Proposto una prima volta in Italia nel 1999 da Herrenhaus Edizioni, torna ora disponibile grazie all’Associazione Terra Insubre e a De Piante Editore, Il Wehrwolf (letteralmente “Il lupo di difesa”), romanzo del tedesco Hermann Löns (1866 – 1914), pubblicato nel 1910, che racconta la difesa armata dei contadini della Bassa Sassonia dalle azioni violente di soldati e predoni durante la sanguinosissima guerra dei trent’anni. Un libro la cui ricezione in Germania è stata controversa, tanto da essere messo all’indice per una decina d’anni al termine della seconda guerra mondiale, durante il cosiddetto processo di “denazificazione. Questo perché dopo essere stato preso come riferimento ideologico negli anni Venti dal movimento nazionalista “Wehrwolf Bund”, negli ultimi mesi di guerra i nazisti avevano creato all’interno delle SS un’organizzazione di guerriglia contro gli Alleati, il “Werwolf”, che in tedesco significa “lupo mannaro” e dunque nulla ha a che fare con Wehrwolf, ma volendo richiamarsi comunque alla storia narrata da Löns, grazie all’assonanza del nome, ma anche attraverso il simbolo, il dente di lupo, che così viene descritto nel libro:

“Il nostro capo si chiama Wulf ed è feroce come un lupo, dove morde lascia il segno. Per questo penso dovremmo battezzarci i Wehrwölfe e lasciare sul terreno dove abbiamo combattuto l’infamia un segno con tre colpi di scure: uno a destra, uno a sinistra e uno di traverso. E nessuno dovrà sapere questo nostro segreto al di fuori del nostro gruppo di trentatré, che si chiamerà il gruppo dei lupi”.

Sviluppato attraverso 13 capitoli, il racconto narra la storia di una comunità contadina al cui centro è posta la vita di Harm Wulf, il capo intorno al quale si costituisce il “gruppo dei lupi”. La struttura circolare del romanzo è molto chiara: se il perno della storia è rappresentato dal capitolo centrale, dedicato appunto ai Wehrwulfe, i cinque capitoli che lo precedono e i cinque che lo seguono raccontano differenti eventi legati alla guerra. Al primo e all’ultimo capitolo, entrambi titolati I contadini della brughiera, sono stati voluti da Löns per definire l’origine della storia, prima della guerra, e il suo compimento, con la morte di Wulf. La trama interna si estende dal 1623, anno nel quale la guerra raggiunge la brughiera, quando Harm Wulf è ancora “un uomo alto dagli occhi allegri”, fino alla sua morte, da vecchio e stanco: “Troppo aveva sopportato. Troppo a fondo aveva dovuto bagnarsi nel sangue”, ha scritto Löns:

“Dapprima fino alle caviglie, poi fino alle ginocchia, quindi vi si era ritrovato immerso fin sopra i fianchi e il sangue era salito sempre più, fino ad arrivargli alla bocca. Di lì a poco egli lo avrebbe inghiottito e sarebbe rimasto soffocato”.

Di quasi nulla della “grande” storia si ha eco, qui. Löns si è calato piuttosto nei panni del cronista del villaggio, condividendo l’ignoranza dei contadini sulla storia del mondo, ma soprattutto gli orrori infernali di quel tempo, nel quale scelse di sprofondare documentandosi accuratamente. Una storia che meritava d’essere riproposta, questa, liberata dalla commistione postuma con i nazisti, perché i suoi protagonisti sono uomini e donne sani. “Aiutati che il ciel t’aiuta”, questo è il motto del contadino Wulf, che prim’ancora di costituire il gruppo di difesa armata dei Wehrwölfe si spende per costruire una casa nuova e per rendere coltivabile nuova terra, deviando perfino il corso di un fiume, a beneficio dell’intera comunità: “La cosa peggiore”, gli fa dire Löns:

“È che tutti aspettano che la guerra finisca e nel frattempo si accontentano di patire la fame e oziare. Si dovrebbe fare esattamente il contrario. Dobbiamo agire come se dovessimo restare qui per l’eternità”.     

Adesione ed amore alla propria terra e alla propria comunità, alla propria Heimat (termine che per la lingua tedesca contiene molto più di ciò che possiamo intendere noi traducendo patria), che nella storia raccontata da Löns trova anche riconoscimento e supporto da parte del pastore luterano Puttfarken: “Così sta scritto:

‘Chi sparge sangue, a sua volta vedrà sparge il proprio sangue’. Ma questo non vale per noi [riferito ai Wehrwölfe ndr.]; chi assale il fratello alle spalle è come un lupo e il suo sangue non macchia chi lo elimina. Le nostre mani sono pulite davanti al Signore”.

Che ci sia stato nel tempo chi ha usato queste espressioni per rivestire di dignità e per giustificare i propri orrori non può che essere un motivo più che sufficiente per tornare al testo. E goderne. Da ultimo, di questo libro meritano di essere ricordate la bella traduzione di Alessandra Borgonovo e la breve ma utile prefazione di Angelo Crespi.

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