Il romanzo della rivoluzione

Lenin imparò il mestiere di rivoluzionario dopo aver letto “Che Fare?” di Černyševskij. Come un libro ha cambiato la Storia.
Lenin imparò il mestiere di rivoluzionario dopo aver letto “Che Fare?” di Černyševskij. Come un libro ha cambiato la Storia.

“Il terrore è la sola forza di lotta lasciata a una minoranza che abbia coscienza delle sue forze spirituali e dei suoi diritti contro la forza della maggioranza dominatrice. Noi studenti veniamo incoraggiati a sviluppare le nostre capacità intellettuali, ma non ci permettono di usarle a sostegno del nostro paese. Tra i russi troverete sempre una decina di uomini tanto devoti alle loro idee e sensibili alle sventure del loro paese da condividere un il sacrificio che è quello di morire per questa causa”.

Alexander Ilicic Ulianov, 28 aprile 1887, lettera alla madre Marija Aleksandrovna

Il 20 maggio del 1887 nel cortile della fortezza di Sissel Burg, un isolotto nel lago di Ladoga a pochi chilometri da Pietrogrado, vengono impiccati cinque giovani studenti che frequentavano l’università della capitale della Russia. La loro colpa era stata quella di aver pianificato un attentato contro lo zar Alessandro III, programmato per il 1 marzo, giorno in cui ricorreva il sesto anniversario dall’assassinio di suo padre Alessandro II.

L’Okhrana, la polizia segreta politica, non aveva avuto nessuna difficoltà a smascherare quella banda di giovani attentatori dilettanti. Decisivo fu l’arresto di uno dei congiurati, Vasilj Generalov, studente di giurisprudenza al secondo anno, arrestato per ubriachezza nelle vie centrali di Pietrogrado. Sotto i fumi dell’alcool si convinse che la polizia avesse scoperto il piano per uccidere lo Zar. Generalov, di sua iniziativa, rilevò il piano per il regicidio. All’inizio la polizia rimase incredula perché pensava che si trattasse di un delirio di un ragazzino ancora non pratico con la vodka, ma per escludere qualsiasi dubbio decise di informare gli agenti dell’Okhrana che dopo qualche ora perquisirono  l’alloggio dello studente e  trovarono diversi ordigni esplosivi rudimentali e alcune lettere indirizzate ai suoi compagni in cui venivano spiegati i dettagli dell’attentato. Gli ordigni costituiti a base di acido nitrico, erano stati preparati da un compagno di Generalov, Aleksandar Ilic Ulianov, studente di scienze naturali, che aveva trovato le nozioni per costruire l’esplosivo nei manuali di chimica organica nella biblioteca della sua facoltà.

Ulianov venne arrestato dopo poche ore mentre camminava lungo il ponte del che attraversa il canale di Caterina sulla Neva, una zona centrale di Pietroburgo. La polizia gli trovò addosso una pistola browning con il colpo in canna. Appena arrestato, si assunse tutta la responsabilità del piano, forse nella speranza di non compromettere gli altri suoi compagni. Ma ormai era troppo tardi, infatti quasi contemporaneamente a Ulianov, vennero arrestati altri suoi tre compagni: Petr Seyrepov e Parhomi Andresukim e il ventiseienne Valery Ospanov il più anziano del gruppetto. Tutti e cinque vennero reclusi nella fortezza di Pietro e Paolo, il noto carcere riservato agli oppositori politici del regime zarista.

Il processo ebbe inizio il 15 aprile. Durante il dibattimento, Ulianov rinunciò alla difesa e ancora una volta si assunse tutta la responsabilità dell’attentato. Dieci giorni più tardi, il giudice pronunciò la sentenza: tutti gli imputati vennero condannati a morte con la seguente formula: “per attentato alla vita di sua maestà lo Zar”. La notte del 4 maggio, i condannati vennero svegliati bruscamente, prelevati dalle loro celle e portati a bordo di un incrociatore sulla Neva. Da lì vennero trasportati nel forte SisselBurg, dove sarebbe avvenuta l’esecuzione.

Alle 3:30 dell’8 maggio, i cinque ragazzi, vennero svegliati nel corso della notte. Ancora storditi dal sonno, vennero incatenati e portati nel cortile della fortezza. I primi tre vennero fatti salire sul patibolo, il boia gli infilò il cappuccio cappuccio per coprire il volto  e poi il cappio intorno al collo. A quel punto non rimaneva che un ultimo gesto da compiere per il carnefice, spingere una leva verso il basso che avrebbe azionato un sistema meccanico di carrucole che avrebbe teso tutte e tre le corde contemporaneamente. Quel momento arrivò dopo qualche minuto e in un attimo i primi tre corpi penzolarono senza vita. Dopo aver liberato i patiboli frettolosamente, arrivò  il turno degli ultimi due, uno di questi due era il bombarolo  Alexander Ilic Ulianov. Tutti rifiutarono la benedizione del prete, ma tutti prima di morire gridarono a squarciagola, “lunga vita alla Narodnaja volja!”, cioè alla volontà del popolo. Altro non era che il gruppo terroristico alla quale appartenevano, formato da giovani idealisti che volevano abbattere il vetusto regime degli zar.

Il fondatore era stato Sergej Nečaev, considerato a tutti gli effetti il primo rivoluzionario moderno della storia. Uomo dalla personalità contraddittoria, affascinante, fanatico e ascetico. Tra gli aderenti alla Narodnaja divenne famosissimo il suo pamphlet, intitolato Il Catechismo del rivoluzionario, considerato un vero e proprio vangelo per i giovani radicalizzati che avevano ambizioni rivoluzionarie.

“Il rivoluzionario è un uomo dedito alla sola causa. Non ha interessi propri, affari propri, sentimenti, affetti, proprietà, non ha nemmeno un nome. Un unico interesse lo assorbe e ne esclude ogni altro , un unico pensiero, un’unica passione, la rivoluzione. Il rivoluzionario sa nel suo intimo, non solo a parole, ma nei fatti, ha spezzato ogni legame con l’ordinamento sociale e con l’intero mondo civile, con tutte le leggi, gli usi, le convenzioni sociali e le regole morali che lo reggono. Egli è suo nemico implacabile e continua a vivere in seno alla società solo per distruggerla più in fretta…”

Sergej Necaev

La figura di Sergej Necaev fu così emblematica nella società russa nella secondà metà dell’Ottocento che fu trasposto da Dostoevskij nel personaggio di  Nikolaj Vsevodolovič Stavrogin nei Demoni:

“Era un giovane di ventisei anni , capelli biondi-canapa, abbastanza lunghi , con baffi e barbetta stopposi e appena accennati. Era vestito con proprietà perfino alla moda, ma non con eleganza… La testa era allungata verso la nuca e come schiacciata ai lati, ma i lineamenti erano minuti , l’occhio era acuto , il naso piccolo e appuntito , le labbra larghe e sottili…Parlava rapidamente, in fretta, ma al tempo stesso con sicurezza, ed aveva sempre una risposta pronta . Aveva una pronuncia straordinariamente chiara; le sue parole si spargevano come chicchi grossi e uguali, sempre appropriate e sempre pronte ai vostri ordini.”

La Narandendaja Volja nata ufficialmente nel 1878 aveva un programma politico assai confuso, si prefiggeva di rovesciare il regime zarista e istituire uno stato repubblicano. A  livello economico-sociale l’obiettivo era di  espropriare il latifondo alle famiglie aristocratiche e di cederlo ai contadini.  I narodniki, così venivano chiamati i militanti, non disponendo di alcun mezzo di azione a livello istituzionale per affermare le loro idee, fecero ricorso agli attentati contro i rappresentanti della burocrazia zarista.

“Il nostro partito non può fare nient’altro. L’assassinio politico è una delle nostre azioni più efficaci nella lotta contro il dispotismo russo.”

Sergej Necaev

L’organizzazione poteva contare su un centinaio di uomini, devoti alla causa fino alla morte. Gli appartenenti erano giovani donne e uomini appartenenti alla classe borghese russa, la nuova élite intellettuale, la cosiddetta intellighenzia, che si contrapponeva all’autocrazia zarista. Nel corso di un ventennio i narodniki arrivarono ad uccidere molti funzionari dell’amministrazione e ufficiali dell’esercito zarista. Nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, il regime zarista era oramai al collasso e questo era evidente in gran parte dell’opinione pubblica. Emblematica la descrizione che ne diede sempre Dostoevskij nei Demoni, tramite lo scrittore Karmazinov suo alter ago:

“La Russia , se davvero crolla Babilonia e la sua caduta sarà grande da noi in Russia perché non ci sarà nulla da crollare. Se la nave sta per affondare, i topi sono i più primi ad abbandonarla. La santa Russia è un paese misero, fatto di legno e… pericoloso, un paese di stracchiosi ambiziosi nei suoi stati superiori, mentre la grande maggioranza vive in capannucce su rampe di gallina. Soltanto il governo vuole ancora opporsi, ma mena randellate alla cieca e colpisce la sua stessa gente. Tutto è già destinato a condannato. La Russia tal è, non ha avvenire.”

Il vero obiettivo da centrare per la Narodnaja Volja era uccidere la belva coronata in persona ovvero lo zar. Il 1 marzo del 1881, cinque studenti aspettarono che Alessandro II scese dalla carrozza per entrare all’interno della cancellata del Palazzo d’Inverno, e lì lanciarono tre bombe, una riuscì a centrare in pieno petto lo zar che dopo qualche istante morì.

Di fondamentale importanza per la formazione dei dissidenti russi fu un altro testo, non un pamphlet di carattere politico, ma un romanzo, Che fare? scritto da Nikolaj Černyševskij nel 1862 mentre era recluso nella fortezza di Pietro e Paolo con l’accusa di “attività sovversiva”. Il contesto in cui viene composto il romanzo fa venire subito in mente un altro dissidente e intellettuale vissuto più di due secoli prima di Černyševskij, Tommaso Campanella. Anche lui compose la sua opera filosofica più famosa La Città del Sole, in prigione.

Che fare? (Mondadori) di Nikolaj Černyševskij

Il personaggio di Rachmetov, pur non essendo il protagonista del romanzo, fu una guida a cui tutti i provetti sovvertitori dell’ordine costituito trassero ispirazione.  Esso sognava un mondo utopistico, in cui la proprietà privata non esiste più e dove tutti vivono nella libertà più assoluta. Per creare uno stato nuovo Rachmetov non vedeva nessun altro mezzo se non mettere in atto una rivoluzione radicale nei costumi della società russa. Per raggiungere il suo obiettivo decise di vendere tutti i beni e con il ricavato di aiutare  gli studenti universitari che avevano difficoltà per pagarsi gli studi. Si astenne dal sesso e dall’alcool: il suo unico bisogno era la conoscenza. Studiava e leggeva voracemente ogni tipo di testo, una volta addirittura per ottantadue ore di seguito. Suddivise la giornata in segmenti di un quarto d’ora per ciascun compito da portare a termine, perché convinto che solamente tramite la giusta organizzazione del lavoro si potesse emancipare la massa proletaria.

Alexander Ulianov aveva una copia del Che Fare? all’interno nella fortezza di Pietrogrado. Dopo una settimana della sua esecuzione, invece che essere distrutta, quella stessa copia  fu spedita per sbaglio alla madre tra i suoi oggetti personali. Quel libro mezzo strappato fu all’inizio messo da una parte dalla madre, ma dopo qualche giorno fu preso in mano dal fratello minore, il diciassettenne Vladimir. All’epoca quel giovane ragazzo, taciturno e studioso, non sapeva cosa fosse l’impegno politico e la militanza nei gruppi rivoluzionari tanto praticata da giovani ragazzi russi di città.  Ma quando venne a sapere i motivi della morte di suo fratello, prese il romanzo di Černyševskij   pensando di trovare delle risposte alle sue domande confuse da adolescente e lo lesse con una voracità incredibile. Dopo averlo riletto e riletto, capì solo allora perchè era stato giustiziato suo fratello e allo stesso maturò la decisione di intraprendere la stessa strada.

Nel 1903, sedici anni dopo aver letto il romanzo di Černyševskij, Vladimir era diventato un rivoluzionario di professione, forse il più importante in Russia, conosciuto all’Okhrana con il nomignolo di Lenin. In quello stesso anno scrisse un pamphlet di un centinaio di pagine di filosofia politica definito la bibbia dei rivoluzionari marxisti, intitolato Che Fare? in omaggio al suo autore preferito. Quell’opera consacrò Lenin come il maggior interprete della prassi marxista in tutta Europa e fu una guida per i giovani socialisti radicali. Nella prima parte del testo in cui veniva fatta un’analisi delle condizioni storiche-sociali della Russia del secondo Ottocento, Lenin annoverava Černyševskij come uno dei massimi proto-rivoluzionari russi:

“Ma per raffigurare un po’ più concretamente che cosa questo significhi, ricordi il lettore quei precursori della socialdemocrazia russa, che si chiamano Herzen, Belinski, Cernysevskij e la brillante pleiade dei rivoluzionari degli anni settanta; rifletta all’importanza mondiale che la letteratura russa acquista presentemente; pensi… ma basta così!”

Nikolaj Valentinov, compagno di Lenin durante l’esilio in Svizzera nel 1905 e poi dopo la rivoluzione d’ottobre funzionario del Partito bolscevico, scrisse una biografia sul periodo trascorso insieme al futuro leader della rivoluzione d’Ottobre, raccontò un episodio eloquente.  In una giornata autunnale i due esuli stavano facendo una passeggiata lungo le rive del lago di Ginevra e iniziarono a conversare di letteratura russa. Il discorso andò a finire su  Černyševskij, secondo l’opinione di Valentinov Cherniavsky era un autore di basso livello sia dal punto di vista formale che di contenuto intellettuale.  A quelle affermazioni Lenin andò su tutte le furie, ecco come ricorda l’episodio Valentinov:

Vladimir Ilicic Ulianov (Lenin): “Vi rendete conto di ciò che dite? Come è potuta saltarvi in mente un’idea così mostruosa e assurda? Giudicate rozza e priva di talento un’opera di Černyševskij, il più grande e geniale rappresentante del socialismo prima di Marx… Reputo insanabile etichettare “Che Fare?” come rozzo e privo di talento. Centinaia di individui sono diventati rivoluzionari sotto il suo influsso. Mio fratello, per esempio, restò affascinato da Cernysevskij, e anch’io. Egli ha trasformato radicalmente il mio modo di vedere il mondo. Questo libro offre ispirazione sufficiente per una vita intera… Il grande merito di Cherneyeskij è aver dimostrato non solo che ogni uomo retto di pensiero deve essere onesto, ma deve essere anche rivoluzionario quali regole deve seguire, come deve avanzare verso il suo scopo e quali mezzi e metodi deve usare per raggiungerlo.

Lenin iniziò a studiare le opere di Marx solamente in un secondo tempo, presumibilmente intorno ai primi anni del 1890, quando fu riammesso alla facoltà di giurisprudenza di Kazan dopo che era stato sospeso per aver organizzato una serie di scioperi studenteschi contro il governo. Solamente in quel secondo periodo cominciò a frequentare un gruppetto di giovani studenti rivoluzionari-radicali marxisti. Le idee sviluppate da Lenin per la creazione del futuro stato bolscevico furono una sintesi delle concezioni marxiste, adattate alle condizioni sociali ed economiche della Russia, e delle sue letture “giovanili.

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