OGGETTO: Il nuovo controllo psicopolitico
DATA: 22 Marzo 2023
SEZIONE: Ritratti
FORMATO: Letture
L'importanza del pensiero di Byung-Chul Han è ormai inaggirabile, perché mette al centro l'impatto tecnologico sulle nostre vite e sul mondo che verrà.
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Mentre Dio andava lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l’universo e il suo ordine di valori, separato il bene dal male e dato un senso ad ogni cosa, Don Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo. Questo, in assenza del giudice supremo, apparve all’improvviso in un temibile ambiguità; l’unica Verità divina si scompose in centinaia di verità relative, che gli uomini si spartirono fra loro. Nacque così il mondo dei Tempi moderni.

M. Kundera, La denigrata eredità di Cervantes, in L’arte del romanzo, Milano, Adelphi, 1988

Se questo è il bell’affresco con cui Milan Kundera, in «L’arte del romanzo», indica l’avvio dell’èra che probabilmente abbiamo vissuto fino almeno a vent’anni fa, dal canto suo, il filosofo Byung-Chul Han, pur riconoscendone la correttezza interpretativa, afferma che la società fluida e iperconnessa in cui attualmente siamo immersi, conduca l’uomo ad uno stato di disagio psicologico forse peggiore di quello impartito per secoli dall’ancien régime classista o dalla società disciplinare borghese successiva. «Vogliamo davvero essere liberi? Non abbiamo forse inventato Dio per non doverlo essere?» si domanda puntualmente Han in un suo libro. Per lui l’elevazione dello smartphone ad oggetto devozionale avrebbe creato un nuovo tipo società fondata sulla «psicopolitica», alimentata da un sistema di «automonitoraggio» a cui serenamente e volontariamente sottoponiamo – attraverso Whatsapp, social e acquisti su Amazon – i nostri dati.

Questi non solo verrebbero utilizzati per conoscere i gusti di mercato di un target mirato di utenti, ma, se correttamente catalogati, potrebbero indirizzare gli stessi verso scelte d’acquisto surrettiziamente pilotate. Il lavoro online, le notizie e le notifiche, i like e i reel, avrebbero, secondo il filosofo, rotto con gli obblighi della società disciplinare foucaultiana creandone una nuova, quella della sorveglianza non dei corpi ma delle menti. Inoltre, la libertà e la disinvoltura con la quale crediamo di agire avrebbero, come ricaduta imprevista, diffuso una nuova serie di disturbi psichici, propri di un mondo informatizzato e post-moderno. 

Byung-Chul Han è un filosofo coreano trapiantato in Germania. A partire da studi tecnici in metallurgia, scopertosi filosofo, si trasferì nella patria dell’idealismo per discutere una tesi di dottorato su Heidegger, per poi, infine, consolidarsi come docente di teoria della cultura all’università di Berlino. Han è critico pessimista, radicale e apocalittico degli sviluppi della tecnologia coeva. Il suo successo è ascrivibile alla chiarezza espositiva e all’esattezza linguistica. La sua prosa è concisa: scioglie costrutti filosofici complessi in poche righe, accessibili anche ai profani della materia. Un tomo di 600 pagine di teoria della conoscenza scritto da un filosofo coreo-tedesco non lo acquisterebbe nessuno, gli agili pamphlet di 80-100 pagine, con cui Han parcellizza i concetti che vuole spiegare sì. Han parla dell’impatto che la tecnologia e i social hanno avuto e avranno sull’ontologia umana, dello scadimento della politica, dell’abbandono di modi di vivere secolari. Non da ultimo, Han copre il vuoto che la filosofia italiana ha lasciato nel panorama intellettuale nazionale. Han, pertanto, non può non suscitare interesse, per questo è letto.    

Il sistema produttivo e sociale che Kundera, poeticamente, fa nascere con la pazzia dell’eroe di Cervantes, è quello del lavoro meccanizzato e del trionfo della borghesia. Testi come Sorvegliare e Punire e Nascita della biopolitica hanno spiegato con esattezza la ratio di quel modo di vivere che, neanche troppo lentamente, ci stiamo lasciando alle spalle. La scuola, la fabbrica, la caserma, le leggi, sono istituti volti a diffondere un «potere disciplinare», che punta al controllo sui corpi, all’obbedienza. A tale società corrispondevano una serie di affezioni psichiche proprie di un’organizzazione repressiva della vita. Queste – come l’isteria – furono studiate e spiegate da Freud. Tuttavia, le soluzioni da lui tratte sono oggi insufficienti a risolvere le nuove in quanto:

La psicanalisi freudiana è efficace soltanto in una società repressiva, che fonda la propria organizzazione sulla negatività dei divieti. La società odierna, invece, non è primariamente disciplinare ma è una società della prestazione, che si svincola sempre più dalla negatività dei divieti e si propone come società della libertà.

B. C. Han, La società del burnout, in La società della stanchezza, Milano, Nottetempo, 2020, p. 77

Il controllo biopolitico dei corpi lasciava, non si direbbe, maggiore spazio alla gratificazione personale. Le regole di comportamento nella scuola, o la tuta, omologante, che l’operaio metalmeccanico indossa in fabbrica, sono imposte all’interno di un luogo di assoggettamento dell’individuo; d’altra parte, in quegli ambienti, sono facilmente riconoscibili l’interno dall’esterno, la figura del dirigente da quella del subalterno. Una volta pagata la propria quota di sudore o noia all’interno dell’edificio preposto al controllo «disciplinare», il soggetto è gratificato con la libera e svincolata realizzazione dei propri interessi ed affetti. Con lo smartphone no. La pausa caffè a lavoro o le ferie al mare si accompagnano, sistematicamente, alla connessione nel virtuale. Disponibili a qualsiasi ora del giorno e della notte, ad una cerimonia come in vacanza, siamo legati come bestie da soma al giogo dei social.  

Il rapporto col proprio superiore – padre, docente, direttore – è altamente educativo in quanto i divieti che esso impone contribuiscono alla definizione del carattere personale di ciascun individuo. Il rapporto con gli altri è alter-ante; un divieto o un rifiuto – cui consegue uno stato di disagio per ciò che viene impedito o reso irraggiungibile – istruisce alla crescita personale poiché, segnalando i limiti personali, questi possano essere superati o aggirati. Il dolore è dialettico.

Nel suo percorso di formazione, lo spirito finisce in contraddizione con sé stesso. Si scinde. E questa scissione, questa contraddizione gli fa male. […] La formazione presuppone la negatività del dolore. […]. Esso trasforma lo spirito. Le trasformazioni sono legate al dolore. Senza il dolore, lo spirito resta uguale a sé stesso. La via della formazione è una via dolorosa.

B. C. Han, La società senza dolore, Torino, Einaudi, 2021, p.49

Al contrario, nella società «palliativa» dei social, dell’edonismo totalizzante, si perpetua l’uguale. L’ego si accresce, si riflette solo su sé stesso, vive per i suoi egoistici interessi, scansa gli ostacoli, la sua esperienza formativa non esiste, essa è ugua-gliante. 

Il soggetto di prestazione tardo-moderno non si dedica ad alcun lavoro obbligatorio. Le sue massime non sono obbedienza, legge e compimento del dovere, bensì libertà e libera volontà. Dal lavoro egli si aspetta soprattutto il raggiungimento del piacere e non dipende dal comando dell’Altro. Piuttosto, dà retta principalmente a sé stesso. Si svincola, così, dalla negatività delle pretese altrui. Questa libertà dall’Altro, però, non è soltanto emancipante e liberatoria. La fatale dialettica della libertà fa sì che quest’ultima si rovesci in nuove costrizioni.

B. C. Han, La società del burnout, cit., p. 80

Ma quali sono le «nuove costrizioni» di cui parla Han? In primo luogo, il filosofo afferma essersi realizzato il passaggio da una società disciplinare e bio-politica – studiata da Freud e Foucault -, e agente in modo inibitorio, ad un’altra società, neoliberale e psico-politica, che si riconosce, da un lato, per essere permissiva, dall’altro per far credere all’individuo di essere libero, quando la sua libertà sarebbe invece incanalata verso una libera selezione di prodotti che la rete e il mercato preconfezionano per lui.

Quel potere disciplinare che, con grande dispendio di forze e in modo violento, costringe gli uomini in un busto di ordini e divieti è inefficace: assai più efficace è la tecnica di potere che fa sì che gli uomini si sottomettano da sé al rapporto di potere. […] La sua particolare efficacia deriva perciò dall’agire non per mezzo di divieti ed esclusioni, ma attraverso piacere e soddisfazione. Invece di rendere docili gli uomini, cerca di renderli dipendenti. Il potere intelligente, non opera frontalmente contro la volontà dei soggetti sottomessi, ma li guida secondo il proprio profitto. Esso è più affermativo che negativo, più seduttivo che repressivo.

B. C. Han, Psicopolitica, Milano, Nottetempo, 2016, p. 24

Lo scopo di questo nuovo potere è il gigantismo del mercato. Più si spende meglio è. I social hanno educato l’individuo a un tanto insolito quanto curioso esercizio di auto-monitoraggio. Like, reel, condivisone di foto, e video su Youtube, sono canali attraverso i quali regaliamo informazioni personali ed indichiamo i nostri gusti a chi li utilizzerà per creare nuovi bisogni sempre più aderenti ai nostri interessi. Quando saremo completamente nudi, quando ci saremo definitivamente auto-profanati delle nostre passioni, quando saremo diventati trasparenti agli occhi della rete, questa sarà in grado non solamente di prevedere e stimare le nostre scelte di consumo ma di indirizzarle, proprio perché saremo divenuti massa informe, argillosa e plasmabile. 

Il finalismo economico del potere psicopolitico avrebbe per Han ricadute psicologiche sull’individuo. La competizione tra influencer – privi di qualsiasi qualità, intellettuale o artigianale –, che alimentano il mito dell’eternità dei corpi e della bellezza; lo stillicidio ansiogeno, eternamente ripetuto, dei messaggi – perlopiù inutili – che arrivano su Whatsapp e che somatizzano nel soggetto uno stato di allerta continua; le app della salute e dispositivi come l’Apple Watch che monitorano battiti cardiaci e cicli del sonno: tutti questi elementi, assieme, infondono tacitamente l’idea della prestazione continua, parossisticamente raggiungibile anche quando si riposa. In essi, come scritto più sopra, il filosofo coreano ha riconosciuto la radice, o almeno l’incremento casistico, dei nuovi disturbi psichici.

L’inconscio e la rimozione, come sottolinea Freud, “sono ampiamente correlati”. Alle malattie psichiche odierne come la depressione, il burnout o la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, invece, non partecipa alcun processo di rimozione e di negazione. Esse rinviano piuttosto all’eccesso di positività […] non al “non-esser-lecito” ma al “potere-tutto”. Perciò la psicanalisi non consente alcun accesso a queste malattie. La depressione non è la conseguenza di una repressione, che verrebbe esercitata da istanze di dominio. […] Responsabile della depressione, è piuttosto l’autoriferimento esagerato, eccessivo, narcisistico, che assume tratti distruttivi. […] Il soggetto di prestazione esaurito, del tutto incapace di fuoriuscire da sé stesso, di essere al di fuori, di affidarsi ad altri, al mondo, finisce, paradossalmente a scavare e svuotare il sé. […] Mentre l’isterico rivela una forma caratteristica, il depresso è privo di forma, è amorfo. È un uomo senza carattere.

B. C. Han, La società del burnout, cit., pp. 84-7

In conclusione, ad Han è imputabile l’uso di una sintassi franta, esosa di punti fermi, spesso un po’ superbi, in particolare quando si tratti di concetti che potrebbero essere spiegati con un numero più generoso di esempi e parole. Resta, d’altra parte, inaggirabile il pensiero. Questo, nella fase di affermazione dell’A.I., si dimostra linfa imprescindibile ad alimentare il dibattito e le domande sul presente, anarcoide e indomabile, che stiamo vivendo.

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