Il futuro del Qatar

I mondiali sono molto più di una competizione. Sono il primo passo verso il riassetto degli equilibri mediorientali.
I mondiali sono molto più di una competizione. Sono il primo passo verso il riassetto degli equilibri mediorientali.

Per la prima volta nella loro storia i Campionati Mondiali di calcio fanno tappa in Medio Oriente. Mai un Paese ospitante aveva attirato su di sé così tante polemiche dall’opinione pubblica come in questo caso: per la sua forma politica autoritaria da un lato, per la sistematica violazione dei diritti sociali e civili dall’altro. Non si ricordano in effetti indignazioni così convinte né per i mondiali del ’78 giocati nell’argentina del generale Rafaél Videla; né nell’edizione precedente a quella in corso, per i mondiali svoltisi nella Russia di Putin. Sarà forse perché, quattro anni fa, il 40% del fabbisogno energetico europeo era soddisfatto proprio dalla Federazione Russa? Eppure, è un fatto che le voci della stampa e il disprezzo popolare si sono sollevati per condannare, almeno sul piano morale, le condizioni che il Paese ospitante ha riservato ai milioni di operai stranieri che dal 2010 hanno sottoposto la loro forza lavoro alla costruzione di stadi e strutture ludico-ricettive. Ma perché il Qatar ha desiderato ospitare, con così tanta determinazione (si parla addirittura di corruzione dell’organo esecutivo della FIFA), una manifestazione internazionale che inevitabilmente avrebbe acceso su di sé i riflettori del mondo?

Il Qatar è una penisola grande quanto metà della Lombardia, si affaccia sul Golfo Persico e confina a sud con la sola Arabia Saudita. Sotto il punto di vista politico si presenta come un emirato sunnita, sotto il comando della dinastia Al-Thani e indipendente dal 1971. Demograficamente conta 3 milioni di abitanti, ma solo 300.000 sono cittadini qatarini; gli altri sono perlopiù migranti economici. Questi ultimi, residenti a tempo determinato come operai edili e lavoratori a basso reddito, vanno a creare forse l’unico caso al mondo dove la popolazione proveniente dall’estero è superiore a quella nazionale. La vera forza del Qatar è tuttavia quella economica. Il suo sistema si fonda sullo sfruttamento delle risorse minerarie, il suo motore è l’estrazione del gas naturale. Sono stati infatti gli idrocarburi a fare di esso il primo Paese al mondo per PIL pro-capite – 125.000 $ -.                                                                                                        

In politica estera si dimostra un attore particolarmente attivo. Solo pochi giorni fa la compagnia di Stato QatarEnergy ha concluso un accordo con cui rifornirà la Cina di gas per 27 anni. Allo stesso tempo si è saputo inserire efficacemente nel mercato europeo in sostituzione delle forniture energetiche provenienti dalla Russia. Inoltre, l’Emirato, sa utilizzare sapientemente gli strumenti della diplomazia, intervenendo come mediatore sia nei conflitti in Africa (Libia e Ciad), che in quelli che riguardano aree a lui più vicine (Yemen e Afghanistan). Degno di nota è il fatto che gli accordi fra statunitensi e talebani che regolarono il ritiro – nei fatti disordinato – dell’esercito della coalizione USA-NATO da Kabul dell’agosto 2021, furono firmati proprio a Doha, la capitale del piccolo emirato.

E poi c’è il calcio. I mondiali invernali fanno parte di una più complessa strategia economica perseguita dal Qatar per diversificare le sue entrate. Doha ha bisogno di attirare, da una parte, nuovi investitori che portino idee e sviluppino start-up in settori innovativi, diversi da quelli degli idrocarburi; dall’altra ha bisogno di attirare turisti, ulteriore fonte di entrate e indice della popolarità del Paese in giro per il mondo. Questi obiettivi cercano di essere conseguiti tramite il soft-power. Difatti negli ultimi dieci anni il Qatar si è attivato molto per dare di sé, all’estero, un’immagine di nazione coesa e foriera di opportunità, una sorta di Arcadia del deserto, per non dire brand di sé stesso. A questo proposito è stato inaugurato il museo “nazionale” del Qatar, che ripercorre la storia della piccola penisola dalla preistoria fino alla contemporaneità, messaggio della inequivocabile volontà di mostrare al mondo la presenza, impermeabile ai secoli, di una – storicamente discutibile – identità nazionale qatarina. Da qualche anno l’emirato ospita inoltre manifestazioni sportive di interesse globale come le tappe degli ATP di tennis, del mondiale di Formula 1 e motociclismo. Personaggi legati alla famiglia reale hanno acquistato notissime case d’alta moda come Maison Valentino e Missoni. Il miliardario qatariota Nasser al-Khelaïfi è divenuto proprietario, nel 2011, del Paris Saint-Germain, spesso presente nella cronaca sportiva e non per l’acquisto di noti campioni del calcio e per gli stipendi faraonici sborsati loro per gli ingaggi.                     

Punta di diamante del soft power di Doha resta l’emittente televisiva Al-Jazeera. Nata nel 1996 per contrastare l’onnipotenza nella copertura delle notizie internazionali e sul Medio Oriente dell’americana CNN. Nel corso degli anni ’90 si era manifestata nella stampa mediorientale una certa preoccupazione per il cosiddetto CNN Effect, una chiave di lettura delle crisi internazionali dell’epoca (invasione irachena del Kuwait; guerra civile in Somalia; guerre nella ex Iugoslavia) considerata spiccatamente occidentale e, allo stesso tempo, in grado di influenzare l’azione e le decisioni di molti esecutivi. Al-Jazeera nacque appunto per far emergere un punto di vista e dare una interpretazione tutta mediorientale ed araba delle crisi globali. Si parlò appunto di Al-Jazeera Effect quando, nel contesto delle Primavere Arabe, l’emittente qatarina sostituì la CNN come media di riferimento per la copertura delle notizie in quell’area. Alla luce dell’anatomia del soft power di Doha, perciò, i mondiali di calcio emergono come una delle tante iniziative che permettono di attirare l’attenzione della finanza internazionale, dei fondi di investimento e dei turisti. 

Certo non si può non sottolineare come l’evento calcistico sia senza dubbio quello che, fra gli altri, più ha attirato l’attenzione dei media. Consapevole di questo l’emirato, con poco successo, si è attivato per migliorare una parte della sua legislazione in materia di diritti politici e sociali. Riforme in questo senso sono curiosamente aumentate con l’avvicinarsi dell’appuntamento mondiale. Ed ecco che nel dicembre del 2021 i cittadini sono andati alle urne per la prima volta nella loro storia. Essi hanno potuto votare due terzi dei rappresentanti del consiglio della Shura, un organo dai timidi poteri legislativi, che non ha alcuna possibilità di intervento sulla politica economica né sulla difesa. Per quanto riguarda le politiche sul lavoro emergono due novità. In primis è stata abrogata la norma che consentiva al datore di lavoro di detenere il passaporto dei propri dipendenti, negando loro la libertà di tornare in patria e di cambiare lavoro. Inoltre, sempre nel 2021, è stato introdotto, primo fra i paesi del Medio Oriente, il salario minimo mensile. Tali provvedimenti sono stati insufficienti a evitare polemiche. I 6.500 morti per le condizioni bestiali con le quali sono stati costretti a lavorare gli operai immigrati hanno giustamente scandalizzato l’opinione pubblica; tuttavia niente, concretamente, è stato fatto per boicottare l’evento, né per costringere i sovrani ad una assunzione di colpa.  

L’attrazione di capitali esteri e del turismo per mezzo dei grandi eventi si può spiegare, passando al livello più profondo di questa analisi, con la necessità per il Qatar, così come per le altre petromonarchie del Golfo, di modificare strutturalmente il regime economico sul quale il Paese si è fondato fino ad oggi. Si tratta della transizione dal vecchio regime di Rentier State verso quello detto Post-Oil. Un vero cambio di paradigma. Lo stato a funzionamento Rentier si sostanzia in un sistema politico-economico che fonda la sua rendita su una o poche fonti di entrate – in genere gli idrocarburi – altamente remunerative. Questo processo porta a deprimere qualsiasi forma di democrazia in quanto le entrate statali non derivano da produzioni interne ma dipendono, piuttosto, dall’andamento dei mercati internazionali. L’afflusso di incalcolabili quantitativi di denaro nelle casse dello Stato non soltanto consente ad esso il mantenimento di un forte apparato coercitivo ma finanzia anche un efficiente sistema di welfare. Gli Stati come le monarchie del Golfo escludono i loro cittadini dal pagamento delle tasse – luce, gas – e ridistribuiscono la rendita sotto forma di sussidi, come l’università gratuita, o con posti di lavoro nel settore pubblico; in cambio di un’adesione implicita a uno Stato autoritario e all’assenza di diritti politici. In questi paesi le riforme sono sempre calate dall’alto e mai frutto di rivendicazioni dalla base popolare. No taxation, no representation.              

A causa delle politiche di economia green avviate da molti paesi occidentali, si prevede una riduzione della domanda globale di greggio entro il 2040. Pertanto, i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi in testa, hanno messo in moto programmi, nel senso sopra descritto, di diversificazione e attrazione degli investimenti: nel mondo che verrà è indispensabile emancipare l’economia dal guinzaglio degli idrocarburi. Il Mondiale è solo uno dei tanti strumenti adoperati per perseguire questa strategia.

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