Il Divo prima del Divo

La storia degli anni di creazione di quella classe dirigenziale scudocrociata post-degasperiana che governerà l’Italia ininterrottamente per decenni e di cui Giulio Andreotti sarà protagonista assoluto.
La storia degli anni di creazione di quella classe dirigenziale scudocrociata post-degasperiana che governerà l’Italia ininterrottamente per decenni e di cui Giulio Andreotti sarà protagonista assoluto.

Roma – 22 Novembre 2022: in un’aula gremita nel centro dell’Urbe viene presentato di fronte a una folta schiera di giornalisti e politici, oltre che di altri ospiti illustri, un libro. Sin qui nulla di strano, né di inusuale per la Capitale. Se non fosse che il libro in questione è un libro su Giulio Andreotti, l’aula è quella della sala stampa di Montecitorio e l’autore del testo è un giovanissimo giornalista dal nome di Carmine Abate.

Il fatto, di per sé, non è poi così eclatante – il revival pop che sta avendo il noto statista democristiano e la Prima Repubblica tutta parlano da soli (basti pensare a il Divo di Sorrentino, il più recente Esterno Notte di Bellocchio, la fortunata serie 1992 di Accorsi, oltre che a una miriade di saggi usciti su Andreotti negli ultimi anni: dalle sue carte segrete alle recenti lettere alla moglie Livia) – no: quello rende il lavoro di Abate degno di particolare attenzione è il suo concentrarsi su di un periodo storico, sia del paese, che di un partito (la DC) che della vita politica del suo protagonista, tutt’altro che “pop” e di cui poco si scrive e ancor meno si legge, se non per grazia dei soliti addetti ai lavori, tradizionalmente ben al di là degli “anta”. Ma il giovane “autore in quesitone” di anni ne ha 26 anni e il libro da lui vergato vanta come titolo: Giulio Andreotti: La Politica di Concretezza negli anni dell’apertura a sinistra (1956-1963). Non poca roba, insomma.

Giulio Andreotti: La Politica di Concretezza negli anni dell’apertura a sinistra (1956-1963) (Albatros) di Carmine Abate

Abate infatti, attraverso la lente privilegiata e personale della rivista quindicinale della corrente Primavera, fondata e diretta da Giulio Andreotti stesso per 22 anni, ci accompagna lungo una disamina politica di quel periodo cruciale e di formazione – sia per la neonata Repubblica che dello statista romano stesso – attraverso il decennio caldo spesso considerato – forse neanche troppo a torto – noioso, che va dalla fine dei Governi De Gasperi all’avvicinamento della Democrazia Cristina al Partito Socialista. Un passaggio politico epocale passato alla storia come “l’apertura a sinistra”.

Molti sono gli aneddoti politici gustosi e le citazioni dirette sono tratte dagli editoriali di Andreotti di cui l’Abate arricchisce la trattazione, ma a colpire e a rendere la lettura affascinante e di indubbio valore storico sono i retroscena da egli raccontati e ignorati dai più – soprattutto dalle giovani generazioni – di tutto un contesto e percorso storico di cui noi contemporanei abbiamo il vantaggio di conoscere il finale degli avvenimenti a cose fatte, ma che allora era un periodo politico incandescente, dal profilarsi incerto, e che viene osservato attraverso il filtro degli editoriali del giovane Andreotti e di cui gli esiti politici di quegli anni erano tutto meno che scontati. Eravamo una giovane repubblica appena uscita sconfitta dalla guerra e una altrettanto giovane classe politica, una volta venuto a mancare del pilastro unificante e unificatore di De Gasperi, ha dovuto porsi il problema di come governare stabilmente un paese a metà fra i due fuochi delle superpotenze vincitrici, nel mezzo del mediterraneo, con una potenza ed influenza morale e spirituale come il Vaticano in casa ed il non trascurabile dettaglio di avere il partito comunista più grande d’Europa. Una matassa da risolvere e gestire non facile per nessuno. Men che meno per un ancora alle prime armi Giulio Andreotti che, orfano ora anche di padre politico, deve costruire la sua strada fra mediazioni e bilanciamenti sia dentro che al di fuori del suo partito.

Sono gli anni in cui Andreotti non governa ancora ma è già presente molto attivamente alla vita governativa: ricordiamo che fu giovanissimo sottosegretario al Governo De Gasperi già nel ’48 – allo stesso modo di come mai avrà un ruolo di rilievo nell’organizzazione del suo partito, la DC, benché lui e la sua Primavera ne fossero una corrente molto in vista. Sono gli anni di mediazione con l’odiato ma rispettatissimo, e così vicendevolmente – Nenni del PSI, di discussioni con Moro e Fanfani, i Cavalli di Razza, all’interno della DC per dare una direzione stabile al Paese , sono gli anni di creazione di quella classe dirigenziale scudocrociata post-degasperiana che governerà l’Italia ininterrottamente per decenni e di cui Giulio Andreotti sarà protagonista: per ben sette volte presidente del Consiglio, per ben altre 34 Ministro della Repubblica.

Il libro, di piacevole e scorrevolissisma lettura – impresa non facile né banale – è infine impreziosito da una serie di interviste in appendice che raccontano aneddoti personali su e con il Divo da parte di Bruno Vespa, Massimo Franco, Filippo Ceccarelli, Paolo Cirino Pomicino ed, infine, Serena Andreotti la quale – dulcis ab initio – ha vergato per il testo dell’Abate una sua personale prefazione.

In occasione della presentazione del libro, abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

-Come nasce la passione per Giulio Andreotti e per la Prima Repubblica in generale?

Credo che sia un qualcosa di abbastanza inspiegabile. Durante la presentazione a Montecitorio ho cercato di soffermarmi sul rapporto tra Andreotti e i giovani, intendendo i giovani non di ieri, ma quelli di oggi, del 2022. Ho provato a trovare le cause di una crescente ammirazione non solo per personaggi come Andreotti, ma in generale per tutto il mondo e le figure della cosiddetta Prima Repubblica. Un fenomeno apparentemente così strano e che pagine come la vostra (l’autore di questo articolo e dell’intervista è ideatore e curatore della pagina Instagram “Prima Repubblica”, ndr) documentano e testimoniano meglio di chiunque altro. Ritengo che sia indicativo come ragazzi che vivono nel 2022 e che non hanno avuto a che fare direttamente con quell’epoca, riescano tuttavia a riconoscere l’importanza e la statura di alcuni personaggi del passato e a cercare lì i propri modelli. Fossi nella classe politica attuale mi porrei più di un interrogativo su questo.

-Quale passaggio ti ha colpito di più della vita di Andreotti, e quale lato di Andreotti meno conosciuto hai scoperto scrivendo questo libro?

Dell’Andreotti politico si conosce molto e si è detto ancor di più. Bisogna però sempre tenere a mente che dietro ogni politico, ogni personaggio, esiste l’uomo, con tutte le sue fragilità e contraddizioni. Sono varie le cose che mi hanno colpito del carattere di Andreotti, in particolare due sue peculiarità, che a mio avviso costituiscono però quegli elementi di forza che gli hanno consentito di restare a galla così a lungo. Sto parlando della sua incredibile calma nel gestire situazioni che avrebbero fatto perdere il controllo anche a un mistico; Andreotti stesso ricordava come, quando era piccolo, sua zia gli aveva impartito l’insegnamento di arrabbiarsi il meno possibile, per non dare soddisfazione a chi gli aveva causato quel turbamento. E poi come non citare la sua grande ironia, con la quale riusciva a sdrammatizzare anche i momenti di più grande tensione, a sferrare attacchi micidiali o a difendersi senza scomporsi, con naturalezza ed eleganza. Non mi viene in mente nessuno di vagamente paragonabile oggi.

-Credi che Andreotti abbia eredi, in questa cosiddetta Terza Repubblica, o in generale?

No, Andreotti è un unicum. Unico ed irripetibile nella storia d’Italia. Sì sa: i grandi non hanno mai eredi. Però forse si può intravedere il maggior e miglior concentrato del suo lascito e del suo stile politico in due persone che gli erano vicine ed affezionatissime, che godevano della sua personale amicizia e fiducia, e che non a caso sono tutt’oggi personalità altissimo rilievo e levatura umana e politica: Gianni Letta e Luigi Bisignani.

-Come sei riuscito a coinvolgere per le interviste personaggi come Bruno Vespa, Filippo Ceccarelli, Massimo Franco, Cirino Pomicino e Serena Andreotti?

Semplicemente parlando loro del libro e pronunciando quella parola magica: Andreotti. Ognuna di queste persone che hai citato, in un modo o nell’altro, ha avuto a che fare spesso con Giulio Andreotti durante la sua vita, lasciandone un segno indelebile. Un ricordo, un aneddoto, spesso di spirito, un insegnamento (dato regolarmente senza averne l’intenzione), un consiglio prezioso (dato regolarmente avendone la piena intenzione). Le loro testimonianze sono state fondamentali per rendere il libro più intimo e personale.

Cosa credi vi sia alla base di una tale fascinazione, non tanto per il singolo personaggio, quanto della Prima Repubblica tutta e dei suoi protagonisti nei giovani d’oggi che si interessano non solo di politica, ma anche di storia e di storia della politica?

Credo che il punto lo abbia centrato Tommaso Labate durante il suo intervento alla presentazione: i politici attuali non scrivono – e quindi non pensano. Nel mio libro analizzo la politica di Andreotti, partendo dai suoi editoriali sulla rivista che egli ha fondato, Concretezza. Moro scriveva tantissimo, Taviani lasciò addirittura un memoriale. Cossiga scriveva e soprattutto parlava forse anche troppo, direbbero alcuni! Craxi idem, così come molti altri leader politici del tempo. Ritengo che l’impegno, la competenza e soprattutto la passione con cui faceva politica quella generazione, siano elementi che fanno la differenza nel giudizio delle persone. E quindi anche dei più giovani, spesso sottovalutati anche nelle capacità di giudizio. Ragazzi che oggi non riescono a ritrovare lo stesso slancio e la stessa ispirazione guardando i protagonisti della vita pubblica dei nostri giorni e sono costretti a rifugiarsi in modelli appartenenti ad epoche distanti anni luce dal loro mondo. Il che è alquanto triste.

-Considerando che il tuo libro si ferma al 1963 hai intenzione di scriverne inseguito?

Perché no? Sinceramente ad oggi non è in programma, ma il prossimo 6 Maggio, nel 2023, ricorrerà il decimo anno dalla scomparsa di Andreotti. Potrebbe essere l’occasione ideale per raccontare un altro scorcio della sua incredibile e sorprendente vita.

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