L’elefante nella stanza

Riuscirà “Il cattivo poeta” a riconciliare l’Italia con quel genio assoluto, desolato, frainteso di Gabriele d’Annunzio? Breve storia di un Paese antilirico e un po’ cialtrone
Riuscirà “Il cattivo poeta” a riconciliare l’Italia con quel genio assoluto, desolato, frainteso di Gabriele d’Annunzio? Breve storia di un Paese antilirico e un po’ cialtrone

L’overdose di d’Annunzio cui il pubblico italiano del primo Novecento è stato soggetto ha generato per contrappasso una drastica repulsione, che ha condannato il Vate a decenni di ignominia e denigrazione. Poeta immorale, vanesio e porco per la piccola borghesia democristiana; elitario, guerrafondaio e fascista per l’intellighenzia del proletariato. Per lungo tempo, d’Annunzio è rimasto l’elefante nella stanza della letteratura italiana contemporanea, figura capitale e imprescindibile ma rimossa, l’esteta folle che avrebbe ammaliato l’Italia col suo vaniloquio. Faticosamente, però, sopiti i bollori novecenteschi, si stanno riscoprendo il Vate e la sua sterminata produzione. L’uscita nelle sale cinematografiche de Il cattivo poeta ne è l’ultima testimonianza.

Si tratta di un’occasione succulenta, il primo film sulla vita di uno dei più celebri scrittori italiani. Tuttavia, come era lecito attendersi, non se ne è parlato, fatta eccezione per gli articoli di rito sui giornali. Eppure non è un caso isolato. Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, sta rilanciando con forza la casa museo del Comandante, vedendo crescere il numero di visitatori. La sistemazione dell’archivio del Vittoriale ha inoltre consentito a Guerri e altri di accedere a materiale finora inedito e scrivere biografie accurate e complesse. Ma curiosamente d’Annunzio sembra suscitare più interesse all’estero che in Italia: non a caso la monumentale biografia D’Annunzio le Magnifique è stata scritta in francese da Maurizio Serra, diplomatico italiano e Accademico di Francia da noi pressoché sconosciuto.

Il cattivo poeta giunge a colmare un vuoto. Come notava Guerri, se in un altro paese uno scrittore avesse fatto un quarto di quel che ha fatto d’Annunzio, ne avrebbero realizzato film, documentari, studi, biografie e celebrazioni a bizzeffe; in Italia invece se ne prova quasi vergogna. Il film è suggestivo, racconta gli ultimi anni di d’Annunzio, volontariamente rinchiuso nel Vittoriale, anziano e ormai stanco e disgustato dalla politica, intento solo al compimento del suo “libro di pietra” e a trastullarsi tra letteratura, donne e cocaina. La storia raccontata si basa su fatti documentati. Gianluca Jodice, autore e regista del film, mostra un d’Annunzio crepuscolare (interpretato da Sergio Castellitto) attraverso gli occhi del federale di Brescia Giovanni Comini, inviato al Vittoriale dal segretario del Partito Nazionale Fascista Achille Starace, formalmente per farsi interprete delle richieste del poeta (“D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si copre d’oro o lo si estirpa”, pare abbia detto Mussolini) ma in realtà con l’obiettivo di spiarlo. Non è l’unico, dal 1923 soggiorna al Vittoriale il commissario Giovanni Rizzo, scorta e spia di d’Annunzio, mandato da Mussolini con questo ordine: “Notizie sullo stato d’animo del poeta da comunicare immediatamente. Fare capo a me per tutto quello che riguarda il Vittoriale. Telegrafatemi in cifra, scrivetemi, occorrendo venite a Roma. Troverete lassù tutto un ambiente che ha prevenzioni contro il fascismo. Ciò è comprensibile: è gente devota e fedele al Comandante”.

Qui si srotola l’annosa e irrisolta questione del rapporto tra il Comandante e il fascismo, di cui ci siamo già occupati su queste pagine. Non correva buon sangue tra il poeta e i fascisti, da lui definiti “demagoghi che credono di aderire alla realtà e non aderiscono se non alla loro camicia sordida”. Molte fonti indicano l’opposizione del Comandante al regime e al partito di Mussolini, a cominciare dall’invio delle spie, con cui ben poco condivideva: Mussolini impedì l’invio di volontari e denaro a Fiume; dopo l’omicidio di Matteotti il Vate si disse “molto triste di questa fetida ruina”, frase che diventò pubblica suscitando la contrarietà del Duce; suoi amici riportarono la preoccupazione per le libertà che si prendeva nel parlare male del regime; espresse massima opposizione all’alleanza con Hitler, da lui definito “pagliaccio feroce”, di cui per sua fortuna non vedrà gli effetti. Morirà il primo marzo del 1938 e Rizzo annuncerà a Mussolini: “ho il dolore di darvi una buona notizia”.

L’opinione comune di d’Annunzio come intellettuale organico al fascismo, sebbene smentita dalle biografie, è dura a morire. Curiosamente, questa è l’opinione del Mussolini pubblico (peraltro ben diversa da quella del Mussolini privato), giunta fino a noi senza che ci si curasse di verificarne la fondatezza. Gli antifascisti in servizio permanente effettivo hanno così sentenziato e nulla li farà recedere, mentre i vari fascistoidi non vogliono rinunciare a un loro santino. Tanto basta per vanificare gli sforzi della ricerca storiografica e biografica.

Certamente d’Annunzio offrì inconsapevole molte forme e idee al fascismo: l’oratoria infuocata, i discorsi al balcone, l’idolatria per il “genio latino indomito”, la marcia su Roma, erano tutte creazioni del poeta fatte proprie da Mussolini, che poté così dotarsi di un apparato propagandistico e iconografico vincente e di una linea di continuità con quello che era l’italiano più celebre al mondo. Tale apparato si affinò a Fiume, occupata da d’Annunzio e dai suoi “legionari” nel 1919, ma in tutt’altra prospettiva. Vi si esprimeva un afflato libertario e giocondo sconosciuto alle camicie nere: infatti a Fiume confluirono tra gli altri anarchici e rivoluzionari, a cominciare dal Capo di Gabinetto della Reggenza Alceste de Ambris, divenuti poi risoluti antifascisti e con cui il Comandante mantenne contatti e contiguità. Considerare dunque d’Annunzio un antifascista sarebbe forse un’esagerazione – dopotutto i fascisti erano suoi figli, per quanto illegittimi – ma prenderlo per massimo rappresentante culturale del regime di Mussolini è una panzana.

Il cattivo poeta inevitabilmente si scontra con questo problema e lo fa in maniera netta. Il Comandante è presentato come un principe rinascimentale chiuso nel suo palazzo e circondato dai suoi cortigiani (spie comprese), vittima dell’anzianità e dei suoi vizi, incupito dalle scelleratezze del regime e soprattutto dall’avvicinamento a Hitler, da cui prevede non verrà nulla di buono. Perciò decide di parlare con Mussolini a Verona, sosta nel rientro dalla Germania, dove il dittatore ha incontrato Hitler. Che d’Annunzio caldeggiasse un’alleanza con i popoli latini, Francia in primis, contro il “ridicolo nibelungo truccato alla Charlot”, è fuori discussione. Che la visita a Verona fu l’estremo tentativo di scongiurare l’alleanza coi nazisti è probabile ma dubbio. Molto più che dubbie sono invece le circostanze della morte del poeta mostrate nel film.

D’Annunzio morì la sera del 1° marzo 1938 per emorragia cerebrale. Faceva largo uso di farmaci, tra cui antidepressivi, e cocaina: non è da escludere che un eccesso di questi lo abbia condotto alla morte. Forse addirittura autoindotta, poiché pativa “quegli effetti di malinconia mortale che mi fanno temere di me, perché è predestinato che io mi uccida”, come scrisse pochi mesi prima a un’amica. Nel film però si mostra la cameriera tirolese Emy Heufler somministrare le medicine al poeta, che ne muore evidentemente avvelenato. Questa è un’ipotesi suggestiva avanzata da Guerri (consulente storico del film) poiché la germanofona Emy dopo il servizio presso il Vittoriale si trasferì in Germania, dove pare abbia lavorato per il ministro nazista Von Ribbentrop. Circostanza bizzarra, soprattutto se si tiene in conto che la permanenza di Emy, che faceva di tutto per rimanere il più possibile col Vate, secondo le testimonianze degli altri inquilini del Vittoriale, coincise con un aggravio delle condizioni di salute e della dipendenza da cocaina di d’Annunzio. Rimane però pur sempre una vaga ipotesi, come incerto è il grado di ostilità del poeta al regime e al suo capo.

Il film appare invece didascalico nel mostrare un d’Annunzio irriducibile, un nemico del regime ripagato con la stessa moneta, vittima imbelle dei suoi stessi collaboratori e della vecchiaia. Ne emerge il ritratto di un d’Annunzio piatto, privato delle mille sfaccettature e contraddizioni che lo distinsero anche nell’anzianità. Ma queste sono sottigliezze da esegeti. In realtà l’ignoranza intorno alla vita e alle opere di un caposaldo della letteratura italiana dilaga perfino tra i cosiddetti letterati. Non resta dunque che sperare, magari con eccesso di illusione, che Il cattivo poeta riesumi nel pubblico reminiscenze scolastiche e induca qualcuno a leggere opere di d’Annunzio o su di lui. Che da ciò possa nascerne un serio dibattito, invece, lo si esclude a priori.

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