Contro la tecnica

Intervista a Luigi Iannone sul suo nuovo saggio, "Critica della ragion tecnica"
Intervista a Luigi Iannone sul suo nuovo saggio, "Critica della ragion tecnica"

Critica della Ragion Tecnica, l’ultimo saggio di Luigi Iannone, rievoca nel titolo il capolavoro di Immanuel Kant. Ma, in un tempo in cui la ragione diventa “tecnica”, è ancora possibile condurla dinnanzi al tribunale di se stessa? La risposta non è scontata e Iannone si confronta con l’arduo problema facendo propria la convinzione di Martin Heidegger secondo cui, nonostante la sua foggia ammaliante e apparentemente rassicurante, la tecnica moderna non sia affatto un mezzo neutrale. I fenomeni che – a dispetto dei vari e innegabili vantaggi – ne accompagnano l’inarrestabile avanzamento, non lascerebbero al riguardo alcun dubbio: standardizzazione, uniformazione, spersonalizzazione, automatismo, accelerazione, quantità che prevale sulla qualità, distruzione di ogni limite, desacralizzazione, deiezione, dominio sulla natura. Nel libro, pubblicato da Idrovolante Edizioni e introdotto dal filosofo Roger Scruton, lo studioso casertano prende le mosse dal mito di Prometeo per proseguire con la filosofia classica, transitare per il cristianesimo e arrivare all’età moderna esplicitando i mutamenti di paradigma che hanno condotto a interpretare ogni volta diversamente la tecnica, l’uomo e la natura e che, parimenti, si mostrano quali tappe di un unico itinerario “metafisico”. Quantunque l’oggettivazione del mondo proceda incontenibilmente, relegando all’irrazionale tutto ciò che resiste alla quantificazione, emergerebbe una inquietante “angoscia anteica” che testimonierebbe non solo l’impossibilità di irretire definitivamente il dolore e le forze elementari, ma anche l’affiorare della dimensione tellurica di cui appunto, jüngerianamente, il mito di Anteo sarebbe il simbolo. Dopo aver menzionato come negli anni Trenta tantissimi filosofi abbiano vagliato il tema della tecnica moderna, Iannone riesamina l’argomento alla luce di un fattore decisivo: gli autori del passato hanno previsto ciò che sarebbe accaduto e noi staremmo vivendo l’attuazione di queste precognizioni – senza che, malgrado il contributo dei filosofi menzionati, sia sorto un pensiero in grado di arginare l’avanzamento del nulla sotteso alla mobilitazione totale e alla “satanica” inversione dei mezzi in fini. Il pensatore campano, d’altronde, non è nuovo a siffatte esegesi in-attuali essendosi occupato in questi anni non solo di Jünger, Heidegger e Schmitt, ma anche di tanti altri pensatori non allineati al cosiddetto pensiero unico, pensatori insomma, alla stregua dello stesso Iannone, “ribelli” – come recita il titolo dell’omonimo saggio del 2019, Il pensiero Ribelle e come emerge da altri evocativi lavori quali, per citarne solo alcuni, Manifesto antimodernoL’ubbidiente democraticoIl profumo del nichilismo e Sull’inutilità della destra.

Critica della ragion tecnica, saggio definito da Scruton “intenso, raffinato ed efficacemente esposto”, oltre a contenere una originale interpretazione della tecnica, ha altresì il merito di essere scritto in modo chiaro e di non scadere in una narcisistica esibizione di erudizione. Questi brevi cenni non esauriscono minimamente le complesse tematiche affrontate in Critica della ragion tecnica, ma sono propedeutici al dialogo che abbiamo l’occasione e la fortuna di intrattenere con Luigi Iannone. 

Prima di sondare il significato del tuo ultimo saggio, ci piacerebbe inaugurare questo dialogo partendo da te. Qual è la storia di Luigi Iannone e da dove deriva l’interesse per la Filosofia?

Credo sia una storia comune a tanti. Avevo una passione smodata per la politica e per la lettura. Per un po’ viaggiarono insieme. Ma i libri che solleticavano il mio interesse non erano previsti nel programma scolastico e così diventai esperto di librerie fuori dal circuito delle grandi catene. Il quarto anno di liceo venne per un seminario un professore di Storia delle dottrine politiche. Rimasi fulminato. Avevo scoperto una materia che combinava temi politici e pensiero filosofico. Lo rincontrai dieci anni dopo. Diventammo amici. Lui era iscritto al partito radicale: liberale, liberista, antiproibizionista eccetera. Io non avevo (e non ho) nulla in comune con quel mondo.Ma aveva interessi simili ai miei: Carl Schmitt, i controrivoluzionari, Jünger, Prezzolini, il mondo delle riviste fiorentine del primo novecento, la rivoluzione conservatrice tedesca, il revisionismo storiografico, le riviste conservatrici italiane degli anni cinquanta. E ne parlavamo tutto il tempo. Purtroppo, da qualche anno non c’è più, ma l’unica dedica che ho fatto in un mio libro è stata per lui.

Dunque sei arrivato alla filosofia un po’ per caso, quasi attraverso il contrasto. Sarà ora interessante capire come tra i tanti argomenti sia giunto a trattare proprio il cruciale tema della tecnica che costituisce l’oggetto del tuo ultimo saggio. Per indagare una tematica così complessa ti servi dei grandi pensatori del Novecento come Jünger e Heidegger – per citarne soltanto alcuni. Questi pensatori avrebbero profetizzato ciò che staremmo attualmente vivendo. 

Loro più di altri. Ma anche Friedrich Jünger, il fratello di Ernst. Poi, Spengler, Romano Guardini, lo stesso Freud. E se vogliamo, anche l’industria cinematografica. Charlie Chaplin, con Tempi moderni, intuì le derive dell’industrialismo e, ancor prima, Metropolis, il film di Fritz Lang, che è del 1927, del quale forse solo oggi comprendiamo appieno le visioni preconizzanti.

Nel testo noti come proprio ora che gli eventi previsti si sarebbero appalesati, non saremmo in grado di pensarli in maniera adeguata. Il problema che si impone è dunque il seguente: è possibile pensare la tecnica in modo non tecnico all’interno di quel sistema che Jacques Ellul definisce con la felice espressione di “Megamacchina”? 

È difficile pensare un tema così complesso dal di fuori, cioè “pensandolo” alla maniera di Heidegger. In fondo, l’uomo convive con la tecnica da sempre. Sin dalla notte dei tempi abbiamo interagito con la natura e per farlo ci siamo serviti di ogni tipo di artificio. Abbiamo compreso che per gestire e governare la quotidianità e gli imprevisti avremmo dovuto dotarci di supporti. La ragione umana ha dunque portato avanti dei processi selettivi servendosi sia dell’esperienza che degli errori e, in questo modo, siamo giunti alle attuali conoscenze. La consuetudine, la regolarità, gli errori fatti disvelano i percorsi più semplici da seguire e meno dispendiosi in termini di fatica fisica. Le risorse economiche hanno fatto il resto. Tuttavia, sono passaggi che stanno via via andando sullo sfondo rispetto a una mega-macchina consumistica e tecnologica che spinge verso il postumano. Ho parlato, in questo senso, di scenario alla Matrix, film peraltro a cui i due registi chiesero una consulenza (poi negata) a Jean Baudrillard; un mondo in cui vi è una umanità che avanza grazie alle macchine e vive nell’illusione che quella percepita sia la realtà.

L’argomento ci conduce a una domanda radicale: in che senso la tecnica moderna, a dispetto delle rassicuranti esegesi moderne, non è un mezzo neutrale e in che senso la sua stessa essenza, come rivela Heidegger, non è nulla di tecnico?

Qui, bisogna proprio seguire Heidegger. Dobbiamo portare alle estreme conseguenze il ragionamento fatto prima. Nel nostro tempo, dove tutto è calcolo e utilità, la tecnica è diventata ambiente; quindi non solo condizione ineludibile per l’esistenza, e non solo supporto o strumento, ma potenza in grado di rendere la natura spazio residuale. E lo snodo è questo: se la tecnica rappresenta il nostro ambiente, sarà essa a dettare, costruire e organizzare in maniera diretta o indiretta le regole e gli scenari: “Poiché la realtà si regge sull’omogeneità al calcolo pianificabile, anche l’uomo vi si deve uniformare, per restare all’altezza della realtà”, dice Heidegger. Su questo specifico punto, Emanuele Severino ha scritto pagine notevoli.

Ma allora, se la tecnica è l’ambiente all’interno del quale ne va della nostra stessa essenza e se, come scrivi, il principio di responsabilità di Jonas appare insufficiente a causa della infinita mutevolezza della “mobilitazione totale”, come possiamo “salvarci”? Mi pare che tu apra a una possibile risposta riprendendo, tra l’altro, sia il celebre confronto tra Jünger e Heidegger sul nichilismo che le stesse figure jüngeriane del Wäldganger e dell’Anarca.

…che, in realtà, sono sempre e solo delle riposte individuali. C’è stato tutto un fronte culturale, quello maggioritario nel Novecento (e lo è ancora adesso!), che ritiene questo approccio sbagliato. Partendo dal presupposto che la tecnica sia sempre e comunque uno strumento, arrivano alla conclusione che la direzione di marcia, i limiti, le regolamentazioni possano tranquillamente passare attraverso atti politici e legislazioni mirate. Questa però – come dicevo – non è più la mia posizione. E aggiungo che i punti di vista di Jünger e Heidegger sono, in un certo senso, distinti ma complementari. Il primo vede la salvezza nel “bosco”; il secondo auspica o, almeno, presagisce come via d’uscita una frattura nella Storia, quel “solo un Dio ci può salvare’’ che, però, sarebbe esterno alla nostra soggettività. Il tutto – come si vede – fuori dalla misera battaglia partitica perché oramai la cornice è sempre e solo globale.

Staremmo quindi assistendo alla realizzazione dello Stato mondiale preconizzato da Jünger – come se la tecnica stesse mostrando tutta la sua valenza “metafisica”. Nel testo però asserisci che la tecnica racchiude una essenza “metafisica” anche perché contiene in sé alcune istanze tipiche delle religioni, ad esempio la promessa di felicità e di immortalità. Tuttavia si tratterebbe di una sorta di illusione giacché la tecnica avrebbe quale unico fine soltanto la sua stessa espansione. Puoi argomentare questo importante passaggio del tuo libro?

Anders riconosce le cause prime di questa deriva nella “desoggettivazione” dell’uomo nel momento in cui si sostituisce la realtà con l’artificio. Noi siamo in una fase molto avanzata dello sviluppo della tecnica. All’inizio, ha riguardato il mondo delle macchine, la fase pioneristica dell’industrialismo su cui Marx ha costruito la sua filosofia. Poi, quella attuale, che ambisce al perfetto automatismo e a una rassegnata contemplazione. Infine, si arriverà (e non siamo molto lontani) a una fase che Jünger definisce “magica”:

“Nei più importanti settori – scrive in Heliopolis – la tecnica può considerarsi conclusa. La tecnica entra, inosservata, nella sua terza fase. La prima era una fase titanica e consisteva nella costruzione del mondo delle macchine. La seconda era una fase razionale e condusse all’automatismo perfetto. La terza è magica, poiché essa anima gli automi con l’intelletto. La tecnica assume un carattere magico: si fa omogenea coi desideri. Al ritmo si unisce il melos. Si è aperta così una nuova forma d’essere: e le chiavi possiamo metterle da parte”.

Se leggiamo la Storia in questo modo ci accorgiamo che in un simile contesto sprofonda anche la Chiesa che fa sempre più fatica a rappresentare il Katechon. Le religioni individuavano un dopo oltre la linea temporale, la tecnica esaurisce l’orizzonte all’interno del tempo. Non c’è la storia come éschaton ma un orizzonte secolarizzato dove la tecnica potenzia se stessa e il corso degli eventi perde di significato. Si vive nell’eterno presente.

A tal proposito affermi che il percorso descritto va di pari passo col nichilismo e con la connessa svalutazione dei valori, dinamica amplificata dal successo dei nuovi media. Prendendo spunto dalle riflessioni di celebri autori quali McLuhan e Baudrillard, hai infatti indagato la compenetrazione tra reale e virtuale. D’altro canto, tu stesso – a ribadire come dalla tecnica non si possa mai sfuggire del tutto – sei molto attivo nei social network. Puoi spiegarci questo apparente paradosso?

La tecnica opera a tutto campo e la sua azione è monopolizzante. E ovviamente io non ne sono immune. Modella una nuova percezione della realtà, fa in modo che ognuno di noi la accetti quasi acriticamente. E poi provoca una visibilità degli oggetti ma anche assuefazione. Siamo la prima generazione che, per esempio, oltre a comprendere l’idea della “tecnica come ambiente”, la vive senza alcun freno inibitore. Non a caso si è coniato il concetto di “nativi digitali”. Quanto al fatto di utilizzare strumenti tecnici, come dicevo, è connaturato all’uomo. Il punto è il sovvertimento delle priorità, l’azzeramento dei valori e l’incapacità di gestire il progresso in ogni sua forma. A noi – come individui – tocca trovare e alimentare una qualche forma di resistenza.

Ma se il dominio della tecnica si allarga a tal punto da condizionare la fruizione degli eventi e la loro narrazione, è veramente possibile “resistere” e in qualche modo incidere attraverso il dissenso e l’utilizzo dello spirito critico?  

Credo di no! Almeno nelle forme che abbiamo conosciuto nell’ultimo secolo. Si può tentare una resistenza parziale (“il bosco”) e ritenere al contempo che, prima o poi, vi possa essere quella frattura della Storia di cui si diceva prima. Ma bisogna sempre tener presente che parlo di “ragion tecnica” proprio perché abbiamo di fronte qualcosa di avvolgente e fascinoso. Siamo in piena epoca nichilistica ma facciamo fatica a comprenderne gli epifenomeni e quindi a combatterla, perché il nichilismo è ordine e non caos… e tutto “funziona”. E se tutto “funziona” perché a qualcuno dovrebbe venir in mente di sparigliare le carte?

Tuttavia, forse, potremmo trarre ispirazione da alcuni grandi pensatori. E tu, certamente, hai molto da dire anche in questo senso visto che hai avuto modo di collaborare con filosofi e storici di altissimo livello quali ad esempio Alain de Benoist, Roger Scruton ed Ernst Nolte. Con chi, tra questi grandi autori, ti sei trovato maggiormente in sintonia, ci puoi raccontare qualcosa al riguardo?

A de Benoist chiesi una introduzione per un mio libro e, dopo due settimane, mi arrivò un saggio di venti pagine. Fu una graditissima sorpresa. Con Ernst Nolte mi ha legato un sentimento di amicizia. Per qualche anno ci siamo scambiati lettere, mail, telefonate. Ci siamo visti varie volte e l’ultima, poco prima che morisse, a Berlino, quando a fine giornata mi chiese di farmi carico di una parte cospicua di libri in lingua italiana che appesantivano la sua libreria. Libri di autori “importanti”. Per ovvie questioni logistiche mi limitai all’essenziale, non potendo caricarli tutti sull’aereo. Ma, ora, li ho segnati con un “NOLTE” maiuscolo, e a penna, sulla copertina. Scruton è quello sul quale ho scritto di più. Ho pubblicato un libro-intervista nel 2010, una piccola monografia e mi ha regalato l’introduzione a Critica della ragion tecnica. E spero che una novità editoriale sulla quale stiamo lavorando io e Gennaro Malgieri da qualche tempo, riesca a vedere la luce entro l’estate. Scruton, però, è un conservatore classico di stampo anglosassone che, muovendo da una matrice pessimistica tende a diradare lo scenario con dosi di fiducia e speranza nel futuro; io muovo da una posizione diversa perché a me manca del tutto questa seconda parte. 

Ti salutiamo con un’ultima domanda: Spengler chiude Il tramonto dell’Occidente con la frase “Ducunt volentem fata, nolentem trahunt”. Alla luce del percorso delineato, quale significato assume l’antico motto stoico? 

Forse, proprio il significato datogli da Spengler:

“Noi non abbiamo la possibilità di realizzare questo o quello; abbiamo solo la libertà di fare ciò che è necessario o nulla”.

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