I guardiani della scienza

Questa epidemia ci ha insegnato che la scienza per progredire deve contraddirsi.
Questa epidemia ci ha insegnato che la scienza per progredire deve contraddirsi.

Con i coccodrilli il giornalismo tende a dare il peggio. Perché il giornalismo è una storiografia del presente e non si adatta granché alla comprensione di ciò che è passato oltre. E anche, semplicemente, perché per parlare della morte bisogna saper scrivere e la letteratura diventa tanto più necessaria quanto più ci si avvicina all’assoluto. I coccodrilli dedicati a Luc Montagnier sono stati, dunque, terribili. Ma utili. Perché, nel tracciare lo schemino del premio Nobel convertitosi alla pseudoscienza, traditore di guerra o vecchio rintronato a seconda della sensibilità dello scrivente, si è rivelata tutta l’inadeguatezza della comunicazione in merito.

Allora facciamolo noi uno schemino, proprio elementare, perché purtroppo serve. “Pseudoscienza” è uno di quei termini semanticamente svuotati che sono finiti per diventare insulti generici, e non indicano più niente di specifico. Ce ne sono tanti: TERF per le questioni di genere, fascista di questi tempi, comunista ai tempi della Guerra Fredda. Chi li usa vuol screditare senza definire. La parola dovrebbe, invece, conservare la sua natura epistemologica: pseudoscienza è la pratica di chi apparentemente usa gli stessi strumenti della scienza ma ,per dolo o colpa, sbaglia al punto da rendere gli strumenti inattendibili. Il discorso riguarda la prassi, non l’ipotesi. Il predicatore creazionista non fa pseudoscienza, perché si appella alla Bibbia e non al metodo. Provare a studiare gli oroscopi non è pseudoscienza, finché i protocolli sperimentali sono validi e le statistiche non distorte: questa controversia in particolare riemerge ciclicamente, senza condurre mai a niente, riguardo alla parapsicologia – per esempio quando Daryl Ben della Cornell University ha pubblicato su un giornale autorevole il suo studio sulla previsione del futuro, nel 2011. Invece, è pseudoscienza dichiarare un farmaco sicuro senza aver condotto tutte le ricerche necessarie a garantire la sicurezza – c’è un elenco infinito di scandali del genere. Un esempio a caso: l’antinfiammatorio Vioxx è stato ritirato dal mercato nel 2004, dopo aver provocato più o meno 100mila attacchi cardiaci, perché l’azienda produttrice, Merck, aveva ottenuto l’approvazione manipolando i dati sperimentali.

La comunicazione scientifica privilegia la superficie agli ingranaggi: il consenso intorno a un certo paradigma, le proposte che suonano credibili, il buon senso di questa modernità mummificata. Basta tornare a Thomas Kuhn e ci si rende conto che questo curioso conservatorismo positivista sta all’opposto di come la scienza dovrebbe funzionare: cioè, demolendo e ricostruendo all’infinito la biblioteca dell’universo. Il problema è la pretesa di applicare alla scienza le categorie di una quieta gnoseologia universale: verità, comprensibilità… le categorie della Scolastica, insomma, quelle buone per affermare l’ordine come in cielo così in terra. La provvisorietà del sapere scientifico mal si adatta a una comunicazione giornalistica. Servono certezze: e allora “lo dice la scienza”, anche se la scienza per progredire deve contraddirsi. Paradossalmente, gli strumenti concettuali offerti al pubblico da questo giornalismo non possono distinguere scienze da pseudoscienze. Montagnier proponeva di curare il Parkinson con la papaya: è sbagliato, ma sappiamo perché? Gli studi esistono, hanno dei difetti? Quali? Il punto non è, ovviamente, difendere teorie del genere: piuttosto, il principio che tutte le teorie sono uguali di fronte ai dati. E che, anzi, è più facile ingannare il mondo facendo scienza plausibile – come quella dietro il Vioxx – piuttosto che con l’omeopatia e altre bizzarrie.

Questo è il primo equivoco, un equivoco semantico. Ce n’è un altro, più grave, uno dei soliti equivoci della speranza in cui ricade chi non ha ancora eliminato la parola dal vocabolario, come Pasolini. Molta gente crede che la scienza viva di un’esistenza propria, in qualche modo diversa e superiore alla somma delle esistenze degli scienziati. Che sia onesta di per sé, che abbia un potere di verità superiore a quello degli uomini. Il principio è quasi teologico, un ex opere operato che proclama la santità della pratica, a prescindere da chi la compie. Ovviamente non ha senso. Delle pressioni delle dirigenze nel privato e del nepotismo nelle università si potrà dire che sono problemi generici, indefinibili, ma la scienza moderna ha i suoi malfunzionamenti strutturali, e John Ioannidis li ha evidenziati nel suo ormai storico studio del 2005, Why most published research findings are false. Protocolli raffazzonati, mancanza di replicazione, falsi positivi, ipertrofia di ricerche qualitativamente scarse, prodotte solo per alimentare carriere. Soprattutto, bisognerebbe ammettere che la scienza è un nucleo di potere – in effetti, la forma che ha assunto il potere spirituale nella modernità occidentale – e condivide tutti i meccanismi del potere. Soprattutto, una cabala sclerotica di figure dominanti che modella la verità a fini di autoconservazione: ecco, chi invoca il “consenso scientifico” sta parlando, almeno in una certa misura, delle opinioni di queste figure. Max Planck riassume la faccenda:

“Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, quanto piuttosto perché alla fine muoiono, e nasce una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari.”

Anche fuori dall’accademia è piuttosto comune che i guardiani della scienza siano, in effetti, solo guardiani del presente. Il ruolo dei debunker era già stato smascherato da Marcello Truzzi, scettico seminale e fondatore del CSICOP, negli anni Settanta. Truzzi è una figura interessante, di gran lunga più complessa dei banalissimi scientofili che hanno indegnamente ereditato il suo manto: già imparare a distinguere pseudoscienza e protoscienza solleverebbe a livelli dignitosi il dibattito pubblico. C’è, poi, un’altra distinzione elegante avanzata dal sociologo statunitense: il vero scettico, nel valutare un fenomeno, non deve agire come avvocato di una delle due parti, ma solo come amicus curiae. Non difende una causa ma recupera a riordina la massa delle informazioni. Ecco: non si trova nella produzione giornalistica italiana un articolo di contenuto scientifico che non parta da un preconcetto. O questi avvocati dell’ordine costituito oppure, dalla parte opposta della barricata, la congerie dei folkloristici teorici del complotto.

Dicevamo che la scienza è una forma di potere. Lo si dimentica troppo spesso. Il punto non è tanto che la scienza sia asservita al potere – alla maniera di von Braun e dei suoi missili nazisti – per quanto ciò avvenga comunemente: il punto è la naturale affinità fra scienza e potere. Leggere Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer sarebbe un utilissimo esercizio di scetticismo. Lì si trova il flusso carsico che inevitabilmente conduce dal dominio materiale della borghesia a quello culturale dell’illuminismo, al capitalismo, alla modernità e a forme sempre nuove di barbarie. Riguarda il rapporto di dominio che l’uomo instaura con la natura, il processo di emancipazione che inizia con l’asservimento della natura ma si perde, non giunge mai alla libertà finale: “ciò che gli uomini vogliono apprendere dalla natura è come utilizzarla ai fini del dominio integrale della natura e degli uomini”.

Acutamente, Adorno e Horkheimer scoprono come la moltiplicazione di forze della società borghese arrivi al punto di escludere qualsiasi forma di amministrazione estranea ai meccanismi. Nessuna alternativa, fine della storia. Nell’impossibilità di scindere la reificazione della natura dall’alienazione dell’uomo si potrebbe trovare anche il peccato originale del marxismo – perché Marx è stato, dopotutto, un grande ammiratore della borghesia come forza storica – e la sua pericolosa disumanità, evidente nei luoghi della storia dove si è realizzato al posto del socialismo utopistico, quello di Proudhon e Tolstoj, usurpandone le forze sociali. Comunque sia, Dialettica dell’illuminismo è la storia dell’illuminismo che si rovescia nel suo contrario, ed è emblematico che chi parla di scienza, oggi, abbia finito per essere così antiscientifico: così dogmatico, avverso al dubbio, indolente nel pensiero, incapace di contraddire, conservatore di un conservatorismo senza nemmeno bellezza.

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