OGGETTO: I confini della democrazia
DATA: 22 Ottobre 2020
SEZIONE: inEvidenza
Il Coronavirus non può monopolizzare il dibattito politico, non può essere l’unico perno attorno al quale ruotano tutte le discussioni. In uno stato democratico la necessità di rispettare le esigenze e i bisogni di tutte le parti in causa è il cardine attorno al quale ruota l’essenza stessa della democrazia.
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Lockdown o non lockdown? È questo l’eterno dilemma… Nel pieno di una nuova recrudescenza del coronavirus, di una seconda, prevedibile ondata di contagi tornano a scricchiolare i cardini attorno ai quali ruota l’essenza della democrazia. Il primo impatto con il virus ci ha lasciati attoniti. Paura, incredulità, smarrimento dominavano l’animo di tutti, i giornali e le opposizioni tacevano, nessuno osava contestare, seppur in minima misura, le decisioni prese dal governo, tutti erano troppo annichiliti da questa nuova ignota minaccia. Otto mesi dopo, attraversata una lunga, problematica quarantena, nella capitale esplodono le manifestazioni e gli esponenti delle categorie di lavoratori più colpite dalla chiusura forzata scendono in piazza e protestano. Il governo temporeggia, rassicura, opta per la ripartenza e poi fa marcia indietro, in un continuo tira e molla tra speranze e disillusione; sui social imperversano le polemiche e nel frattempo i virologi, i grandi protagonisti dei palcoscenici mediatici degli ultimi mesi, snocciolano stime, tabelle, previsioni in una cacofonia di espertissimi e sempre più contradditori pareri. I cittadini, spaventati e nauseati, brancolano nell’incertezza. Nell’estate appena trascorsa ci sono stati dei timidi segni di ripresa, ma le stime dell’Istat stroncano, senza lasciare spazio alle illusioni, le speranze degli italiani: la recessione è in atto. Crollo degli investimenti, aumento esponenziale della disoccupazione a fronte di una costate crescita della spesa pubblica, contrazione dei consumi sono i leitmotiv della narrazione politica e sociale di questi ultimi tempi. Dietro queste asettiche cifre si nascondono, malcelate, realtà umane profondamente drammatiche, vite spezzate, storie di famiglie che arrancano sul baratro del tracollo economico. 

Questo è la fotografia dell’Italia oggi, in uno scenario post bellico direbbero alcuni. E proprio quando pensavano di poter finalmente trarre un sospiro di sollievo, rispuntano i vecchi, odiosi Dpcm, che tanto fecero penare gli italiani. I contagi aumentano e il governo introduce nuove restrizioni. Viene sancito un nuovo stop alle fiere, alle sagre, alla tanto bistrattata movida, (i gestori di pub, discoteche e sale da ballo, che non hanno mai conosciuto una vera ripartenza, sono di nuovi primi a cadere,) i ristoranti, le palestre e i centri estetici cadono nel mirino di Conte, le scuole e le università tentennano.

Il diritto al lavoro, grande assente di questi ultimi mesi, continua a essere immolato sull’altare della pubblica sicurezza. E stavolta i Dpcm del signor Conte irrompono nelle nostre case: feste e riunioni familiari sono ufficialmente vietate e al vicinato ficcanaso viene finalmente concesso il diritto di spiare, con il benestare del governo che ha ufficiosamente sdoganato le pratiche di delazione, le attività sospette dei propri dirimpettai. Ciò che davvero spaventa è l’emergere di una nuova mentalità, fino a pochi mesi fa estranea e repellente alla società occidentale, una cultura del controllo, della sorveglianza. «Attenzione,” scrive Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, “questo è un terreno assai delicato, ci manca solo che lo Stato varchi la porta delle nostre case, che una legge stabilisca chi può entrare e chi no, chi deve uscire e chi può restare e a che condizioni.” Iniziativa che, stando a Sallusti, mette paura per i principi che viola.

Di nuovo ci s’interroga sulla legittimità di tali provvedimenti, nella delicatissima contrapposizione tra salute pubblica, sicurezza e libertà individuali. Esiste un confine che lo Stato, anche in nome della pubblica sicurezza, non può oltrepassare? Confine sempre più incerto nel gusto, ormai sempre più diffuso, per lobbedienza cieca, acritica a ogni imposizione dettata dal governo, nella caccia fanatica ai dissidenti sponsorizzata dai media, (oggi i giovani che escono di notte, ieri i runners), nella demonizzazione del pensiero ribelle alla narrazione dominante. 

Nel collasso della dialettica democratica ogni strategia che si discosti ereticamente dal modello unico di prevenzione del virus viene schiacciata dalla soporifera e sempre più discutibile retorica che difronte a ogni appello, suggerimento, contestazione risponde con il suo immancabile ritornello: “ci troviamo a fronteggiare una minaccia senza precedenti, non possiamo allentare la stretta, in questo momento, in questa situazione, in questo particolarissimo frangente…” Questa retorica instilla nell’ascoltatore un profondo senso di minaccia, la percezione di star vivendo un’apocalisse sanitaria e globale. Il marasma di problemi che affliggono l’Italia, la catastrofe economica in atto, l’oppressione fiscale, l’inefficienza e la lentezza dell’apparato burocratico, l’immigrazione incontrollata, la corruzione dilagante, l’atavico degrado del Meridione, stretto nella triplice morsa dell’arretratezza, della povertà e delle criminalità organizzata, tutte le questioni irrisolte del nostro paese, divenute di secondaria importanza, vengono relegate sullo sfondo. Il coronavirus continua a monopolizzare tutti i dibattiti, tutte le agende politiche, è il protagonista indiscusso di tutte le trasmissioni televisive. 

Giorno dopo giorno si assottiglia lo spazio concesso alle altre problematiche, in una riduzione costante e inarrestabile di tutte quelle forma mentis che alla narrazione monomaniacale incentrata sull’ossessiva enumerazione dei positivi (anche se asintomatici) e sull’importanza dell’indossare con religiosa osservanza le mascherine, tentano d’opporre un quadro più ampio, democratico, potremmo dire. L’inganno di questa grande narrazione è nell’aver creato nell’immaginario collettivo una categoria privilegiata di malati. In primavera, nei mesi caldi della pandemia, ci sono state il 72% di operazioni chirurgiche in meno, rimandate senza troppe cerimonie, causa lockdown, il 52% di diagnosi di tumore saltate, la mortalità per infarto triplicata. La società italiana di cardiologia ha lanciato l’allarme: sono dimezzati gli accessi per infarto al pronto soccorso. Pare quasi superfluo ricordare che molte malattie aggressive, se non prevenute o trattate precocemente, hanno un esito fatale. La tanto sacra e osannata salute pubblica, in nome della quale sono state imposte limitazioni e restrizioni sempre più pervasive, ha tutelato i soggetti a rischio coronavirus e al tempo stesso ha ignorato le esigenze di altri soggetti a rischio. In uno stato democratico il compito del governo è assicurarsi che tutte le saluti vengano tutelate. E non esiste soltanto la salute sanitaria, il polso economico, morale, la tenuta sociale del paese sta collassando.

Il settore privato è paralizzato, le aziende non osano assumere nuovo personale in vista di una nuova, possibile chiusura, al precariato dilagante tra i giovani non vi è più alcun argine, soltanto il settore pubblico non è stato colpito da questa inarrestabile marea di distruzione, ma l’imposizione dello smart working ha fatto crollare le prestazioni di un apparato già deficitario in efficienza e capacità di soddisfare le esigenze dei cittadini. Tempi d’attesa biblici, uffici vuoti e spettrali, l’impossibilità per i liberi professionisti di svolgere, in assenza delle concessioni e dei permessi rilasciati dalla pubblica amministrazione, il loro lavoro, un settore edile che annaspa in un limbo di attese senza fine, come lo sfortunato Viktor Navoroski, protagonista di The Terminal.

L’Italia oggi è un paziente stremato, tenuto in vita grazie alle trasfusioni che l’Europa ci ha generosamente erogato. Lo stesso governo, riversando a pioggia sui cittadini bonus e regalie, cerotti contentino che nulla possono contro l’inarrestabile emorragia che affligge il paese, di fatto non ha promosso alcuna reale strategia di ripresa. Benissimo, diranno alcuni, la nostra priorità adesso è debellare il virus. E se continuiamo di questo passo, il virus verrà certamente sconfitto, ma cosa succederà in seguito? La cura ha funzionato, la malattia è stata sconfitta, ma il paziente è morto. Cosa fare allora quando paradossalmente la cura diviene più letale e distruttiva della stessa malattia? Il governo è come un contadino, che vedendo il proprio vigneto infestato da odiosi parassiti, appicca il fuoco al suo stesso campo. Le fiamme divorano l’intera coltivazione e il contadino avanza tra le macerie, contemplando con un sorriso pieno d’orgoglio quella devastazione. Bene, esclama esultando, il problema parassiti è stato risolto. La verità è che gli italiani, non le grandi aziende, non le ricche multinazionali o le élite di privilegiati esponenti della classe dirigenziale, ma gli italiani che sono liberi professionisti, piccoli e medi imprenditori, bottegai, dipendenti del settore privato, giovani in cerca di lavoro non possono più permettersi nuove chiusure, ma oggi si continuano a imporre nuove restrizioni, che di fatto uccidono l’economia e il popolo. Dobbiamo riappropriarci dei nostri spazi, non soltanto degli spazi fisici, (presi in ostaggio dal governo che in estate ci ha benevolmente concesso, a patto ovviamente, precisarono con inoppugnabile candore, che i cittadini se ne sarebbero dimostrati degni), ma soprattutto degli spazi simbolici, mentali, politici, ideologici. 

Il Coronavirus non può monopolizzare il dibattito politico, non può essere l’unico perno attorno al quale ruotano tutte le discussioni. In uno stato democratico la necessità di rispettare le esigenze e i bisogni di tutte le parti in causa è il cardine attorno al quale ruota l’essenza stessa della democrazia. Non possiamo creare categorie privilegiate di malati o di lavoratori e tutti i diritti (non soltanto il diritto alla salute) sono egualmente importanti. E dobbiamo rammentare a noi stessi che esistono dei confini che il potere non può e non deve avere l’ardire di oltrepassare.

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