I confini del futuro

Libropolis non delude mai.
Libropolis non delude mai.

Sì, siamo entrati dentro la storia. La quarta edizione di Libropolis ha interpretato e disegnato i confini del presente, spingendosi ad immaginare quelli del futuro. E lo ha fatto con l’umiltà dell’osservatore attento, disincantato e anche un po’ preoccupato. Ma soprattutto coraggioso, capace di collocarsi a lato del flusso dell’informazione di massa, della demagogia come metodo per arrivare alla pancia delle persone che tutto travolge, spinta ardentemente dal braccio armato della tecnologia.

Il malizioso che si è affacciato nel Chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta il 9, 10 e 11 ottobre scorsi – osservando l’oasi di piccoli editori, giornalisti, scrittori, volontari e fruitori in costante e sorridente confronto sulle tematiche più svariate che determinano la società in cui viviamo – avrà pensato a un covo di idealisti o, peggio, di “sopravvissuti”. A ben guardare, però, è molto probabile che si sia trovato di fronte un gruppo molto ampio e cangiante di “avanguardisti”. Chi ha respirato l’atmosfera di Libropolis in questi giorni avrà avuto naturalmente un bagaglio di giudizi e pregiudizi nella mente (qualcuno, anche una ferita aperta nel cuore), ma già pronto per essere messo in discussione. Perché la caratteristica principale di tutti i protagonisti del Festival (perché tutti noi presenti siamo stati protagonisti del Festival) e quindi di questa oasi d’avanguardia, è proprio la perenne e dolorosa insoddisfazione verso l’informazione, troppo veloce, ovvero la narrazione, offerta dalla cultura dominante, troppo autoreferenziale.

Cuore, non solo mente, a Libropolis. L’ambiente è quello giusto. Dalla chiesa sconsacrata dell’Annunziata, sabato sera, si esce storditi, quasi interdetti. C’è bisogno di un pasto caldo, ma soprattutto di un buon bicchiere di rosso, ovviamente toscano; perché ci si aspettava carisma e lucidità da Giovanni Lindo Ferretti, lo si evinceva dalle ultime pubblicazioni e dalle (rare) apparizioni pubbliche. Ma di certo non ci si aspettava di condividere così tanto il suo pensiero, la sua analisi di questo presente sconvolgente. Nessuno di noi ha scelto di venire al mondo – ripetevo in maniera ossessiva nella mente, passeggiando per il borgo, quanto appena ascoltato – eppure quanti di noi dedicano cinque minuti della propria giornata a riflettere sul mistero della vita? E proprio l’uomo che non basta più a sé, che ha ceduto le sorti del mondo alla tecnologia, finisce per diventare un attore così misero in cui è divenuto impossibile credere. Pazzesco: l’istrione che in gioventù o anche tuttora ascoltiamo allo stereo di casa per “caricarci” al mattino con i Cccp, o per sfogare la rabbia alla sera per una pessima giornata, in una chiesa sconsacrata, pesando le parole, invitava alla riflessione più profonda e spirituale che ci possa essere; al di là della follia. Chi l’avrebbe mai detto. Non possiamo farci abbattere dalle sue conclusioni: non c’è speranza per quest’uomo nella vita terrena. Caspita. In noi stessi troveremo la soluzione nel momento in cui taglieremo la dipendenza dagli schermi che portiamo nelle tasche. Nel frattempo, vogliamo continuare a capire cosa succede attorno a noi, intendiamo smascherare i falsi racconti, abbiamo pur sempre bisogno di verità spicciole, terrene.

Quando i bicchieri diventano due, e poi tre, il pensiero si stacca da Ferretti e ci si guarda attorno: in osteria, qualche persona cena più o meno serenamente da solo, e poi altri tavoli. Tendendo le orecchie si fa caso che si tratta di altri avanguardisti, perché stanno commentando alcuni incontri del pomeriggio, chiacchierando del ruolo del piccolo editore, di quanto questo mestiere sia più una missione che un mezzo per guadagnarsi da vivere. Rimbalza il pensiero ad uno scambio di idee nel Chiostro con uno di loro, uno dei piccoli editori. Professava ottimismo sull’andamento delle vendite, sconforto sul mondo che stanno vivendo e vivranno i suoi figli.

Tutto però era cominciato con una presentazione molto seria, in cui Marx veniva citato una quantità sufficiente di volte da solleticare fantasie e rivoluzioni. Era il primo pomeriggio del Festival, e niente più che un dibattito ricercato ma fruibile può sollevare uno spirito abbacchiato. Per comprendere le complessità del mondo in cui viviamo – è giusto premettere – occorre sapere individuare le distorsioni della comunicazione, che oggigiorno può giocare facilmente su (almeno) due campi: il controllo delle informazioni attraverso la tecnologia e, come sempre è avvenuto, il sapiente uso del linguaggio. Thomas Fazi e Gabriele Guzzi hanno ricordato come siano le dinamiche dell’economia, più ancora della politica, ad essere oggetto mirato di narrazione monodirezionale per farci accettare lo stato di cose in cui viviamo come ineludibile. Insomma, la favola dello Stato che debba essere amministrato come “un buon padre di famiglia” e del debito pubblico utilizzato come spauracchio per giustificare politiche economiche incapaci di garantire una maggiore redistribuzione della ricchezza, di migliorare le condizioni dei più deboli. Ma perché nel mondo accademico si fatica ad intravedere elaborazioni che mettono realmente in discussione il culto dell’economia?

L’impatto con un luogo totalmente nuovo e persone conosciute solo “di firma” è titubante, incerto, timido. I libri sono ancore di salvataggio: visitare le bancarelle è una formula scacciapensieri di per sé, non sempre così piacevole. La differenza la fa la qualità della merce esposta. Titoli e testi non comuni mettono in moto la mente, e il flusso che già si è creato nel Chiostro fa  puntare con entusiasmo la sveglia per il mattino dopo.

Succede, a Libropolis, di incontrare qualcuno innamorato come te dello stesso scrittore ungherese del Novecento, Sandor Marai. E di berci un caffè insieme. Succede quando non te lo aspetti, al mattino, prima di tuffarsi nella storia controversa e travolgente di Gabriele D’Annunzio, raccontata da Giordano Bruno Guerra. Cocaina, dispetti al Duce, donne, sogni infranti: tutto maledettamente epico, svilito dalla vita degli altri poveri mortali. Ogni meridionale presente a Pietrasanta ha sottolineato l’appuntamento col Sud in fiamme. Non per senso di appartenenza, ma per capire come si parla altrove della storia del Mezzogiorno o per quella covata volontà di offrire il proprio contributo alla discussione, cosa che il più delle volte poi non accade. Come non è accaduto. Meglio appartarsi dopo, con l’autore, per avere tutta la sua attenzione, per potere essere schietti. Si parla del Sud che non ha superato i suoi peccati originali, a 50 anni dallo scoppio della rivolta di Reggio Calabria; non la sola che sconvolse in quegli anni il Meridione. Ci si domanda il perché dei moti di Reggio Calabria così poco si è parlato, studiato, indagato: qui sono intervenuti i carri armati, all’epoca, mentre la Democrazia cristiana non sapeva che pesci pigliare ed Enrico Berlinguer invitava inizialmente i compagni ad astenersi dal prendere posizione, e la destra extraparlamentare sfuggiva ad Almirante e la ‘ndrangheta ad un certo punto sedeva allo stesso tavolo coi servizi segreti.

In tutta franchezza, l’America affascina meno. Però quando se ne parla, non puoi mancare. A costo di ascoltare, sono incidenti che capitano anche a Libropolis, la solita solfa del progressismo democratico che invoca Biden e demonizza il presente. Fortuna che c’è Luca Giannelli, contemporaneamente, che indica come l’amministrazione Trump vada interpretata storicamente, dall’alto, in una cornice più ampia che includa anche gli ultimi patetici anni di Obama. La realtà è a volte più scomoda della narrazione.

La passeggiata della domenica, anche a Pietrasanta, ha un sapore particolare. Sarà la pioggia copiosa della sera prima, accompagnata da una flessione della temperatura, che fa cercare con più bramosia il sole. Sarà il sonno turbolento dell’ultima notte, con la mente iperstimolata dal Festival e i progetti di fuga sempre ben presenti quando ci si ritrova immersi in realtà migliori della quotidianità. Una meta potrebbe essere l’Iran: quello descritto da Julio Velasco, però, non quello sanguinario disegnato dalla narrazione occidentale. O, meglio, americana. L’indimenticabile coach della nazionale di volley racconta di un popolo degno, fiero, ospitale, preparato. Certo, quando ascolti Gabriele Micalizzi, fotoreporter di guerra, raccontare la sua storia e il suo lavoro, non può che scattare una dose letale di autoironia rispetto al proprio mestiere, alle proprie attenzioni, ai propri obiettivi. Del resto questa è gente che ha bisogno di spingersi fino all’orlo del fronte per descrivere la follia dell’uomo, per regalare ancora uno scatto dagli abissi della ferocia, per un senso del conflitto che chissà se i combattenti ricordano in quelle lunghe pause, sul campo di battaglia, che sono quanto di più noioso ci si possa immaginare. Fino allo sprofondo, all’irreparabile, non una sfida e nemmeno incoscienza: solo pura passione, senso della propria vita. Sembra strano sorridere ascoltando il dialogo incalzante, ad un ritmo vorticoso, fra Micalizzi e Sebastiano Caputo: si raccontano eventi tragici, ma ci si rilassa. 

Durante l’ultimo giorno del Festival il primo bicchiere di vino si fa un po’ prima, con le immagini della guerra ancora impresse nella mente. Sarà perché gli incontri di chiusura sono d’impatto meno impegnativo, sarà perché si fa un bilancio del week-end e non solo. E poi, volete mettere sorseggiare un rosso origliando da una parte Giampiero Mughini parlare del più e del meno con gli organizzatori e dall’altra Sandro Piccinini discorrere di Juve come se fosse al bar sport prima di immergersi in un dibattito sull’insostenibilità del sistema calcio odierno? Da raccontare. Insomma, ovunque ci si è voltati a Libropolis, fra un caffè e un bicchiere di vino, fra una passeggiata nel delizioso borgo e solitari momenti di introspezione nel bel mezzo di un andirivieni ordinato di persone interessate, la riflessione l’ha fatta da padrone. E sono probabilmente queste le cornici ideali per capire in che direzione la società sta andando, formulare ipotesi, comprendere dinamiche, farsi coraggio di fronte a un periodo storico complesso e turbolento, che rischia di inchiodarci a convinzioni superficiali dettate sempre e comunque dall’emergenza.

Non ci si è dimenticati del coronavirus, non si è fatto naturalmente finta di nulla. Ma anche qui l’analisi è andata oltre il numero di contagiati o il dibattito dei virologi. In fin dei conti è emerso che il Covid, in buona sostanza, non sta facendo altro che accelerare dinamiche già in corso, accentuando tutte le crepe di una società (e quindi di una politica e di un’economia) in disfacimento, che ha smarrito le chiavi per comprendere sé stessa. Ecco allora che la tecnologia diviene ancora più dominante, che l’economia assume contorni sempre più spietati, che i rapporti internazionali fra Stati diventano più ipocriti e sfacciati. L’appuntamento al prossimo anno è scontato. Partecipare, pur nella propria bolla di pensieri e angosce, è tremendamente coinvolgente: è questo il confine tra un evento freddo e presuntuoso e uno invece capace di farti sentire protagonista della storia. Perché senza comprendere il presente, si rischia di restare irrilevanti, passivi, sottomessi alle dinamiche governate della società. Se, nonostante l’emergenza sanitaria, Libropolis ha fatto sentire la sua voce con numeri straordinari, allora vuol dire che il tempo per questa oasi d’avanguardia non è per nulla finito. Anzi, verrebbe da dire, è appena cominciato.

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