Elogio della follia

Giorgio Agamben penetra nella vita reclusa di Hölderlin. Il poeta spiazza l’ordine costituito, immerge nel pericolo
Giorgio Agamben penetra nella vita reclusa di Hölderlin. Il poeta spiazza l’ordine costituito, immerge nel pericolo

A Charlotte von Kalb, baronessa, donna dal fascino feroce e di plateale intelligenza, icona, musa, amata, piacevano i poeti. Legata a Goethe, a Schiller, svanì per l’unico che non poteva possedere, Friedrich Hölderlin. Quando Isaac von Sinclair gli comunicò il referto partorito dal dottor Müller – “la sua follia è divenuta furiosa” –, è l’autunno del 1805, Charlotte, in estro, scrive a Jean Paul, l’ennesimo adorante, “Quest’uomo è ora un pazzo furioso, ma il suo spirito ha raggiunto un’altezza che solo un veggente, un uomo ispirato da Dio, può avere”. Hölderlin, così, diventò il poeta di cui discutere, a sera, per una manciata di mesi, convocando gli aggettivi più duttili, ‘romantici’: purché la follia restasse domestica, letteraria, in salotto, come un cane col guinzaglio d’argento. In effetti, a chi importavano le poesie di Hölderlin – vertigine che perturba – se erano sufficienti le chiacchiere? “Hölderlin conobbe quasi tutti i grandi personaggi della sua epoca: non fu riconosciuto da nessuno” (Giorgio Colli). E come potrebbe? Il riconoscimento è un’empietà, la pienezza che sconfigge l’opera; del poeta, piuttosto, va riconosciuta la mania, l’infelice estasi, la tristezza urlata. Relegarlo tra i confini della vita, di una vita, che abominio.

Charlotte aveva conosciuto Hölderlin che era ragazzo, poco meno di 24 anni, appena licenziato dallo Stift di Tubinga, Magister in filosofia. Lei era già la divina della letteratura tedesca. Lo sceglie come precettore per il figlio, ha dieci anni più di lui, spesso è fuori casa; a Hölderlin piacciono le lunghe passeggiate nei boschi, sta elaborando Iperione, a Jena incrocia Goethe, ma non lo riconosce. Ogni epoca ha il suo folle, l’uomo che passa, con feroce leggerezza, a scombinare le relazioni sociali, il codice della civile consuetudine, e su cui, anonimo, insiste la Storia, che lo sgozza fino a dilapidarne l’identità. Il lavoro da precettore in casa von Kalb fu disastroso: “I rapporti del precettore con l’allievo precipitano. Hölderlin è turbato dallo scoprire che il ragazzo si masturba e fa di tutto per impedire questa pratica, ricorrendo a veglie notturne e a punizioni corporali” (Luigi Reitani). A questo si aggiunge la relazione, fugace, con Wilhelmine Kirms, dama di compagnia di Charlotte, giovane vedova: probabilmente la mette incinta di una bimba che muore qualche mese dopo la nascita. Charlotte vorrebbe allontanare il poeta – “La sua sensibilità è sconfinata e si pensa davvero che questo comportamento sia dovuto a una confusione dell’intelletto” – che se ne va da sé. Ovunque si sposta, Hölderlin porta l’ambiguo nei legami, con innocenza allucinata; egli sembra rappresentare il lato mendicante, fuggiasco, integro della Storia, la gloria dell’abbandono. Così, mentre Goethe assiste, “incipriato e in abito da corte”, all’ingresso di Napoleone a Weimar, il 15 ottobre del 1806, Hölderlin viene trasportato a forza nella clinica psichiatrica del professor Autenrieth, a Tubinga, e imbottito di calmanti. La Relazione del ministero, vergata a Stoccarda, parla di “malattia nervosa e periodiche tracce di una immaginazione malata”, con un certo rammarico (“Il M. Hölderlin a causa dei suoi talenti aveva dato fin da giovane buone speranze per sé”). I medici non gli danno più di tre anni di vita: il poeta, dal 1807 ospitato nella casa del falegname Ernst Zimmer, sul Neckar, vivrà fino al 1843. In quello stesso anno muoiono Charlotte von Kalb e Wilhelmine Kirms: tutto, nell’esistenza contorta del poeta, confina con l’armonia. Nell’anno in cui muore Susette Gontard, incredibilmente amata, appunta la prima redazione di Patmos:

Colmo è di bontà. Ma nessuno comprende

Da solo Dio.

Ma dove è il pericolo, cresce

Anche ciò che dà salvezza.

Nell’implacabile luce della vita nascosta di Hölderlin – trentasei anni nella ‘torre’ – s’immerge Giorgio Agamben in La follia di Hölderlin. Cronaca di una vita abitante 1806-1843 (Einaudi, 2021), di cui non sfugge il monito:

Da quasi un anno vivo ogni giorno con Hölderlin, negli ultimi mesi in una situazione di isolamento in cui non avrei mai creduto di dovermi trovare. Congedandomi ora da lui, la sua follia mi sembra del tutto innocente rispetto a quella in cui un’intera società è precipitata senza accorgersene. Se cerco di compitare la lezione politica che mi è sembrato di poter cogliere nella vita abitante del poeta nella torre sul Neckar, posso forse per ora soltanto ‘balbettare e balbettare’. Non ci sono lettori. Ci sono solo parole senza destinatario.

Giorgio Agamben

Qui è come se gli anni, liquidi, siano raccolti dal poeta in un vaso, per poi rovesciarli in uno scolo, di fianco al giardino: di essi – dei giorni – non si sente che lo sciabordio, grigio, e l’ebete gioia del poeta. Il girone dei rari amici che fanno visita al poeta pazzo, Hölderlin che si cela dietro una muraglia di nomi – Salvator Rosa, Scardanelli, Buonarroti, Killalusimeno, Scarivari –, e scrive occasionali idilli, dalle date sbilenche – uno è datato “3 marzo 1648”, un altro “9 marzo 1940”. Ogni poeta ha il suo sacrario terribile: la torre di Hölderlin, l’Harar di Rimbaud, il baule della Dickinson, la Napoli di Leopardi che “fa del giorno notte e viceversa”. Il luogo, cioè, dove l’opera si dilegua, il corpo si confonde col corpus, la cronologia ha la cruenta redenzione del lascito. Così, la cronaca degli amici non è che la cronica tara di voler spiegare l’inspiegabile. Il giovane Wilhelm Waiblinger fa di Hölderlin un santo a contatto con i sortilegi della natura (“Le visioni della natura gli riescono ancora del tutto chiare. È edificante pensare che la sacra madre natura ovunque vivente, celebrata da Hölderlin nella sua poesia più sana, piena di slancio e di vigore, veniva ancora compresa anche là dove il mondo del puro pensiero era per lui naufragato in un infausto caos”: ma non c’è nulla di edificante, di vivificante, di logico nel poeta che dissacra la grammatica, che mostra, dell’ospite, il contro-natura); mentre Christoph Theodor Schwab tende al patetico (“I suoi occhi, che sono di colore grigio, hanno uno splendore opaco, ma senza energia e il bianco sembra essere così cereo, che mi spaventai. Per l’emozione gli occhi mi si empirono di lacrime e non riuscii a trattenere il pianto”; che io fossi così emozionato sembrò piacergli e mi guardò un paio di volte con un candore infantile”). Il candore di Hölderlin, semmai, si celebra nella confusione verbale: fin dai primi rilievi della nevrosi, da ragazzo, il poeta tende a combinare le lingue in un parlottio incomprendibile, a generare glossolalia, impaniato in un parlare d’altrove. “Gli chiesi di leggermi un passo, ma pronunciò solo parole insensate, la parola Pallaksch sembra per lui significare ‘sì’…”.

E quindi comincia lo scavo, a mani nude, nell’insistente inesistente della vita estrema di Hölderlin, vita occlusa, obliata, beata per inutilità. D’altronde, è questo il segno del sapiente: vivere senza lasciare tracce, soltanto feritoie, seminando qualche verbo, a dimora di chi vorrà, buon per lui, semmai. “Sentiamo che in Hölderlin ci sono delle zone oracolari, piziache, quasi”, scriveva Andrea Zanzotto. Così Martin Heidegger eleva il poeta come un serpente di bronzo, a inaugurare una sconfitta identità, che sfugge tra le rovine:

“Abitare poeticamente” significa: stare alla presenza degli dèi ed essere toccati dalla vicinanza essenziale delle cose. “Poetico” è l’esserci nel suo fondamento: ciò significa al tempo stesso: esso, in quanto istituito (fondato), non è un merito, ma un dono… La poesia è il fondamento che regge la storia e perciò non è neppure soltanto un fenomeno della cultura e meno che mai la mera “espressione” dell’“anima di una cultura”.

Martin Heidegger, La poesia di Hölderlin, 1988

Relegato in due sgargianti ‘Meridiani’ Mondadori, di Hölderlin abbiamo tutto, con millimetrica precisione: poesie, lettere, abbozzi, le fluviali o epigrammatiche memorie che di lui conservano parenti e amici. Sappiamo l’indice – monastico – delle sue spese, quanto è costata alla madre la malattia e che somma – non certo esigua: 12.259 fiorini – si sono spartiti i fratelli dopo la sua morte. Più ne sappiamo più il poeta fugge, tra la mole di dati, abulico, in sospetto di tanto interesse. “Un segno noi siamo, indecifrato”, scrive, trascinato, in Mnemosine. Ah, l’enigma della follia da cui siamo esclusi, astrusa nostalgia di essere irresponsabili e ‘fuori’. “Non è la schizofrenia, ma la normalità che è schizofrenica; nella schizofrenia i falsi confini si disintegrano… Gli schizofrenici soffrono della verità”, scrive Norman O. Brown in quel libro miracoloso – e introvabile – Corpo d’amore. E poi: “Vincere il dualismo significherebbe svegliarsi dal sonno; sorgere dai morti”. Ma chi può vincersi a tal punto da eludere se stesso, di disinteressare il nome, disgregato in un florilegio di casuali, sonori pseudonimi?

Oh, vincere perfino la vita del poeta, replicandola nella tasca. Estrarre Hölderlin – questo è tradotto da Gianfranco Contini – come una pistola e leggerlo in faccia all’ordine costituente:

Io potrei essere una cometa? Credo di sì. Poiché hanno la celerità degli uccelli, fanno fiori di fuoco, a purezza sono come infanti; a desiderio più grande la natura umana non può presumere.

Fuoco che germina dal gelo, luce che si scempia e inchina a sé, allo scintillante precipizio, il cosmo. Il poeta è sempre un pericolo.

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