La via del samurai

Elogio dell’Hagakure, il libro di fuoco che insegna a morire. Un tempo andava di moda (vergognosamente frainteso). La più bella interpretazione? “Ghost Dog”, il film di Jim Jarmush
Elogio dell’Hagakure, il libro di fuoco che insegna a morire. Un tempo andava di moda (vergognosamente frainteso). La più bella interpretazione? “Ghost Dog”, il film di Jim Jarmush

La vita di Yamamoto Tsunetomo – come quella degli autentici maestri – è un dedalo di nebbie. Nato nel 1659 da antica famiglia di samurai, ha esercitato come uomo d’armi e stratega nel feudo di Nabeshima, prefettura di Saga, Kyūshū, sud del Giappone. Non se ne conoscono le gesta né la grigia burocrazia esistenziale, una cautela cela la sua biografia. Morto il daimyo che lo aveva accolto all’età di nove anni, Tsunetomo – che di anni ne ha ormai 42 – sceglie di morire al mondo. Non si uccide perché – pare – il suo signore aveva in odio quella pratica così sublime e brutale: si rade la testa, si fa monaco, affiliato al buddismo Soto Zen, si ritira in convento. Tsunetomo morirà nel 1719: nel ventennio in cui pratica la clausura, convinto che la via del Bushido sia ormai corrotta dalla ‘modernità’ (“mi sembra che molti siano negligenti”), il maestro si confessa al suo discepolo, Tashiro Tsuramoto. Dal folto di queste “conversazioni nell’oscurità della notte” nasce l’Hagakure, il testo che espone “la Via del Samurai”, alternando la nitidezza del decalogo alla leggerezza del racconto, dello sketch – ferro e acqua, dovere e festa. Naturalmente, come tutti i grandi testi, anche l’Hagakure deve superare la prova del fuoco: “presto o tardi tutti gli undici volumi di questo scritto dovranno essere bruciati”, scrive il discepolo. In verità, la frase non significa affatto che il testo dev’essere incenerito, ma che può essere maneggiato, come il fuoco, soltanto da chi ne ha facoltà, doti atletiche d’intelletto. Per due secoli, in effetti, “il codice segreto dei samurai” ha avuto diffusione esoterica: con la dissoluzione dell’ordine dei samurai, accaduta nell’era Meiji, ogni ragione di segretezza decade. Nel 1906 esce la prima versione a stampa dell’Hagakure, pubblica, che diventa, così, oggetto di studio e non di pratica; Yukio Mishima ne farà il cuore della propria ricerca etica ed estetica.

“Ma noi viviamo in un’epoca di esistenze assolutamente fiacche ed ambigue. Raramente incontriamo la morte, la medicina ha compiuto enormi progressi… In mancanza di pericoli mortali, l’unico modo in cui i giovani riescono ad assaporare la sensazione di essere vivi è la ricerca forsennata di sesso, oppure la partecipazione a movimenti politici, motivata semplicemente dal desiderio di esercitare la violenza. Nasce così un’impazienza in cui persino l’arte finisce con il perdere ogni significato”.

Yukio Mishima

Un libro per pochi, nato per una élite di guerrieri, è diventato un libro per tutti, dunque pronto al frainteso. L’Hagakure non invoca la guerra, dacché la lotta – menin, la grande ira che apre l’Iliade – è il contesto in cui vive l’uomo, ineluttabile. L’Hagakure, piuttosto, è una disciplina, una via spirituale, e “La Via consiste nella giusta respirazione, senza curarsi dei pensieri vani”, è scritto. E poi: “Se uno si interroga nel profondo del suo cuore, non può nascondere niente a se stesso. Il cuore è una buona guardia. Non bisognerebbe provare nessuna vergogna quando ci si incontra con questa guardia”. L’Hagakure educa alla maestria, alla “preghiera del mattino”, al “bere con dignità”, alla gentilezza coi subalterni, alla “grande ostinazione”, alla fermezza, alla piena individualità (“Nelle cose di capitale importanza per la propria vita bisogna affidarsi al proprio giudizio e lanciarsi avanti con coraggio, altrimenti i problemi rimangono insoluti”).    

In sostanza, l’Hagakure è un libro di preparazione alla morte. Tutto è chiaro, d’oro, fin dal primo assunto:

“Io ho scoperto che la Via del Samurai è morire. Davanti all’alternativa della vita e della morte è preferibile scegliere la morte. Non c’è bisogno di pensarci; presa la decisione si va avanti. Morire senza aver raggiunto lo scopo è una morte da cani e un Bushido da mercanti”.

Tutta la sapienza, infine, è un sapere sulla morte. La filosofia socratica si riassume nell’imparare a morire; il cristianesimo è vivere consapevoli che la morte è vinta; perinde ac cadaver, vivi come fossi morto, cadavere, è la formula che risolve la poetica gesuita. Alla luce della morte, la vita è di una limpidezza lampante: l’Hagakure insegna l’attenzione allucinata; ogni singolo atto, ogni singolo passo, va mosso con armonia, in consapevole inconsapevolezza, perché nasconde il vero, il frutto. D’altronde, il mondo sacro del Giappone è quello delle allusioni – da qui, l’uso metodico della poesia – e dei santi silenzi, è il regno delle ombre e dei paraventi, dove le forme si confondono e uno sguardo cela il drago, è il rango della violenza e dell’eleganza, ma anche della dissimulazione.

C’è stato un tempo in cui l’Hagakure – testo altrimenti impraticabile, che cala in un tempo in cui “ai caduti venivano tagliati il naso e le orecchie… e sarebbe stata una vergogna che la testa di un samurai venisse buttata via con quella di una donna” – andava di moda. Si è pensato, per sommarie deduzioni, di farne un formulario per capi d’azienda, a razioni ridotte: come se la vittoria nel campo del profitto non fosse il tradimento di un’etica che impone l’obbedienza al padrone, ma soprattutto alla via, al “morire addentando il vuoto”. Che bellezza, piuttosto, nell’era esangue, dell’obbedienza indegna, dei valori vili, rientrare nell’orbita di un ordine, assegnando un’armatura alle proprie scelte, un arco alle ossa.

Una delle più riuscite interpretazioni dell’Hagakure, piuttosto, è un film, Ghost Dog – sottotitolo lampante: The Way of the Samurai – girato da Jim Jarmusch. Si racconta la storia di un samurai contemporaneo, in una metropoli americana, che uccide per conto di un capo mafia. Il samurai vive nell’anonimato, sotto la maschera di “Ghost Dog”, è silenzioso e implacabile, indossa una felpa con cappuccio che gli aliena il viso, si fa dettare la vita dall’Hagakure. Sul tetto di un palazzo alleva piccioni viaggiatori, che gli servono per comunicare con il padrone; non ha amicizie, al posto della katana sguaina la pistola e l’improvviso legame con la figlia del capo non sterzerà la tragedia. Per chi conosce Jim Jarmusch, il film va visto insieme a Dead Man (1995): lì Johnny Depp è un kafkiano William Blake nel torbido West, iniziato da un indiano ai misteri della morte; qui Forest Whitaker commina la morte incurante del morire. Ghost Dog fu in lizza a Cannes, nel 1999: quell’anno la Palma d’oro va a Rosetta dei Dardenne; nella gara spiccano film di cruda grandezza, Tutto su mia madre di Almodóvar, La lettera di Manuel de Oliveira, Una storia vera di David Lynch, Moloch di Sokurov. Il mondo pareva poter pigliare una via diversa. Nella lista dei film c’è anche L’estate di Kikujiro di Takeshi Kitano, ultimo samurai del cinema giapponese. La storia è stralunata: un bambino scartato dal proprio tempo, mutilo di famiglia, passa le vacanze con un furfante un po’ idiota. La compassione è via audace quanto quella della spada. Vent’anni fa Einaudi manda in libreria, in cofanetto, la videocassetta di Ghost Dog insieme all’Hagakure tradotto da Ligi Soletta (ma con pacchiana introduzione di Carlo Lucarelli). Buona idea: oggi è oggettistica vintage.

“Quando il mio signore morì, anch’io presi la decisione di morire, ma il mio sacrificio venne tramutato nella tonsura di monaco buddista”, racconta, a un certo punto, Tsunetomo, che alla spada ha sostituito l’orazione.

“Molte persone mi trattano con gentilezza per il fatto che sono un monaco buddista. Guardando nel profondo di me stesso, mi accorgo di aver nascosto bene la mia vera personalità. Il fatto che la gente si prenda cura di me mi fa sentire un certo senso di colpa”.

La morte, in effetti, ha svariati gradi, quale ci aggrada, a quale siamo pronti? A volte, ci si siede su una corda, come se il cielo fosse una balaustra, certi che il sole, infine, non è che uno spartito di foglie.

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