La "battaglia" di Generali

Nel potere economico italiano si prepara la madre di tutte le battaglie: quella per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Generali. E la battaglia per il Leone di Trieste si salda al centro delle dinamiche del mondo della finanza e dell’economia.
Nel potere economico italiano si prepara la madre di tutte le battaglie: quella per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Generali. E la battaglia per il Leone di Trieste si salda al centro delle dinamiche del mondo della finanza e dell’economia.

Nel potere economico italiano si prepara la madre di tutte le battaglie: quella per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Generali. E la battaglia per il Leone di Trieste si salda al centro delle dinamiche del mondo della finanza e dell’economia. Le vicende sottese alla partita per il rinnovo del CdA di Generali creano preoccupazione e incertezza, in una cornice nazionale e internazionale già precaria e bisognosa di fondamentali solidi. Fondamentali che proprio il Leone è tra i pochi attori a poter garantire, nel quadro di una partita decisiva per l’interesse economico nazionale e il sistema-Paese.

A dirlo indirettamente sono le analisi della relazione annuale al Parlamento sulla politica dell’informazione per la sicurezza del DIS. Il Comparto intelligence è attento a tutto ciò che può perturbare le dinamiche del sistema-Paese e tra gli asset che sono indicati come vitali per la sua stabilità sottolinea che “il presidio informativo del settore finanziario ha riguardato” con attenzione “gli sviluppi relativi al segmento assicurativo”. Dal documento dei servizi segreti italiani si evince, infatti, come le continue controversie per la direzione della governance e la confusione generata dagli azionisti dei grandi gruppi espongono gli asset fondamentali dello Stato al pericoloso gioco di player stranieri. E le critiche dei privati alla governance, come quelle che Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio hanno portato a Generali nonostante le buone performance della società e del suo top management, possono destabilizzare la compagnia aprire spazi per incursioni dall’estero su una società che custodisce una quantità rilevante di debito pubblico italiano (Generali oggi custodisce circa 60 miliardi di euro di titoli di stato italiani).

L’analisi, prodotta dal Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, ha riguardato, tra le altre cose, gli sviluppi relativi al segmento assicurativo. E l’azione di intelligence non ha mancato di focalizzarsi sulle “minacce all’operatività delle infrastrutture finanziarie strategiche, anche alla luce dei mutati assetti proprietari di primari player nazionali, e su eventuali dinamiche, di natura economica o extra-economica, suscettibili di profilare rischi per gli equilibri del mercato dei titoli di debito sovrano. Il Comparto parla a nuora perché suocera intenda. Il convitato di pietra in quest’ottica non può che essere Generali, ad oggi l’unico vero gruppo non direttamente impegnato nell’attività bancaria a poter esser definito come un potentato economico nel settore non facente riferimento al contesto delle partecipate pubbliche. Generali è ad oggi una delle poche grandi aziende italiane con una catena del valore veramente internazionale e rappresenta uno dei player decisivi per il contesto nazionale e il futuro sviluppo economico del sistema-Paese. Come un “termometro” della stabilità dell’economia, il Leone di Trieste guidato dal 2016 da Philippe Donnet è l’asset più pregiato della prossima partita economico-finanziaria che vedrà i rinnovi dei Cda di molti enti dall’alta rilevanza sistemica.

E non si può capire l’importanza di Generali se non si capisce il peso nella sfida degli azionisti di maggioranza e dei suoi grandi rivali per il rinnovo della governance: Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone, a loro volta soci di Piazzetta Cuccia, con il cui vertice si trovano però in guerra per la battaglia per il Leone. Le importanti attività di Generali nell’immobiliare fanno gola a entrambi i soci che contestano il piano strategico proposto da Donnet, approvato dal Cda e sostenuto da tutti gli altri azionisti, Mediobanca in testa. 

In sostanza, a scontrarsi sono due visioni diverse del sistema Paese e del capitalismo nazionale. Da un lato, il capitalismo rentier di Caltagirone e Del Vecchio, quello basato sul consociativismo, i gruppi d’affari nazionali, la ricerca della rendita; dall’altro, la vocazione di mercato – con uno spirito anglosassone – incarnata da Mediobanca e Generali nell’era Nagel e Donnet. Un asse attorno a cui costruire un nuovo rapporto sistemico che permetta di saldare vocazione internazionale dei gruppi, proiezione strategica, cultura manageriale di mercato e ambizioni di crescita dimensionale. Con l’internazionalizzazione e la vocazione alla tutela della sicurezza economica e della capacità degli asset strategici di generale valore come stella Polare. La governance dei grandi gruppi finanziari è legata a doppio filo a tematiche di sicurezza e stabilità economica statale. Negli ultimi anni in diverse aziende la tendenza a un fluido turnover ai propri vertici è stata la norma ma, come si evince dai dati, quest’abitudine può compromettere la stabilità gestionale con ricadute negative sia in termini di sviluppo e reddittività delle aziende sia, come evidenziato dalla relazione dei DIS, per la sicurezza e la stabilità del sistema paese. Questo ha un’importanza ancora maggiore quando ad essere in gioco sono culture manageriali diametralmente opposte. Una cifra distintiva di quello che sarà il grande conflitto dell’Italia di domani: poteri strutturati e rendite di posizione, mercato e vocazione internazionale dall’altro.

Nella battaglia sull’asse Mediobanca-Generali, Alberto Nagel ha incassato l’endorsement dell’Economist, il settimanale anglosassone considerato la bibbia dei mercati finanziari, che ha preso posizione a favore di Nagel e Donnet chiedendosi perchè Caltagirone e Del Vecchio abbiano attaccato duramente i piani industriali della leadership attuale. Gli avversari di Donnet hanno chiesto aiuto a Vittorio Grilli, ex direttore generale del Tesoro, ex ministro dell’economia e senior advisor di Jp Morgan, a Franco Baronio, partner di Bain, e al duo Claudio Costamagna e Fabrizio Palermo, accomunati dall’essere due ex di Cdp (Palermo fresco di sostituzione ad opera di Draghi) e al lavoro rispettivamente sulla lista e sul piano industriale che siano alternativi a quelli ritenuti di parte e legati a Mediobanca del management uscente, nel quale il Cda di Generali  intende inserire come presidente l’ex rettore della Bocconi Andrea Sironi. 

L’Economist nella sua ultima disanima ha infatti evidenziato la coerenza tra l’evoluzione di Mediobanca e lo sforzo di Donnet di portare la compagnia triestina oltre la logica “salottiera” del confronto privato tra i principali azionisti. Una logica sostituita con il giudizio del mercato a cui Generali ha recapitato nel corso degli anni dell’ultimo piano industriale risultati lusinghieri. Attaccare la leadership di gruppi consolidati e strategici con logica di cordata, secondo il DIS, potrebbe azzoppare la loro capacità di proiezione su scala internazionale. E questo è un rischio da non correre. Diversi interlocutori infatti scendono in campo in nome della visione pro-mercato di Mediobanca e Generali. Nel bene e nel male solo alcuni avevano compreso, anzitempo, la globalizzazione, dettando la via della modernizzazione e giocando su più tavoli. 

Una partita quindi con più attori che, come un fiume carsico, segna e modella le strade su cui si indirizza il capitalismo nazionale. Atteso dalla partita più importante: quello per lo sbarco nella modernità, un treno che non si può saltare. Per la quale sarà un banco di prova la sfida per il rinnovo del Cda di Generali, in cui si scontrano vocazione internazionale e provincialismo, cultura di mercato e cultura della rendita, logica di sistema e logica salottiera.  La madre di tutte le battaglie, come detto.  Da seguire e monitorare nella marcia verso la sua definizione.

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