Fuori piove – ancora – sangue

La serenità diventa inquietudine e il bene diventa male nell’opera di Svart Jugend, in cui realtà e virtualità si compenetrano
La serenità diventa inquietudine e il bene diventa male nell’opera di Svart Jugend, in cui realtà e virtualità si compenetrano

“Il treno deraglia, e stasera andiamo tutti all’inferno, questa è la consegna”.

Fuori piove sangue, del nero profeta Svart Jugend, ti schianta come una sbornia – e più di questa lascia addosso il tanfo dell’insensata, crudele, autodistruttiva, impercettibile ma densa, demonica poesia. Non si sa chi si sia veramente tale Svart – o forse qualcuno lo sa, ma non chi scrive. Si narra addirittura che sia morto o che, meglio, sia morto solo Svart e non il suo alter ego reale – giacché, se si legge un libro così, è più facile credere che l’alter ego sia lo scrittore e non il personaggio. Ci sarà un alter ego del personaggio Svart, la sua parte meno cattiva? Forse no: c’è troppa spiaccicata realtà là dentro, un sangue che non è parole. Ma, chissà, in certe città nascono artisti che la vita la sanno scrivere, soprattutto a Roma, soprattutto a Roma Est – un lembo dell’Urbe che, dicono alcuni, non è neppure l’Urbe – altri rispondono: “beh no (o sì), lì ce sta la retroguardia de Roma”, l’ultima ad abbandonare l’arena. Svart galleggia con i suoi improbabili sodali nell’avamposto remoto della Città Eterna, in un “quartiere di miserabili divisi tra alcol, droga, scommesse e psicofarmaci”. Si tratta della “Curva del Male”: non solo alcolizzati, ma anche “nazionalisti, depressi, disturbati, diffidati, ritardati, poveracci, violenti”. I testi contenuti nel libro, pubblicato da Altaforte nel 2019, sono tratti per lo più dal blog dell’irraggiungibile pirata che, onorando la sua aura crepuscolare, ha posto fine a questa attività nel 2016; tutto muore, pure i blog – pure Svart? Il libro – che non collima perfettamente con i post – è spesso interpretato come una sorta di definitivo addio, il funerale di Svart – “terra sì, loculo no. Fiori anche finti. No biglietti, sciarpe, fotografie, rosari, peluche. Sigarette e alcol incoraggiati”. E di morte invero nelle parole di Svart ce n’è tanta e non è certo un caso che, qualsiasi cosa accada, fuori piova sempre sangue:

“E morte le foglie a terra, bagnate di pioggia, sembrano locuste schiacciate, sembrano compost. E tutto il resto si eclissa, svanisce, e resta soltanto il tuo red carpet marcito, soltanto le foglie morte, perché in fondo è così che ti senti, no?”

Leggendo i sessantadue brevi capitoli del libro si vagola nel disorientamento tra le vie della periferia romana “fiutando l’odore dei suicidi, come gatti di cimitero”. L’oggi è un sogno lisergico popolato da mostri agghiaccianti che, quasi si fosse nel fumetto Death Note, mettono in corpo una oscura, ambigua allegria: sono molto più rassicuranti dei vivi. L’incubo che forse si cerca di fuggire è, invece, la quotidianità reale, dove i mostri sono veramente assassini, implacabilmente ferali – dove opera ECCTSF, un’entità malefica, ingannatrice, elementare, che in romanesco suona efficacemente così: “Er Cazzo Che Te Se Frega”. Si respira una forma di iconoclastia satanica nella misura in cui si assiste – e vi si assiste parecchio – al capovolgimento del cosiddetto bene che puntualmente diventa male; anche se ci fa amaramente ridere, la scrittura di Svart trasuda dolore e il Male è latente in ogni rigo – “mentre ci guardiamo sotto i cieli neri del dispiacere qualcosa di malefico passa tra di noi”. Eppure Svart, diversamente da quanto qualche stupido snob potrebbe credere, non è uno che non legge; anzi, di riferimenti culturali ce ne sono a bizzeffe e proprio dai maestri citati si intuisce il retroterra culturale dello scrittore. È un humus di quelli in cui nessun schifiltoso moralista potrebbe mai piantare un seme e che, invece, potrebbe partorire maledetti, reietti e – ebbene sì – pure nazisti: ci sono un sacco di svastiche sui muri raccontati, come pure, a Roma Est, in quelli di cemento. Il sostrato metapolitico non lascia spazio a dubbi e se Mishima è citato per il Bushido e per il superamento dell’io in una aristocratica entità corale, Evola è tirato in ballo in riferimento all’autocentramento che dovrebbe contraddistinguere nel seno del Kali Yuga l’Uomo Differenziato – ci si lamenta invero della mancanza di questi tipi umani e si denuncia un progressivo infiacchimento dell’animo nonché, spenglerianamente, il tramonto dell’Europa, da sempre, d’altronde, vocata alla sconfitta.

La scrittura di Svart è molto originale. C’è il realismo estremo di Bukowski e del suo maestro Fante, ma ci sono anche Hamsun e Houellebecq, la poesia minimale di Carver, il surrealismo orrorifico di Lovecraft e Poe, il flusso di coscienza di Joyce e William Faulkner. Talvolta spunta invece una sorta di futurismo nichilistico che fonde a ritmo incessante elettricità stazioni plastica acciaio binari fulmini asfalto peli drizzati. Grazie a un sottile gusto avant pop che mescola canzoni heavy metal, film horror, modi di dire tratti dalla cultura di massa, Svart può sembrare quasi un “cannibale”, ma è intimamente molto più estremo, forse meno artefatto, più diretto, più dinamitardo, martellatore, in-attuale, sanguigno – e più genuinamente diabolico. Non a caso, oltre che con Lovecraft, il protagonista va a spasso con Cthulhu e col demone di L’esorcista Pazuzu, sovrano degli spiriti malvagi dell’aria. Anche grazie a queste “frequentazioni”, Svart è in grado di riprodurre artisticamente la compenetrazione tra realtà e virtualità. In questo senso il testo conserva un’attualità che è pure preveggenza: gli osceni personaggi televisivi evadono dallo schermo possedendo le menti, ma, ancora di più, in una sorta di telecrazia (oggi sempre più opprimente e totalitaria), siamo noi a entrare nell’etere – i confini tra l’immaginario e il reale franano definitivamente, soprattutto se si è soli, disgraziati, abbandonati, disillusi, sbronzi. Come bambini –“parassiti emotivi”, “campioni dell’isteria” – gli uomini massificati sotto-vivono da spettatori senza essere protagonisti della loro esistenza; sono fantocci “senza mezzo rigore”, senza “centratura” e privi di “una Weltanschauung”, di “un ordine”. Sono preda di “emozioni alla rinfusa, irrazionali, contradditorie”: per questo, in quanto perennemente suggestionati, sono manovrabili, utilizzabili – all’occorrenza sacrificabili. La società dello spettacolo concede l’illusione della celebrità allorquando in tv o nei social possiamo confessare di essere vittime; così gli altri – che buoni! – si possono addolorare. Ma l’esibizione del sentimento è la fine del sentimento, è appunto il suo spettacolo; essere stelle per un giorno è comunque essere nessuno per sempre, non esperire alcuna autentica identità. In ogni caso, Svart, abituato a stare dalla parte del torto, conosce i suoi polli e lo sa, c’è poco da fare: a che serve comparire per un momento in tv o avere tanti like se siamo sempre ordinari personaggi di noi stessi in un tetro teatro di ombre?

Svart si siede, a volte piange, e ascolta il sangue che ticchetta sui vetri mentre rossi grovigli si estendono geometrici per poi sfaldarsi sotto “il peso di noi mosconi intrappolati”. La vita è vertigine, caduta, spiaccicamento di un moscone. La pioggia non è solo un colore, ma anche unvirus che s-macchia, un acido che s-vela. D’altra parte, cosa è la verità? Svart non ha peli sulla lingua:

“È solo quell’odore sotterraneo di merda che affiora al cesso sotto la coltre di lavanda del deodorante per ambienti”.

La verità è la fogna marcescente che ci portiamo dentro, la puzza che comunque si diffonde, il silenzio che ci risucchia, il fallimento che non demorde – è sempre ECCTSF. Ma i “cuori spezzati di Roma” se ne fregano pure della verità, loro sono schierati da tempo contro la speranza. Le strisce pedonali, in questo sottomondo che sostiene il mondo, si cancellano – “ma non fa niente, tanto non si ferma nessuno per farti attraversare, perché stanno tutti scappando”. Le città sono come il colon del diavolo, come un girone infernale dove continui a camminare trovandoti sempre al punto di partenza. Tutto appare surreale, ma il surreale insegna che la vita è peggio del suo estetico dilatamento. Così credere a una ragazza che rivela di essere stata ingravidata dai Grigi – “xenofobia spaziale” – è molto meglio agli occhi di Svart che credere a tutte le fesserie che ogni giorno ci propinano. Nondimeno Svart se ne infischia dell’intellighenzia, dei saltimbanchi prezzolati, del mainstream, dei tg, dell’intrattenimento, delle campagne di sensibilizzazione, della propaganda, del capitalismo, della democrazia, delle condanne morali, delle vetrine, dei salotti, delle luci; Svart apre il vaso, scopre l’abisso, ci dà uno specchio; la frusta è ancora qui, sul nostro corpo. Per questo Svartè più attuale rispetto ai suoi anni – è ancora coscienza, sbucciatura da asfalto, ago di periferia, taglio di coltello. Egli, d’altra parte, è eterno perché porta con sé l’atavico retaggio del satiro Sileno che confessa al Re Mida l’inaccettabile insensatezza dell’esistenza: “vivere è un abominio”, “una gogna”; “chi esiste dovrebbe vergognarsi”, la lapide è provvidenza. Neppure quando trapassiamo la terra ci accoglie, ormai ci ha rinnegati, neppure questa consolazione abbiamo: oggi ci danno alcemento. Non ci resta che accettare la tragicità e bere birra con i morti a Prima Porta – “senza pace come i vivi”. L’alienazione è il miglior regalo quando fuori piove sangue e nulla resta. Come se si fosse in un film di Lucio Fulci o in un brano dei Joy Division, tutto appare assolutamente inquietante e i simboli che di solito ispirano serenità e solarità assumono qui il senso opposto. È il caso dei girasoli – “carnosi”, “sudati”, “apatici”, “tremendi” – che fissano smorti “con la loro mostruosa e ostinata pacatezza mentre racchiudono tutto l’orrore dell’esistenza”. Il piano a cui la vita è abbandonata è indifferente e i girasoli – che meccanicamente ruotano verso l’inespressivo volto del sole – confermano l’immutabilità del dolore universale – c’è Leopardi, c’è Montale. Ma, alla stregua di diamanti, i fiori spuntano dal letame – frammenti di immagini che vorticano senza senso costruendo un’identità che non c’è, una lei che non ha nome mentre i salici vorticanti sfrattano foglie – di sangue lacrime. La psicologia, la sociologia che cercano di fornire un significato complessivo al nostro agire sono pseudoscienze – in compenso Svart ha un debole per le armi da fuoco: violenza spesso surreale che sublima l’insensatezza rendendola palpabile, perforandoci con proiettili il cuore velato. Slavano, scrostano le piogge rosse tutto il mondo dalla crudele falsità e resta l’uomo – un fuggiasco in una giungla di plastica che odia e combatte, si arrende e – soprattutto – beve: Peroni 66(6). L’alcol è micidiale, più della droga, salva quando condanna; l’alcol non fa dimenticare nulla: dopo l’ebbrezza ci svegliamo per un attimo e ricordiamo l’uguale – poi ricominciamo a bere in un’assoluta, tetra danza che shakera memoria e oblio. Il dolore ci eleva al di sopra dell’affettata compassione e tutti gli ideali umani vengono messi alla berlina: nulla è risparmiato, abbattuti tutti i totem, violenza dissacrante su uomini, idoli, tabù, senza pietà, a ruota libera, come in un vortice. La battaglia di Svart contro il politicamente corretto che occulta il disagio fomentando l’egoismo dei “buoni”, non risparmia nessuno: integrazionisti, femministe, africani, americani; e, ancora, studenti Erasmus, precari, turisti, tutti i progressisti, Pasolini (decostruzione di un intoccabile), Dylan Dog (moralismo ipocrita), lo sport e chi più ne ha più ne metta. Tutto è demitizzato, demolito, il sangue smaschera la carne, la carne smaschera la bestia, la bestia siamo noi.

La satira, esasperazione del reale, si serve dell’ironia che, a sua volta, si concreta spesso in una specie di discorso indiretto libero in grado di mostrare la condanna nel dialogo, al di là del bene e del male, quasi che a parlare fosse solo il dolore. Altre volte il giudizio è diretto e trafora, squarcia, scanna come una spada. Ciò che fuoriesce dagli steccati dei media è liquidato dal sistema come violenza e “responsabilità”, “dignità”, “vergogna” – parole di Stato – condannano i reietti alle loro galere – “ogni settimana veniva vagheggiato un nuovo reato ideologico”; ecco perché Svart Jugend è un profeta e non parla alle idee, non agli ideali, entra dentro l’uomo e sputa il mondo che lo sputa, lo rigetta:

“Avete scambiato l’ebbrezza con l’isteria, l’uomo con l’umano, il sacro con il privato, la legge con la legalità, la cultura con il nozionismo, l’arte con la creatività, il sacrificio con la rinuncia, l’etica con il costume, la libertà con l’edonismo, l’amore con il possesso, la morte per un torto a chi resta – siete già finiti, implosi, sconfitti, mai nati.”

Piove sangue. Ed esce dai rubinetti, inonda i muri, rivoli come ragnatele. Alla fine della storia non c’è espiazione. Peroni in sottofondo, di demoni riso – pianto. Di inferno frammenti e ombre che scivolano realmente sul soffitto. Svart ha trovato una “reliquia del diavolo”. Piove ancora sangue.

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