Francesco nel deserto

Dalla lettera di Giacomo a Tolstoj: considerazioni sull'ultima enciclica del Papa.
Dalla lettera di Giacomo a Tolstoj: considerazioni sull'ultima enciclica del Papa.

Una premessa: questo articolo è scritto da qualcuno che si identifica come agnostico e reazionario. Qualifiche che difficilmente compaiono tra i sostenitori di Francesco: dalla sua parte ci sono i cattolici, e nemmeno tutti, per i quali rimane comunque il papa, e una certa sinistra che ha scambiato il suo insegnamento per progressismo. Di contro, non si ricorda un pontefice così odiato a destra: Marcello Veneziani, giornalista schierato ma quasi sempre intelligente, commenta l’ultima enciclica con un articolo francamente sciocco, ispirato più dalla delusione che dalla riflessione. Delusione per cosa? Ecco: per la destra il cristianesimo è un cimelio di famiglia, ammucchiato in mezzo alla storia culturale europea, fra il diritto romano e il metodo scientifico. Un sentimento confuso che Oriana Fallaci esprime con adeguata confusione:

Perché dietro la nostra civiltà […] c’è l’antica Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della Democrazia. C’è l’antica Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo concetto della Legge. […] C’è anche una Chiesa che mi ha dato l’Inquisizione, d’accordo. Che mi ha torturato e bruciato mille volte sul rogo, d’accordo. […] Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o no? E poi dietro la nostra civiltà c’è il Rinascimento. […] E infine c’è la Scienza, perdio.

Oriana Fallaci

Da questo punto di vista, sembrerà per forza deludente un papa che prova a restituire il cristianesimo al cristianesimo, liberarlo dalle incrostazioni accumulate in due millenni di collusione con i poteri occidentali. La destra conservatrice – perché la destra liberale di questi tempi si chiama sinistra – è malata di vittorianesimo: etnocentrismo, culto della famiglia quale cinghia di trasmissione della ricchezza, fiducia nello sviluppo industriale, morale intesa come dovere mondano, prevenzione dello scandalo – la visione del mondo di un borghese del diciannovesimo secolo. Se, però, un autentico reazionario rifiuta innanzitutto la modernità, queste cianfrusaglie gli appariranno irreparabilmente moderne di fronte alla purezza, pur irraggiungibile, del principio. Fratelli tutti non è un’enciclica politica, e tanto meno comunista: dalle sue pagine di critica sociale emerge, invece, proprio l’angoscia dell’eternità che lo scudiero Jons, uomo di questo mondo e per questo mondo, rimprovera ad Antonius Block ne Il settimo sigillo.

Certo, quello di Bergoglio è un tentativo di virata che rischia di condurre la barca di Pietro in acque ignote – sarebbe inutile sostituire la morale vittoriana con la nuova, e persino più asfissiante, morale liberal, e le vecchie alleanze a Occidente con altre a Oriente – ma un tentativo che rimane assolutamente necessario. Fratelli tutti ha momenti discutibili, ma sono i momenti in cui manca il coraggio: sebbene già nel primo capitolo il papa accusi la colonizzazione culturale che “strappa l’anima” ai popoli, si limita poi a un fiacco umanitarismo quando parla del fenomeno migratorio. Eppure, Francesco sa di chi è la colpa:

Alcuni Paesi forti dal punto di vista economico vengono presentati come modelli culturali per i Paesi poco sviluppati, invece di fare in modo che ognuno cresca con lo stile che gli è peculiare, sviluppando le proprie capacità di innovare a partire dai valori della propria cultura. […] Nei settori benestanti di molti Paesi poveri, e a volte in coloro che sono riusciti a uscire dalla povertà, si riscontra l’incapacità di accettare caratteristiche e processi propri, cadendo in un disprezzo della propria identità culturale, come se fosse la causa di tutti i mali.

Papa Francesco

Il problema, nella lettura bergogliana dell’immigrazione, non è certo il terzomondismo: è, anzi, un attacco all’Occidente che rimane in superficie, senza spingersi a rilevare nell’immigrazione un male in sé, prodotto inevitabile della weltanschauung occidentale a cui non si può rispondere, come abbiamo fatto finora, col capitalismo filantropico. Comunque sia, è curioso che Fratelli tutti venga letta come un pamphlet di sinistra, considerati i richiami al valore dell’identità e della tradizione: solo, non la nostra tradizione, che dopo essersi autodistrutta ormai si realizza nel distruggere tutte le altre. Non è tanto il malinteso progressismo, però, a irritare Veneziani e la destra, quanto piuttosto il discorso sulla proprietà privata. La proprietà, che è il sacramento dei nostri tempi, l’unica categoria filosofica rimasta in piedi: proprietà materiale come teleologia, vivere per accumulare; proprietà ontologica nel senso di Max Stirner e Ayn Rand, inconsapevolmente introiettata per giustificare il pervertimento a fini egoistici di qualsiasi altro – ambiente, animali, uomini, idee. Ecco le tremende parole del compagno Jorge Bergoglio:

Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica.

Francesco

Adesso mettiamole a confronto con un passo tradizionalmente attribuito a Giacomo il Giusto, primo secolo:

E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage.

Giacomo il Giusto

Il papa del ventunesimo secolo si permette di dire a mezza voce cose che i primi cristiani urlavano. Insomma, da qui al trotskismo è un attimo. Del resto, la lettera di Giacomo ha una storia biblistica travagliata, ed è particolarmente odiata da Martin Lutero, lo stesso che supplica i principi tedeschi di massacrare i contadini in rivolta. Ogni epoca, in fondo, ha la sua modernità, intesa come idolatria dei poteri terreni. L’attività di Francesco, diretta anche contro i nuclei di corruzione interni alla Chiesa, rivela una tenue nostalgia del principio, la stessa che attraversa la storia del cristianesimo e dell’umanità intera: la ricerca di un kerygma, una verità originaria sommersa nell’inganno dei secoli. Non è, come temono i conservatori e sperano i progressisti, un tentativo grossolano di riformare la Chiesa per il futuro, ma non è nemmeno stolida devozione al passato: piuttosto, papa Bergoglio cerca di parlarci da oltre il tempo, come ogni cristiano dovrebbe fare. L’errore di chi identifica le rivendicazioni di giustizia sociale del papa con il comunismo è banale: la teoria di Marx è manualistica, finalizzata alla prassi, alla rivoluzione; il cristianesimo non è rivoluzionario, ma è una rivoluzione in sé, il sovvertimento istantaneo del mondo. “Un rivoltare l’interno all’infuori, un considerare gli assiomi sui quali, fino a ieri, ho costruito tutta la mia vita e tutti i miei sentimenti come qualcosa di cui devo sbarazzarmi per essere in una condizione completamente nuova”, scrive Ivan Illich.

L’iconografia pop del Cristo rivoluzionario, cheguevariano, è ridicola, ma per le stesse ragioni è ridicola anche la riduzione di Cristo a portinaio dell’Occidente, custode delle “buone cose di pessimo gusto”, la famiglia, la proprietà, la legge. Cristo non annuncia questo mondo, ma migliore: annuncia invece “un nuovo cielo e una nuova terra”, e l’assolutamente altro è rappresentato, nella storia, appunto dai dannati di questo mondo – i poveri che non si salvano diventando ricchi, ma diventando santi. Evidentemente, il cristianesimo è inconciliabile con l’enrichissez-vous dell’arciborghese ministro Guizot, con il mito occidentale della meritocrazia, del costante miglioramento delle condizioni sociali, della progressiva espansione dei diritti. In effetti, la Fratelli tutti è molto lontana dalla radicalità che il messaggio cristiano meriterebbe: il papa non maledice i padroni come san Giacomo, non rovescia le bancarelle dei mercanti come Gesù. Francesco si limita a suggerire, sommessamente, che il cristianesimo non è un corollario della cosiddetta cultura occidentale. 

Poco, rispetto all’apocalisse, almeno verbale, di cui avremmo bisogno. Poco, se ricordiamo Tolstoj che, un secolo e mezzo fa, scriveva Il regno di Dio è in voi denunciando qualsiasi forma di potere, anche quello ecclesiastico, e chiedeva al cristiano di riconoscersi “non nella sua personalità o in un’associazione di personalità (famiglia, tribù, popolo, patria o stato), ma nella sorgente della vita eterna, cioè in Dio”. Ma basta questo poco perché si senta tradito chi ha celebrato un matrimonio d’interesse col cristianesimo, chi pretendeva servisse a mettere su casa e a ripararsi dagli sconquassi della vita. Poveretti, atei devoti e devoti senza Dio, tutti convinti che il cristianesimo fosse faccenda di questo mondo, del loro mondo. Invece, è come dice Cristina Campo: “due mondi – e io vengo dall’altro”.

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