Niente mezze misure

Andrea Franzoso è diventato “il disobbediente” per antonomasia. Nel 2015 denuncia le “spese pazze” del presidente di Ferrovie Nord Milano. Ha perso il lavoro. Intervista fitta tra rigore, indignazione e vita con i gesuiti
Andrea Franzoso è diventato “il disobbediente” per antonomasia. Nel 2015 denuncia le “spese pazze” del presidente di Ferrovie Nord Milano. Ha perso il lavoro. Intervista fitta tra rigore, indignazione e vita con i gesuiti

La storia di Andrea Franzoso è nota. Funzionario di Ferrovie Nord Milano, nel 2015 denuncia le “spese pazze” dell’allora presidente Norberto Achille. La lista delle spese – vestiti, elettronica, scommesse sportive, alberghi, ristoranti, abbonamenti televisivi, “oltre 180.000 euro di multe stradali” etc. – sostenute attraverso il Gruppo FNM, quotato in Borsa e detenuto per il 57% da Regione Lombardia, un fiore all’occhiello dell’efficienza lombarda, è davvero folle. Achille, rinviato a giudizio per peculato e truffa aggravata, si è dimesso da Ferrovie Nord; Franzoso è stato trasferito, demansionato fino a lasciare il lavoro, nell’estate del 2016. “In un Paese serio avrebbe dovuto essere premiato per aver messo fine alla carriera di chi suoi rimborsi rubava soldi ai cittadini”, chiosa Gian Antonio Stella. Intorno a Franzoso, invece, che denuncia e mette la faccia, la firma, si crea il vuoto. Anzi, il buio. Nel 2017 la sua storia diventa un libro, Il disobbediente e Franzoso evolve in ‘personaggio’; quest’anno Rizzoli ripubblica il libro di allora, a mo’ di monito. Nel libro, con tenacia sorprendente, Franzoso osserva, appunta, denuncia; si fa tanti nemici – cita Roberto Formigoni, ma anche Livia Pomodoro, allora presidente del Tribunale di Milano, insieme a tanti altri –, svela il sistema di reiterate regalie, favori, privilegi che olia i meccanismi del potere. Fino a inibire ogni reazione: fatta, di solito, di brevi e consuete invidie, di canonici pettegolezzi, di ambizioni malriposte e poco più. Del capo bisogna parlare male, ma il capo è intoccabile. Il libro, però, non è il testamento di un giustizialista: piuttosto, è la confessione di un’anima inquieta. “Non pretendo di possedere la verità. Ma la cerco, l’ho sempre cercata”, scrive Franzoso, a un certo punto. E poi: “Attraversare l’enigma significa accettare di non sapere, in anticipo, cosa accadrà. C’è qualcosa che dovremo sacrificare: questa è l’unica certezza”. Cita Sofocle, Dostoevskij, Thoreau, Ignazio di Loyola, Franzoso; è stato ufficiale dei carabinieri, ha vissuto quattro anni con i gesuiti, “di loro apprezzo l’impegno per la giustizia sociale e la capacità di dialogare con il mondo contemporaneo senza pregiudizi”. Quando gli parlo, mi parla dei monaci trappisti di Tibhirine, sequestrati e uccisi nel 1996; Franzoso ha vissuto la Trappa, la fascinazione monastica, il crisma della solitudine. Perinde ac cadaver, dicono i Gesuiti, vivere come cadaveri, spavaldi di fronte alla morte, dacché tutto è dono e tutto va donato. Nella vita dello spirito non esistono mezze misure, non si fa filologia sulla vertigine. La scelta, così, è milizia, e in Franzoso pare aver vinto il codice sul sopruso. La copertina del libro – un pesce rosso che fronteggia uno squalo – sintetizza l’etica della disobbedienza.

Vorrei partire dalla tua esperienza con i monaci. Scrivi di aver vissuto “isolato dalla famiglia e da tutto il resto, dormendo in una cella, pregando e lavorando”. Perché? E perché i trappisti? Infine: che ‘struttura’ ti ha dato quella esperienza?

Da ragazzo ero attratto dalla vita monastica. Dalla sua essenzialità, dalla sua radicalità. Ne provavo quasi una specie di nostalgia, come un esiliato al ricordo della sua terra promessa. Il silenzio, il deserto, la natura, il cielo stellato. La vita fraterna. Il lavoro, lo studio, la preghiera. La bellezza della liturgia. Ma anche il combattimento spirituale. Avevo fame di una vita semplice, autentica, di un cuore finalmente unificato. E di profondità, e di senso. Perché i trappisti? Perché erano quelli “della stretta osservanza”. Se avessi abbracciato la vita monastica, mi dicevo, o loro o i certosini. Niente mezze misure: o tutto, o niente. A quel tempo, ero rimasto colpito dalla storia dei monaci di Tibhirine, e avevo letto e riletto il testamento spirituale di Christian de Chergé. Così, nell’estate del 1999, feci un ritiro a Tamié, sulle Alpi della Savoia, in Francia. Due anni dopo decisi di tornarci per un periodo più lungo, di discernimento. Successivamente ho conosciuto anche i certosini, ho fatto qualche ritiro a Serra San Bruno, uno anche alla Grande Chartreuse, quella del “Grande Silenzio”. Che cosa mi ha lasciato tutto ciò? Radici profonde. Stabilità interiore, anche quando in superficie il mare è agitato. Ho imparato a “custodire la cella”. E ciò mi ha dato un ‘ordine’, che continua a strutturarmi ancor oggi. Serva ordinem et ordo servabit te. E infine: il gusto del lavoro ben fatto, certosino.

Cosa significa avere fede? Cosa significa essere presi per traditori? 

Credo che “avere fede” significhi rispondere a una chiamata, seguire la propria vocazione, anche se non la comprendiamo, anche se ci spaventa o temiamo di non farcela. Traditore è chi rinnega il proprio cuore, chi si accontenta di sopravvivere. Traditori sono gli ignavi.

Nella nota biografica sottolinei di aver “vissuto… coi gesuiti”. Una delle parti più intense del libro, in effetti, riguarda il dialogo tra te e padre Giovanni Cucci. C’è come il riassunto del senso della vicenda che hai attraversato. Spiegacela. 

Anni fa ho scoperto che il capo dell’azienda (a controllo pubblico) per la quale lavoravo rubava. L’ho segnalato all’interno, e mi hanno detto “Lascia stare”. In cambio del silenzio, mi è stato proposto un avanzamento di carriera. Ho risposto: ‘no’. Allora hanno cercato di intimidirmi, ma sono andato avanti per la mia strada. Di fronte al dilemma: salvare la mia carriera o salvare la mia coscienza, non ho avuto dubbi: sono andato dai carabinieri e ho denunciato il presidente. Ho firmato l’esposto con nome e cognome. Avrei potuto farlo in modo anonimo, risparmiandomi tante seccature, ma in quel momento c’era in gioco qualcosa di più importante di un’inchiesta giudiziaria: la mia vita, chi sono, chi voglio essere. L’indignazione che ho provato quando ho scoperto le spese pazze del mio capo mi ha spinto ad agire. Ho capito infatti che avevo la responsabilità di denunciare, ma anche un potere: quello di porre fine a una situazione così ingiusta e scandalosa. E l’ho fatto. Il presidente è finito sotto inchiesta ed è stato condannato in via definitiva a due anni di carcere. Ha restituito il maltolto. Quanto a me, ho perso il lavoro. Ma ho salvato me stesso.

Il disobbediente che valore dà alla parola ‘obbedienza’?

Obbedire significa prestare ascolto. E dunque c’è un’obbedienza buona e una cattiva. Antigone disobbedì a Creonte per seguire le leggi naturali inscritte nel suo cuore. Don Lorenzo Milani insegnava ai suoi ragazzi a obbedire alle leggi quando sono giuste, cioè quando sono la forza del debole, ma di battersi per cambiarle, quando sanciscono il sopruso dei forti. In quest’ultimo caso, infatti, “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”.

Infine, hai lasciato il tuo lavoro a Ferrovie Nord Milano, dopo aver cercato di difenderlo: come mai? Come è possibile perdere il lavoro avendo svolto onestamente il proprio lavoro?

Per lo stesso motivo per cui sono “il disobbediente”. È il mondo alla rovescia. L’importante è non perdere la speranza e il buonumore. Corrado Alvaro scrisse che “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è pensare che vivere onestamente sia inutile”. Ma io guardo a Elzéard Bouffier, “l’uomo che piantava gli alberi”.

Il libro tuo è costellato da riferimenti letterari: Henry David Thoreau, Dostoevskij, Sofocle, Sartre, Ignazio di Loyola… Come mai? Che valore ha la letteratura nell’agone esistenziale?

Ho tanti compagni di viaggio: la letteratura mi ha nutrito e ha gonfiato le mie vele, soprattutto la letteratura russa. Ho amato in modo particolare Dostoevskij, che è stato la mia guida nello scandagliare il “guazzabuglio” del cuore umano. L’ho scoperto in quarta liceo, grazie alla prof di filosofia.

“Attraversare l’enigma”, scrivi, a un certo punto, come fosse un’indole, una indicazione al vivere. Spiegami. 

Ogni dilemma ci richiede di sacrificare qualcosa, qualcosa di importante. C’è un prezzo da pagare. La tentazione più comune, allora, è quella di cercare un compromesso, un’alternativa, una via di fuga. Che però non c’è: perché la nostra strada – chiamala ‘vocazione’, se vuoi – richiede di attraversare proprio quel dilemma. E allora “chi vorrà salvare la propria vita la perderà”. Perché chi vorrà conservare tutto, perderà se stesso.

…e ora, cosa fai? 

Scrivo libri per ragazzi, “pianto alberi”. Vorrei lasciare una foresta, dietro di me, quando non ci sarò più.

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